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venerdì 21 agosto 2015

Leggende di Contarape (Boemia)

ui parnasici Sudeti della Slesia abita l'autorevole spirito della montagna, Contarape, che ha reso queste alte montagne più note di quanto non abbiano fatto i poeti slesiani. Questo principe degli Gnomi sulla superficie terrestre controlla solo un piccolo territorio, ampio poche miglia e circondato da una catena di montagne.


Simanchuk Andrew


Altri due potenti sovrani, che condividono con lui questo regno, non vogliono però riconoscere i suoi diritti.
Poco sotto la crosta terrestre comincia invece il territorio su cui regna incontrastato, e il suo dominio si spinge per ben sessantotto miglia nella profondità della terra, fino a raggiungerne il centro.
Talvolta, egli, sottraendosi alle preoccupazioni del suo regno sotterraneo, viene a distrarsi sulle montagne, dove si prende gioco degli uomini con gran baldanza. Perché, amici, dovete sapere che Contarape è uno spirito potente, lunatico, turbolento, strano: a volte villano, rude, presuntuoso; altre, orgoglioso, vanitoso, volubile; oggi è un amico affettuoso, domani è freddo e distante; a volte, sa essere bonario, nobile e sensibile, ma decisamente pieno di contraddizioni: stupido e saggio, tenero e duro, ingenuo e disincantato, cocciuto e malleabile, a seconda del momento e dell'umore.
Nella notte dei tempi, Contarape infuriava già sulle montagne selvagge, incitava orsi e buoi a combattere gli uni contro gli altri, oppure spaventava la selvaggina e la faceva precipitare dagli erti picchi nella valle profonda. Stanco di questa caccia, ritornava poi al suo regno sotterraneo, dove rimaneva chiuso per centinaia di anni, fino a che gli tornava la voglia di uscire alla luce del sole, per godersela sulla terra.
Come si meravigliò una volta al suo ritorno, quando, guardando giù dalle vette dei Monti dei Giganti, trovò la regione completamente trasformata! I boschi oscuri e impenetrabili erano stati abbattuti e trasformati in campi coltivati. Tra le distese di alberi da frutto spiccavano i tetti di paglia di alcuni paeselli e dai loro camini usciva un pennacchio di fumo; qua e là, sul crinale della montagna, si poteva scorgere qualche isolata torre di guardia a protezione della regione; nei prati pieni di fiori pascolavano pecore e bestiame e dai boschetti provenivano le dolci melodie dei pifferi.
La novità e la piacevolezza di quella visione ritemprarono lo spirito del meravigliato sovrano, tanto che non si adirò neppure con questi coltivatori indipendenti, che senza chiedergli il permesso avevano fatto tutti quei cambiamenti e vivevano tranquillamente.
Decise perciò di non disturbarli, di non contestare loro nulla e di lasciarli vivere come un benevolo padrone di casa ospita sotto il suo tetto una rondine o un passero.
Pensò addirittura di far conoscenza con gli uomini, questa strana specie a metà tra gli spiriti e gli animali, di scoprire la loro natura e di stringere rapporti con loro.
Assunse quindi le sembianze di un uomo ed entrò in servizio presso il primo agricoltore.
Tutto quello che faceva gli riusciva molto bene e ben presto il lavorante Rips era conosciuto in tutto il paese come il migliore.
Il suo padrone però, crapulone e gaudente com'era, scialacquava quello che il fedele servo gli faceva guadagnare e non gli era affatto grato per il gran da fare che si dava.
Abbandonò quindi il primo padrone per entrare a servizio dal vicino, che gli affidò il suo gregge. Il servo lo custodiva con solerzia, lo portava al pascolo in luoghi solitari e sulle montagne, dove cresceva l'erba migliore.
Sotto la sua tutela anche il gregge crebbe e si moltiplicò, nessuna pecora precipitò più dalle rocce, nessuna venne assalita dall'avvoltoio né sbranata dal lupo.
Ma il padrone era uno spilorcio, che non solo non lodava il fedele servitore come avrebbe dovuto, ma che arrivò persino a rubare il più bel montone dal gregge, per poi, con la scusa della perdita, diminuire il salario del suo pastore.
Rips abbandonò quindi anche il secondo padrone per entrare a servizio presso il giudice, divenendo il flagello dei ladri e servendo con zelo la giustizia. Il giudice era però un uomo empio, che usava la legge a suo piacimento e se ne prendeva gioco.
Poiché Rips non voleva diventare uno strumento di ingiustizia, si licenziò e fu gettato in carcere, da dove però, come sempre fanno gli spiriti, riuscì a evadere facilmente passando per il buco della serratura.
Questo primo tentativo di conoscere gli uomini non lo indusse certo ad amarli. Tornò scontento sulle vette, da dove poteva padroneggiare con lo sguardo i ridenti campi, resi ancor più belli dal lavoro umano e si meravigliò che madre natura potesse elargire i suoi doni a degli esseri simili.
Ciò nonostante decise di fare un'altra puntatina tra gli uomini.



Bauer J.


Questa volta si trovò davanti una affascinante fanciulla nuda, bella come una Venere medicea, che si accingeva a fare il bagno.
Le sue compagne di giochi si erano distese sull'erba nei pressi di una cascata, scherzavano e scambiavano affettuose effusioni con la loro sovrana, in un'atmosfera di spensierata felicità.
Questa visione ebbe un tale effetto sullo spirito della montagna, che dimenticò la sua diversa natura e le sue peculiarità, desiderando anche per sé il destino dei mortali e guardando con brama la bella fanciulla della stirpe degli uomini. Gli organi degli spiriti sono però così delicati che non riescono a percepire una forte impressione per lungo tempo. Lo gnomo pensò allora di aver bisogno di un corpo, per poter veder con gli occhi quella bella ragazza e fissarla nella sua immaginazione.
Assunse quindi le sembianze di un corvo e volò su un frassino, che sovrastava il bacino formato dalla cascata, per godersi la graziosa scena.
Non fu però una buona idea perché si ritrovò a veder tutto con gli occhi di un corvo e ad avere la sensibilità di un corvo: un nido di topi di bosco lo attraeva ora più della bella al bagno.
Non appena si rese conto di questo inconveniente, corse ai ripari: il corvo volò in un cespuglio e si tramutò in un fiorente giovinetto.
Sperimentò così delle sensazioni mai provate in tutto il corso della sua lunga esistenza: si sentì irrequieto, provava un nuovo slancio e un potente desiderio verso qualcosa di indefinibile, a cui non sapeva dare un nome.
Un impulso irresistibile lo spingeva verso la cascata, ma nel contempo provava una forte resistenza, una vaga paura ad avvicinarsi, nelle sue spoglie umane, alla bella Venere che stava facendo il bagno. Preferì allora rimanere nel cespuglio, da dove poteva comodamente spiarla.
La bella ninfa era la figlia del faraone slesiano, che regnava allora in quella regione. Costei era solita passeggiare con le ragazze della sua corte per i boschi montani, raccogliendo fiori ed erbe odorose o ciliegie e fragole per la tavola paterna.
Quando faceva caldo, era solita poi rinfrescarsi alla sorgente nei pressi della cascata.


Stegg A.


La visione della bella fanciulla al bagno accese l'amore dello gnomo che non abbandonò più il luogo, aspettando ogni giorno con impazienza il ritorno della affascinante ragazza.
Verso mezzogiorno di una calda giornata, la principessa tornò alla cascata. Fu molto stupita di trovare il luogo completamente trasformato: la volgare roccia era coperta di marmo e alabastro, la cascata non precipitava con forza irruente dalla ripida parete rocciosa ma, interrotta da molti scalini, scendeva dolcemente con un tranquillo sciacquio al candido bacino di marmo, in mezzo al quale zampillava un allegro getto d'acqua, che ruotando spruzzava ora un lato, ora l'altro.
Margheritine, colchici e il romantico nontiscordardime crescevano ai margini del bacino, cespugli di rosa si mescolavano al gelsomino selvatico formando un angolino delizioso.
Lateralmente alla cascata si trovava la duplice entrata a una grotta, le cui pareti e volte erano coperte di mosaici, rilucenti di una luce quasi accecante. In diverse nicchie erano stati preparati vari rinfreschi, dall'aspetto straordinariamente invitante.
La principessa, meravigliata, non credeva ai suoi occhi, e non sapeva se entrare in questo luogo incantato o fuggire.
Era però figlia di Eva, incapace di resistere al desiderio di vedere tutte quelle piacevolezze e di assaggiare i deliziosi frutti, che sembravano lì proprio per lei.
Dopo aver mangiato a sazietà e osservato tutto con somma attenzione, le venne voglia di fare il bagno nella vasca.
Ordinò alle ragazze del suo seguito di fare la guardia e stare all'erta, affinché nessun occhio indiscreto potesse spiarla e dissacrare la sua virginale pudicizia.
Ma appena la bella ninfa si calò nella vasca la corrente la inghiottì e, prima ancora che le giovani del suo seguito facessero in tempo ad afferrarle i biondi capelli, scomparve.
Le fanciulle spaventate si misero a piangere e lamentarsi, si torsero le mani, pregarono invano le Naiadi, continuando a camminare intorno alla vasca, mentre lo zampillo d'acqua le bagnava a intervalli regolari.
Ma nessuna di loro ebbe il coraggio di tuffarsi, salvo Brihild, che si buttò in acqua pronta a condividere il destino della sua più cara amica.
Galleggiò però sull'acqua come un leggero pezzo di sughero e nonostante tutti i suoi sforzi non riuscì a immergersi.
Non c'era null'altro da fare che informare il re del triste incidente. Le ragazze piangenti lo incontrarono sulla via del ritorno, mentre egli si recava nel bosco con i suoi cacciatori.
Il re si strappò le vesti dal dolore, si tolse la corona dal capo, nascose il volto nel suo purpureo mantello, pianse e si lamentò ad alta voce della perdita della bella Emma.
Dopo che il suo dolore ebbe trovato un po' di sfogo nelle lacrime, si fece coraggio e si recò alla cascata per vedere di persona il luogo dell'incidente. L'incantesimo era sparito, il luogo era tornato selvaggio, non c'era più né grotta, né vasca di marmo, né rose, né gelsomini.
Il buon re non pensò affatto a un rapimento di sua figlia per mano di qualche cavaliere errante, poiché cose di questo tipo non si usavano allora nel paese, e non cercò nemmeno di estorcere alle compagne una confessione che fosse più credibile della verità.
Credette senza problemi al racconto che gli era stato fatto, pensando che Thor o Wodan, o qualche altro dio fosse implicato nella vicenda, quindi proseguì la sua battuta di caccia, consolandosi velocemente della perdita della figlia.
I re terreni infatti non si preoccupano d'altro che della perdita della loro corona.
L'affascinante Emma intanto non si trovava affatto male nelle mani dello spirito innamorato.
L'annegamento era stato solo una messa in scena per sottrarre la ragazza al suo seguito e condurla attraverso una via sotterranea in uno stupendo palazzo, col quale la residenza paterna non reggeva il confronto.
Quando la principessa tornò in sé si trovò su un comodo divano di raso rosa con un disegno in seta blu. Un giovane dal bell'aspetto giaceva ai suoi piedi e le faceva un'ardente dichiarazione d'amore, che lei ascoltava arrossendo.



Bauer J.


Lo gnomo le spiegò la sua vera identità e le sue condizioni, le raccontò degli stati sotterranei che dominava, la condusse attraverso le sale e le stanze del castello mostrandole tutto lo sfarzo e la ricchezza della sua dimora.
Il palazzo era circondato su tre lati da uno stupendo giardino, che, con i suoi fiori e i prati ombreggiati, piacque molto alla ragazza.
Gli alberi da frutto erano carichi di mele purpuree e dorate, i cespugli erano pieni di uccellini che facevano risuonare le loro diverse melodie.
La tenera coppia passeggiava per i vialetti guardando la luna, e lo gnomo si preoccupava che il fiore sul petto della sua amata fosse sempre fresco.
Pendeva dalle labbra della fanciulla, ogni sua parola era come nettare: in una vita lunga come quella di Enone lo spirito non aveva mai goduto ore così intense, come ora gli venivano concesse dal suo primo amore.
L'affascinante Emma però non era altrettanto felice, una certa malinconia e un dolce languore le conferivano sì un fascino particolare, ma lasciavano anche intravedere che i desideri nascosti nel suo cuore non erano completamente in sintonia con quelli dell'innamorato.
Contarape scoprì ben presto che nonostante tutti i tentativi di conquistarsi il cuore di Emma con mille favori, l'impresa era rimasta senza esito.
Tuttavia, con la sua ostinata pazienza, non si stancò di persistere, esaudendo tutti i suoi desideri e tentando di vincere la sua ritrosia.
La sua totale inesperienza in campo amoroso lo portava a pensare che le difficoltà che si contrapponevano alla realizzazione del suo desiderio, facessero parte del gioco d'amore, poiché - come poteva constatare - questa resistenza aveva certo un suo fascino e tendeva ad aumentare ulteriormente lo sperato trionfo finale.
Eppure, nuovo nello studio degli esseri umani, non aveva la minima idea di quale fosse la causa reale della ritrosia della sua amata; egli supponeva che il cuore di lei fosse libero come il suo, e che quindi potesse appartenergli di diritto, come un possedimento ancora intoccato appartiene al primo proprietario.
Ma il piccolo gnomo si sbagliava di grosso! Un giovane essere umano, il principe Ratibor, aveva già conquistato il cuore della dolce fanciulla.
La felice coppia guardava già al giorno in cui la loro unione si sarebbe realizzata, quando d'un tratto la sposa sparì.
Questo terribile evento tramutò l'innamorato Ratibor in una specie di Orlando Furioso: abbandonò il suo palazzo e si ritirò schivo in solitari boschi, a lamentarsi con le rocce della sua disgrazia.
La fedele Emma, nascosta tra le mura del suo grazioso carcere, sospirava per la pena ma celò i suoi sentimenti nel profondo del cuore, in modo da non lasciar trapelare niente allo gnomo, sempre all'erta.
Da tempo andava arrovellandosi pensando a un sotterfugio per raggirarlo e fuggire dalla sua prigione.
Dopo alcune notti insonni le venne in mente un piano che poteva essere degno di un tentativo.
La smise di tormentare il paziente gnomo con la sua freddezza mortale, i suoi sguardi cominciarono a lasciare qualche speranza, e diventò più malleabile. Queste propizie disposizioni d'animo vengono normalmente sfruttate subito dal sospirante innamorato.
Il nostro spirito si accorse immediatamente, grazie alla sua raffinata sensibilità, del mutamento avvenuto nella graziosa fanciulla.
Un incantevole sguardo, un'espressione amichevole, un significativo sorriso infiammavano il suo essere estremamente eccitabile, come il fuoco infiamma l'alcool.
Si rianimò e rinnovò la sua dichiarazione d'amore, che per un po' aveva taciuto, pregò che gli venisse prestato ascolto e non fu respinto.
Le sue richieste furono ora accolte, tanto che la fanciulla chiese solo un giorno per pensarci, e lo gnomo felice come una pasqua fu pronto a concederlo. Il mattino seguente, allo spuntar del sole, la bella Emma apparve al suo cospetto ornata da sposa, indossando tutti i suoi monili.
I suoi biondi capelli raccolti erano cinti da una corona di mirto, la guarnizione del vestito risplendeva di pietre preziose.
Accortasi che lo gnomo le veniva incontro in giardino si coprì castamente il viso con un lembo del velo.
"Divina fanciulla - cominciò a balbettare il nano - lasciami bere dai tuoi occhi la beatitudine dell'amore e non negarmi ancora a lungo quello sguardo d'assenso, che mi può far diventare l'essere più felice del mondo!"
Detto ciò cercò di scoprirle il volto per leggerle in viso la gioia, poiché non aveva il coraggio di estorcerle una confessione.
La ragazza però si avvolse ancora più stretta nel suo velo e rispose con modestia: "Può forse una mortale resistere al tuo amore? La tua insistenza ha vinto, te lo confesso, ma accontentati delle mie parole e lascia che il rossore del mio viso e le mie lacrime possano rimanere nascosti".
"Perché lacrime mia cara? - le chiese lo spirito inquieto - Ognuna delle tue lacrime è una goccia che brucia il mio cuore, voglio essere corrisposto con amore, non voglio alcun sacrificio".
"Perché interpreti male le mie lacrime? - rispose Emma - Il mio cuore apprezza la tua tenerezza, ma paurosi presentimenti lacerano la mia anima. Una donna non ha sempre il fascino di una giovane amante: tu non invecchi mai, ma la bellezza terrena è un fiore che appassisce in fretta. Chi mi assicura che tu continuerai a essere il più tenero, il più caro, il più servizievole e il più paziente dei mariti, come lo fosti quando chiedevi la mia mano?"
Lo spirito rispose:
"Pretendi pure una prova della mia fedeltà o della mia ubbidienza, oppure metti alla prova la mia pazienza per poter giudicare la forza del mio amore
irremovibile".
"Sia dunque così! - decise l'esile Emma - Voglio solo che tu mi dimostri di essere servizievole. Vai a contare tutte le rape che ci sono nel campo, ma non cercare di ingannarmi e non sbagliarti nel contare nemmeno di una unità, perché proprio questa è la prova che mi dimostrerà la tua fedeltà".
Staccandosi a malincuore dalla sua affascinante amata, lo gnomo ubbidì e cominciò a contare saltellando tra le rape come un medico di un lazzaretto francese tra i malati.
Quando ebbe terminato, per maggiore sicurezza, ripeté il conteggio, e con gran rabbia scoprì che i conti non tornavano, quindi si accinse a ricominciare. Anche questa volta però i conti risultarono sballati: non c'è da meravigliarsi perché un grande amore può far andare in confusione anche il miglior cervello matematico! La scaltra Emma aveva tenuto d'occhio il suo paladino mentre si preparava alla fuga.
Tenne pronta una bella rapa succosa, che in un attimo tramutò in un cavallo munito di sella e briglie, sul quale fuggì attraverso brughiere e steppe al di là delle montagne.
Il Pegaso fuggitivo, senza mai inciampare, la cullò sulla sua comoda schiena fino alla valle di Maien, dove si gettò nelle braccia di Ratibor che le corse incontro trepidante.


Millais J.


Nel frattempo, lo gnomo affaccendato era così assorto nei suoi conteggi, che non si era accorto di nulla.
Con gran fatica gli era infine riuscito di contar tutte le rape, comprese le più piccole, e corse dalla sua amata per darle la risposta.
Era infatti sicuro di averle dimostrato, con la sua ubbidienza, di essere il marito più servizievole e sottomesso che mai figlia di Adamo avesse dominato con le sue fantasie e i suoi capricci.
Compiaciuto per questo egli tornò al prato, ma non trovò Emma; corse allora tra gli alberi e i sentieri del giardino ma dell'amata non vi era traccia; si precipitò allora al palazzo dove setacciò ogni angolo, chiamandola ad alta voce ma il suo nome riecheggiava nelle stanze vuote, senza risposta.
Allora sospettò di essere stato preso in giro.
Velocemente si liberò delle sue sembianze umane, si alzò in volo e scorse in lontananza la sua amata in fuga, proprio nel momento in cui il cavallo stava varcando il confine.
Lo spirito adirato afferrò alcune nuvole, le unì e, con un tuono roboante, scagliò un fulmine contro la quercia millenaria che segnava il confine proprio alle spalle della fuggitiva.
Più di questo però lo gnomo non poteva fare, e la nuvola si tramutò in una innocua nebbia.
Dopo aver attraversato disperato le regioni superiori lamentandosi coi quattro venti del suo amore sfortunato e dando libero sfogo alla sua passione tempestosa, fece tristemente ritorno al suo palazzo e vagò di stanza in stanza riempiendole di sospiri e gemiti.
Si recò poi nel giardino, che aveva ormai perso per lui ogni fascino: lo interessava solo l'orma del piede della sua infedele amata impressa nella sabbia per lui più attraente delle mele d'oro sugli alberi o di qualsiasi altra meraviglia.
Una sensazione di delizioso piacere si risvegliava in lui in ogni luogo in cui lei era passata o si era soffermata, dove aveva colto fiori, dove lui l'aveva spiata senza essere visto e dove, sotto spoglie umane, si era intrattenuto a parlare confidenzialmente con lei. Poi, dopo aver sepolto per sempre il suo primo amore, sfogò con una serie di terribili maledizioni tutta la rabbia che aveva in corpo, e non volle più saperne della razza umana.
Prendendo questa decisione batté per tre volte il piede a terra e il palazzo con tutte le sue meraviglie si polverizzò.
Lo gnomo si ritirò quindi nel suo regno sotterraneo, che inghiottì la sua rabbia.
Se ne tornò al centro della terra, portando con sé le sue fissazioni e il suo odio.
Nel frattempo il principe Ratibor era occupato a mettere in salvo la bella Emma, e a condurla in gran pompa alla corte del padre, dove ebbe luogo il matrimonio e dove divise con lei il trono, costruendo la città di Ratisbona, che ancora oggi porta il suo nome.
La strana avventura della principessa, la sua fuga coraggiosa con il suo lieto fine, divenne la favola della regione e fu tramandata di generazione in generazione per moltissimo tempo.
E le signore slesiane trassero insegnamento dallo stratagemma della scaltra Emma, mandando l'incomodo marito a contare rape, quando convocavano Pamante. Poiché gli abitanti di quella regione non conoscevano il vero nome dello spirito gli affibbiarono il nomignolo di Contarape.
Da sempre gli amanti infelici trovano rifugio nella madre terra.
Ma mentre gli uomini vi giungono per una strada senza ritorno, gli spiriti hanno il vantaggio di poter riemergere in superficie quando ne abbiano voglia, dopo aver trovato consolazione o dato libero sfogo alla loro passione.
Per gli uomini invece la via del ritorno è chiusa per sempre.


"Leggende di Contarape" (Boemia), J. K. A. Musaus.
Da : Il Bosco. Miti, leggende e fiabe, A. Mari - Ulrike Kindl.

giovedì 29 gennaio 2015

La Trota Bianca, una Leggenda di Cong - Yeats


Queste storie di trote sono diffuse in tutta l'Irlanda. Molti pozzi sacri sono infestati da tali trote benedette. C'è una trota in un pozzo ai margini di Lough Gill, nello Sligo, che una volta qualche rinnegato mise sulla graticola. Ne porta ancora i segni. Ce la mise, molto tempo fa, il santo che consacrò il pozzo. Oggi possono vederla solo le anime pie che hanno fatto la giusta penitenza.
[Nota al Testo]


Alan Lee



'era una volta, tanto tempo fa, una bella dama che viveva in un castello sul lago laggiù, e si racconta fosse promessa al figlio del re, e che stessero per maritarsi quando improvvisamente lui venne ucciso, poverino (che Dio ci aiuti) e gettato nel lago di cui ho detto; e così, naturalmente, non gli fu possibile mantenere la promessa fatta alla bella dama - ma che disdetta. A quel che si dice la dama uscì di senno, per aver perduto il figlio del re - aveva il cuore tenero, che Dio aiuti lei e anche noi! - e si struggeva per la sua scomparsa, finché un giorno nessuno la vide più, nel bene e nel male; e allora si disse che i folletti se l'eran portata via. Beh, signor mio, passato un po' di tempo, comparve nel ruscello laggiù la Trota Bianca, che Dio la benedica, e la gente non sapeva proprio cosa pensarne, visto che di una trota bianca nessuno aveva mai sentito parlare prima d'allora, e neanche dopo; passarono gli anni, e la trota era sempre lì, proprio dove l'avete vista in questo istante benedetto, da un tempo ben più lungo di quanto io possa dire - in verità così indietro non arriva nemmeno la memoria del più vecchio del villaggio. Alla fine la gente cominciò a pensare che doveva trattarsi di una creatura fatata; e cos'altro poteva essere? - e nessuno mai fece mai del male alla trota bianca, fino a che non arrivò da queste parti una soldataglia malvagia e peccatrice, che rideva di tutta la gente di qui, la scherniva e la prendeva in giro perché credeva in cose del genere; e uno in particolare (che la sfortuna lo perseguiti; Dio mi perdoni per averlo detto!) giurò che avrebbe catturato la trota e se la sarebbe mangiata a cena - lo sciagurato! Beh, potete immaginare dove arrivò la malvagità del soldato? Acchiappa la trota, se la porta a casa, mette sul fuoco una padella e ci schiaffa dentro la povera bestiola.
La trota emise un urlo che pareva in tutto e per tutto quello di un cristiano, e, caro mio, lo crederesti? Il soldato si piegò in due dalle risate - perché era un furfante incallito - e quando pensò che da una parte fosse cotta, la girò per friggerla dall'altra; ma, che tu ci creda o no, non si vedeva nemmeno una traccia di bruciatura; allora il soldato si convinse che quella doveva essere una trota balzana, che non si lasciava arrostire.
"Ma - dice - la rigirerò ogni tanto", certo senza immaginare, lo sciagurato, quello che si preparava per lui. Quando pensò che quel lato fosse cotto la girò di nuovo e, sentite questa, quella parte non era cotta neanche un po' più dell'altra. "Maledetta la mia sfortuna - dice il soldato - questo è troppo! Ma con te non ho finito, bella mia - dice - per quanto tu ti creda furba", e con questo la rivolta: ma sulla bella trota il fuoco non aveva lasciato proprio alcuna traccia.
"Beh", fa il malandrino impenitente (che certo, signore, se non lo fosse stato fino in fondo avrebbe potuto capire che non stava facendo una cosa giusta, vedendo che tutti i suoi tentativi non portavano a nulla). "Beh - dice - cara la mia trotina, magari sei fritta a sufficienza, anche se all'esterno non sembri ben guarnita; forse sei meglio di quel che sembri, come un gatto scorticato, e dopo tutto chissà che tu non sia un bocconcino prelibato", dice lui; e così dicendo prende coltello e forchetta per assaggiare un pezzo di trota; ma, cribbio, nel momento in cui ficca il coltello nel pesce, ci fu un urlo terrificante, che la vita vi abbandonerebbe al solo sentirlo, e la trota salta fuori dalla padella nel mezzo del pavimento; e nel punto in cui era caduta ecco vien su una bella dama - la creatura più bella che mai si sia vista, vestita di bianco, e con una fascia d'oro nei capelli, e un rivolo di sangue che le corre giù per il braccio.
"Guarda dove mi hai ferita, sciagurato - dice lei, protendendo il braccio nella sua direzione, e quello, caro mio, credette di perdere la vista - Non potevi lasciarmi nel fiume, dov'era fresco e confortevole, invece di disturbarmi mentre ero intenta alla mia missione?", dice lei.
Beh, lui tremava come un cane in un sacco bagnato, e alla fine biascicò qualcosa, pregando che gli venisse risparmiata la vita, e chiese perdono a sua Signoria, e disse che non sapeva che fosse intenta a una missione altrimenti, da quel bravo soldato che era, non si sarebbe mai immischiato nelle sue faccende.
"Io ero in missione, proprio - dice la dama - stavo aspettando il mio vero amore, che sta arrivando da me nell'acqua - dice lei - e se arriva mentre non ci sono, e non riusciamo a incontrarci, ti trasformerò in un salmoncino, e ti darò la caccia ovunque e per sempre, finché l'erba crescerà e l'acqua continuerà a scorrere." Beh, il soldato si sentì proprio morire, all'idea di essere trasformato in un salmoncino, e implorò perdono; e allora la dama dice:
"Lascia le tue cattive abitudini - dice - disgraziato, o sarà troppo tardi per pentirsi; comportati come un brav'uomo, d'ora in poi, e fa' il tuo dovere, e ora - dice lei - riportami indietro e rimettimi nel fiume dove m'hai trovata".
"Oh, mia signora - dice il soldato - Dove mai potrei trovare il coraggio di annegare una signora così bella?".


Rackham A.



Ma prima che potesse dire un'altra parola, la dama era scomparsa, e per terra di fronte a lui vide la piccola trota. Beh, la mette in un piatto pulito e corre via con le ali ai piedi, per paura che il suo amore potesse arrivare mentre lei non c'era; e corse e corse fino a che giunse di nuovo all'anfratto, e gettò la trota nel fiume. Nell'istante preciso in cui lo fece, l'acqua per un poco divenne rossa come il sangue, per via della ferìta, credo, fino a che la corrente non lavò via la macchia; e ancor oggi c'è una macchiolina rossa sul fianco delle trote, nel punto in cui quella era stata ferita.
Beh, signore, da allora in poi il soldato fu un altro uomo, e cambiò abitudini, e andò a confessarsi regolarmente, e fece astinenza tre volte a settimana - però non mangiò mai pesce, nei giorni in cui faceva astinenza, perché dopo la paura che aveva avuto non sarebbe mai riuscito a digerirlo - con rispetto parlando. Ma in ogni caso, era cambiato completamente, come ho già detto, e nel giro di un po' di tempo lasciò l'esercito, e alla fine divenne un eremita; e dicono che pregava sempre per l'anima della Trota Bianca.


Stegg A.

"Fiabe Irlandesi", W.B. Yeats

Mi prende immancabilmente una malinconia mortale quando leggo e rileggo queste leggende (spesso una sorta di parabole eziologiche) abitate da "dame" sfortunate, incalliti peccatori agnostici, conversioni penitenziali, e santi monaci che hanno allegramente spodestato le Druide, tradizionali guardiane dei pozzi.
Le Dée dei fiumi donavano cavalli prodigiosi agli Eroi e ricevevano in offerta mucche bianche come il latte, e salmoni vengono invocati ed evocati da Amergin, poeta supremo e quindi "mago", nel momento in cui i Figli di Mil, ovvero gli Uomini, invadono Erin segnando il destino degli Déi e il proprio: 
"Io, vento del mare / Io, onda dell'oceano / Io, fragore dei marosi / Io, cervo dalle sette corna / Io, falco sulla roccia / Io, raggio del sole / Io, l'albero più bello / Io, cinghiale valoroso / Io, salmone nell'acqua / Io, lago nella piana / Io, collina della saggezza / Io, parola dei poeti / Io, sgominante lancia della vittoria / Io, divinità che modella il fuoco nelle menti / Chi altro interpreta le grandi pietre sulla montagna? / Chi conosce le fasi della luna? / Chi sa dove tramonta il sole? / Chi trae i tesori dalle dimore di Tetra? / Per chi sorridono i tesori di Tetra?"
E in trote e salmoni si trasformano gli antichi eroi. Tuan mac Cairill, unico sopravvissuto degli antichissimi invasori di Partholón, si trasforma, nei secoli, in cervo, in cinghiale, in falco, e, infine, in un salmone. Dopo cento anni viene pescato e cucinato per la Regina dell'Ulaid, che lo partorisce nuovamente in sembianze umane perché tramandi ciò che non può essere scritto.
Il "salmone della conoscenza" benedice l'Epifania di Deimne, beffando l'interminabile ed inutile attesa del suo mèntore, il Druido Finnegas, e Deimne fu Find, figlio di Cumhall, padre del "cerbiatto" e futuro poeta Oisin, (che una traduzione sbagliata trasformerà in Ossian), e  Capo delle Fianna.
[Ricordate la fiaba dei bambini gemelli, che, spinti dalla gola, mangiano il cuore ed il fegato dell'uccello cucinato per l'avvertito ospite? O il "linguaggio degli animali", in cui il protagonista, come Finn, si limita a leccarsi il dito con cui ha toccato il pesce/uccello? Tutti usurpatori involontari di poteri non destinati a chi li aveva a lungo cercati]

Mab

martedì 20 gennaio 2015

Occhietto, Dueocchietti, Treocchietti, Grimm n.130, (Traduzione Mia)

'era una volta una donna che aveva tre figlie: la maggiore si chiamava Occhietto perché aveva un occhio solo, proprio in mezzo alla fronte, la secondogenita si chiamava Duocchietti perché aveva due occhi come tutti, e la minore, Treocchietti perché aveva tre occhi - il terzo in mezzo alla fronte come la maggiore.
Ma, poiché Duocchietti era proprio come tutti gli altri, la madre e le sorelle non la potevano soffrire.
"Tu, con quei due occhi, non sei migliore di tutti quanti gli altri! Non sei una di noi".
E non facevano che malmenarla, la relegavano in un angolo a spintoni, le gettavano vecchi stracci per coprirsi, e le davano i loro avanzi da mangiare. In breve, non le risparmiavano nessun tormento.
Ora, avvenne che, un giorno, Dueocchietti, mentre era in giro per i campi a pascolare la capra, era così oppressa dalla fame - le sorelle le avevano dato poco e niente da mangiare - che scoppiò in un pianto dirotto. Si sedette in mezzo all'erba e pianse, pianse tanto che sulle guance le scorrevano due ruscelletti. Quando, nel suo dolore, levò lo sguardo al cielo, vide una donna che le chiese:
"Perché piangi, Duocchietti?".
Ella rispose:
"Non dovrei piangere? Io? Io che ho solo due occhi come tutti e mia madre e le mie sorelle mi odiano per questo, e mi spingono in un cantuccio, e mi danno i loro vecchi stracci e mi lasciano le briciole per sfamarmi? Oggi non ho mangiato quasi nulla e muoio di fame".
La donna, che conosceva molte cose, le disse:
"Duocchietti, asciugati gli occhi, e ascoltami. Tu non soffrirai più la fame, ti basterà dire alla capra: Bela, bela, capretta, e apparecchiami la cenetta!, e ti troverai davanti una bella tavolina linda, ricoperta delle più squisite pietanze, e potrai mangiare finché vorrai. E, quando sarai sazia, e non avrai più bisogno della tavolina, ti basterà dire: Bela, bela, capretta, porta via la cenetta!, e la tavolina sparirà".


Annie Stegg


E, subito, la donna saggia sparì. Rimasta sola, Duocchietti pensò: 'Voglio scoprire subito se è tutto vero, perché muoio di fame!", e disse: Bela, bela, capretta, e apparecchiami la cenetta!. Aveva appena pronunciato queste parole che le comparve davanti una bella tavolina ricoperta da una tovaglia candida, su cui erano ben disposti piatti e posate d'argento, e c'erano magnifiche portate, ancòra calde e fumanti come se fossero appena uscite dalla cucina. Allora, Duocchietti recitò la preghiera più corta che conosceva: Signore, sii sempre con me, amen!, si servì, e mangiò di gusto. E, quando fu sazia, disse, come le aveva insegnato la donna: Bela, bela, capretta, porta via la cenetta! - e la tavolina sparì con tutto quel che c'era.
'Questo sì che è un bel modo di rigovernare!', pensò Duocchietti, ed era tutta allegra e felice.
Quella sera, tornata a casa con la capretta, trovò una scodellina di terracotta con un po' di cibo che le sorelle le avevano lasciato, ma non la toccò. Il giorno dopo, condusse di nuovo la capra al pascolo, e, di nuovo, non toccò i tozzi di pane raffermo messi da parte per lei. Le prime due volte la madre e le sorelle non ci badarono affatto, ma, poiché divenne un'abitudine, lo notarono e si dissero:
"Qui, gatta ci cova! Dueocchietti ha sempre divorato i nostri avanzi, e, adesso, non li tocca neanche: deve aver trovato un modo per procurarsi il cibo altrove".
Per scoprire la verità, decisero che Occhietto l'avrebbe accompagnata a pascolare la capretta, e, una volta nei campi, l'avrebbe spiata per vedere se qualcuno le portava di che sfamarsi.
Quando, l'indomani, Duocchietti si avviò con la capretta, Occhietto le si affiancò dicendo: "Vengo con te, voglio vedere se custodisci bene la capra e se la fai pascolare dove l'erba è migliore".
Ma Dueocchietti, che aveva capito ciò che aveva in mente, condusse la capra nell'erba alta, e disse alla sorella maggiore:
"Vieni, Occhietto, siediamoci qua, e io ti canterò una canzone".
Occhietto si sedette ed era esausta per il lungo cammino a cui non era avvezza e per il gran caldo, e Duocchietti cantilenava senza sosta: "Occhietto, vegli? Occhietto, dormi?" tanto che Occhietto chiuse il suo unico occhio e si addormentò. Non appena Dueocchietti vide che Occhietto era caduta in un profondissimo sonno e non avrebbe potuto scoprirla, disse: Bela, bela, capretta, e apparecchiami la cenetta!- quindi si sedette, mangiò e bevve fino a che non fu sazia, poi disse: Bela, bela, capretta, porta via la cenetta! - e la tavolina sparì. Poi svegliò Occhietto e le disse:
"Occhietto, sei venuta per pascolare la capretta e dormi? Nel frattempo, la capra avrebbe potuto scappare in capo al mondo! Andiamo, torniamocene a casa". Così, se ne tornarono a casa, e, anche stavolta, Duocchietti lasciò il piatto degli avanzi intatto. Occhietto non fu in grado di rivelare alla madre perché la sorella non toccasse cibo, e, per giustificarsi, disse: "Mi è venuto sonno!".
Il giorno dopo, la madre disse a Treocchietti: "Questa volta, accompagnerai tu Dueocchietti, e scoprirai se mangia mentre è fuori, poiché è certo che si sfama di nascosto!".
Allora Treocchietti affiancò la sorella, dicendo: "Vengo con te, voglio vedere se custodisci bene la capra e se la fai pascolare dove l'erba è migliore".
Ma Dueocchietti, che aveva capito ciò che aveva in mente, condusse la capra nell'erba alta, e disse alla sorella minore:
"Sediamoci qua, e io canterò per te, Treocchietti".
E Treocchietti si sedette, stanca per il lungo cammino e il gran caldo, e Dueocchietti intonò la solita cantilena: "Treocchietti, vegli?", ma, invece di dire:"Treocchietti, dormi?", sbadatamente, cantò:"Dueocchietti, dormi?", così a Treocchietti si chiusero due occhi, ma il terzo, non nominato nella cantilena, rimase aperto e sveglio. Però Treocchietti lo socchiuse, fingendo di dormire anche con quello, e, invece, poteva vedere tutto. Quando Duocchietti pensò che la sorella fosse immersa in un sonno profondo, recitò la formuletta magica: Bela, bela, capretta, e apparecchiami la cenetta!, e, una volta che ebbe mangiato e bevuto a sazietà, comandò che la tavolina sparisse: Bela, bela, capretta, porta via la cenetta!
Ma Treocchietti aveva visto ogni cosa. Duocchietti le si avvicinò e disse: "Dormi, Treocchietti? Sei una brava guardiana, davvero! Vieni, torniamocene a casa".
E, una volta a casa, Duocchietti non toccò il piatto con gli avanzi, ma Treocchietti disse alla madre: "Adesso so perché la nobildonna non mangia! Quando è fuori, dice alla capra: Bela, bela, capretta, e apparecchiami la cenetta!, e le compare davanti una tavolina ricoperta di cibi deliziosi - niente a che vedere con ciò che mettiamo in tavola noi - e, quando è sazia, dice: Bela, bela, capretta, porta via la cenetta!, e la tavolina scompare. Ho visto tutto molto bene poiché mi aveva addormentato due occhi con una sorta di cantilena, ma, per fortuna, quello sulla fronte è rimasto sveglio".
Allora la madre invidiosa, gridò: "Dunque, vorresti banchettare alla faccia nostra? Ti farò passare la voglia!"
Andò a prendere un coltellaccio da beccaio e lo piantò nel cuore della capretta, che cadde a terra morta. A quella vista, Duocchietti, sconvolta, uscì di casa e si sedette nell'erba, sul bordo del campo, e versò lacrime amare. Ma, nuovamente, le apparve la donna saggia, che disse:
"Duocchietti, perché piangi?"
"Non dovrei piangere?- rispose la fanciulla - mia madre ha scannato la capretta che ogni giorno mi dava tanto buon cibo quando recitavo le parole che mi avete insegnato. Adesso, mi toccherà patire nuovamente la fame!"
La donna disse: "Duocchietti, voglio darti un consiglio: prega le tue sorelle di darti le interiora della capra e sotterrale nel terreno davanti alla porta di casa. Sarà la tua fortuna!".
Poi scomparve e Duocchietti andò a casa e disse alle sorelle:
"Care sorelle, datemi qualcosa della mia capra! Non chiedo qualche parte pregiata: mi accontento delle interiora".
Le sorelle scoppiarono a ridere e le dissero: "Se non vuoi altro, eccole!".
Dueocchietti prese le interiora e, quella notte, le sotterrò di nascosto nel terreno davanti alla porta di casa, come le aveva consigliato la donna saggia.
E, il mattino dopo, quando si svegliarono e si affacciarono alla porta, videro un albero prodigioso. Era splendido: aveva una chioma di foglie d'argento, e, in mezzo alle foglie d'argento, pendevano dei frutti d'oro, e in tutto il vasto mondo mai si era vista cosa più bella e preziosa.
Le donne, poi, non si capacitavano come il magnifico albero avesse potuto crescere davanti a casa loro nel giro di una notte, ma Duocchietti capì che doveva esser nato dalle interiora della capretta, poiché s'innalzava giusto nel punto dove le aveva sotterrate.
La madre disse a Occhietto: "Sali sull'albero, bambina mia, e raccogli qualche frutto per noi".
Occhietto salì sull'albero, ma, non appena arrivava a sfiorare una delle mele d'oro, il ramo le sfuggiva di mano, e così accadde ad ogni tentativo e per quanti sforzi facesse.
Allora la madre disse: "Treocchietti, sali tu sull'albero: con i tuoi tre occhi ci vedi meglio di Occhietto".
Occhietto scese dall'albero, e vi salì Treocchietti, ma non fu più fortunata, nonostante i  suoi tre occhi, e le mele d'oro continuarono a sottrarsi alla sua mano. Infine, la madre perse la pazienza e s'arrampicò ella stessa, ma non raccolse più frutti delle figlie, e le sue dita non facevano che acchiappare l'aria. Allora Duocchietti disse: "Voglio provarci io, magari mi andrà meglio!".
Le sorelle esclamarono: "Che pensi di fare con i tuoi due occhi?!"
Ma Duocchietti salì sull'albero e le mele, questa volta, non si ritirarono, anzi, le cadevano in mano, tanto che ne portò giù una grembialata.
La madre le strappò i frutti, e, invece di trattare la povera Duocchietti un po' meglio, poiché era riuscita là dove le sorelle avevano fallito, le tre donne, invidiose, divennero ancor più crudeli con lei.


Alexandra Nedzvetskaya


Un giorno, mentre le sorelle erano tutt'e tre sotto l'albero, accadde che passò di lì un cavaliere.
"Sbrigati, Duocchietti - esclamarono le due sorelle - corri a nasconderti, non vogliamo doverci vergognare di te!", e spinsero la poverina sotto una botte rovesciata, che si trovava vicino all'albero, e le rovesciarono sopra anche le mele d'oro ch'ella aveva colto. Quando il cavaliere le raggiunse, si rivelò essere un bel giovane; egli ammirò il magnifico albero d'oro e d'argento e disse alle due sorelle:
"A chi appartiene questo bell'albero? Chi ne spiccasse un ramo e me ne facesse dono potrebbe chiedermi qualsiasi ricompensa".
Occhietto e Treocchietti affermarono che l'albero apparteneva a loro, e che gliene avrebbero regalato un ramo, ma si affannarono invano poiché, ad ogni loro sforzo, i rami e i frutti si ritraevano.
E il cavaliere esclamò: "E' ben strano che non riusciate a spiccare un ramo, se, come dite, l'albero vi appartiene!"
Quelle insistettero dicendo che l'albero era proprio loro, ma, indispettita perché non dicevano la verità, Duocchietti spinse fuori dalla botte un paio di mele d'oro, che rotolarono fino ai piedi del cavaliere.
Quando vide le mele, il cavaliere rimase sbalordito e domandò da dove venissero. Occhietto e Treocchietti risposero che avevano un'altra sorella, ma che non aveva il permesso di mostrarsi perché aveva soltanto due occhi come chiunque altro. Il cavaliere, tuttavia, desiderava vederla e gridò: "Duocchietti, vieni fuori!", e Duocchietti, tutta racconsolata, uscì dalla botte, e il cavaliere si stupì della sua grande bellezza e disse: "Tu certamente sarai in grado di spiccare un ramo dell'albero per me".
"Sì - rispose la fanciulla - io potrò farlo perché‚ in verità, l'albero appartiene a me".
Salì sull'albero, e, senza alcuno sforzo, spiccò un ramo con le sue foglie d'argento e i frutti d'oro e lo porse al cavaliere.
Allora egli disse: "Duocchietti, cosa desideri in cambio?"
"Ahimè, - rispose la fanciulla - patisco fame, sete e ogni sorta di sofferenza da mattino a sera. Se voleste portarmi via con voi e liberarmi, ne sarei felice".
Il cavaliere la mise sul suo cavallo e la portò al castello di suo padre, dove ella ebbe belle vesti e da mangiare e da bere a sazietà; il cavaliere, che se ne era perdutamente innamorato, la sposò, e la cerimonia venne celebrata tra grandi festeggiamenti.
Quando Duocchietti fu portata via dal bel cavaliere, le sue sorelle le invidiarono di tutto cuore la sua buona sorte.
'Tuttavia, abbiamo ancòra l'albero meraviglioso - pensavano - e, anche se non possiamo coglierne i frutti, tutti si fermeranno a guardarlo, e verranno fin qui per ammirarlo: chi lo sa, magari il destino ha in serbo qualcosa di bello anche per noi!'
Ma il mattino dopo, l'albero era sparito e, con esso, anche le loro speranze. Invece, Duocchietti, affacciandosi alla finestra della sua camera, si accorse, con immensa gioia, che l'albero meraviglioso l'aveva seguita fino alla sua nuova dimora.
Duocchietti visse a lungo e felicemente. Un giorno, bussarono alla porta del castello due mendicanti, e chiesero l'elemosina. Ella le guardò bene in volto e riconobbe le sue sorelle Occhietto e Treocchietti, che erano precipitate in un tale stato di indigenza da esser costrette ad elemosinare un tozzo di pane di porta in porta.
Duocchietti le accolse, fu gentile con loro e se ne prese cura, tanto che le due sorelle si pentirono sinceramente di tutto il male che le avevano fatto in gioventù.


Alexandra Nedzvetskaya


Grimm n.130, "Einäuglein, Zweiäuglein und Dreiäuglein".
Classificazione AaTh 511 [One-Eye, Two-Eyes, Three-Eyes]
Traduzione: Mab's Copyright

Il testo in lingua originale è nella Pagina: "Brüder Grimm"

martedì 11 marzo 2014

Il Principe Pettirosso, Luigi Capuana

Credo sia l'unico caso di prequel fiabesco che abbia mai letto. E ricordo che, pur chiamandolo "antefatto", mi piacque molto anche da bambina. Quindi, dopo aver postato "Cingallegra", è inevitabile la rilettura de "Il Principe Pettirosso".

'era una volta... Sì, sì, non ho dimenticato la promessa; parola di Raccontafiabe è parola di Re; ed ecco la storia del principe Pettirosso. Dunque c'era una volta un Principe e una Principessa giovani e sposati da qualche anno; lui, buono, gentile, caritatevole; lei, bella, ma piena di capricci e talvolta superbiosa e crudele. Comandava, e voleva essere subito obbedita; esprimeva un desiderio e pretendeva che fosse immediatamente soddisfatto. Se qualcuno dei servitori, dei dipendenti, non intendeva bene i suoi ordini, o li eseguiva male, diventava una furia. Invano il marito tentava di rabbonirla:
"Principessa!... Principessa!... "

Sonrel E.


Si rivoltava contro di lui, gli rispondeva con parolacce che non stavano punto bene in bocca di una dama sua pari. Una volta si era incapriccita di una pianta del giardino che circondava il castello dove essi abitavano. L'annaffiava lei, la ripuliva lei; guai se il giardiniere si permetteva di levar via una foglia avvizzita e cascata per terra! Una pianta comune, ma la Principessa si era messa in testa che dovesse far fiori e frutti rari. Una sera, scende in giardino e scorge tra i rami fili di paglia, con alcune piumine e il groviglio di un po' di refe. Le parve un delitto.
"Giardiniere, che significa questo?"
"Qualche coppia di uccellini si prepara il nido, Principessa".
"Buttate via ogni cosa; non voglio nidi su la mia pianta".
E il giardiniere, presi quei fili di, paglia, quelle piumine, quel po' di refe, ne fece un batuffolo e lo buttò via. Fra i rami di un'alta pianta vicina due uccellini svolazzavano e strillavano, quasi piangessero di veder dispersi quei primi materiali del loro nido.
"Poverini!", esclamò sotto voce il giardiniere.
E, il giorno dopo, vedendoli andare e venire affannosamente, portando coi becchi fili di paglia, piume, foglie secche, grovigli di refe, biòccoli di lana e cose simili, per ricostruire con ostinatezza il nido nel posto già scelto, il giardiniere li compiangeva:
"Verrà la Principessa e vi disfarà ogni cosa! Mancano piante e rami, poverini!" Ma gli uccelletti non intendevano le parole del giardiniere, e andavano e venivano affannosamente: verso sera, il loro nido era già bell'e finito. Appena la Principessa lo scòrse tra i rami, se la prese col giardiniere.
"Che colpa ne ho io? Poverini, hanno fretta di depositarvi le ova".
"Ah sì? Domani ne farò una frittatina pel gattino".
Attese che la femmina avesse terminato di deporre le ova, e ordinò al giardiniere: "Portatemele in cucina, e disfate quel nido!"
Il giardiniere obbedì a malincuore: aveva le lacrime agli occhi sentendo gli strilli degli uccellini che parevano un pianto. La crudele Principessa ruppe di sua mano gli ovicini in un tegamino, vi aggiunse cacio e pane grattato, e ne fece, come aveva detto, una frittatina pel gattino che le stava tanto a cuore. Il gattino esitava a mangiarla, miagolava, si ritirava indietro. Ma quando la Principessa si era ficcata in testa una cosa, non c'era verso di farla desistere.
"Il gattino non ha fame", gli disse il Principe.
"Fame o non fame, deve mangiare questa frittata, l'ho fatta apposta per lui"
Il gattino, preso pel collo, col muso nel tegamino, dovette mangiare per forza. Ma aveva appena ingoiato l'ultimo boccone, che Meo! Meo! Meo! stirava le gambe e moriva, quasi avesse preso un veleno. La Principessa rimase scossa da quella disgrazia: il gattino era la sua bestiolina prediletta. E la notte dopo fece un brutto sogno. Si destò atterrita:
"Ah, Principe, se sapeste che cosa ho sognato!"
"Che cosa, Principessa?"
"Tante piume, tante piume fioccavano giù dal cielo come falde di neve, ed io mi trovavo appesa al collo una padellina di rame. Le piume mi toglievano il respiro: la padellina pesava, pesava... È un triste presagio, certamente".
"Si sognano tante sciocchezze, Principessa!"
"No, Principe! Bisogna consultare coloro che spiegano i sogni".
"Li consulteremo,.. Intanto non vi affliggete per così poco!"
Furono chiamati parecchi sapienti. Stettero a sentire, seri, con le sopracciglia corrugate, sfogliarono a lungo i libroni che avevano portati con loro. Chi diceva una cosa, chi un'altra, e ognuno affermava che la sua spiegazione era la vera. "Mettetevi d'accordo, signori miei!"
Il Principe non poteva persuadersi che quelle piume fioccanti dal cielo e quella padellina di rame appesa al collo di sua moglie significassero tante opposte cose.
"Mettetevi d'accordo, cari miei!"
"Invece di mettersi d'accordo, quei sapienti finivano col darsi vicendevolmente dell'asino, e con lo scaraventarsi addosso i loro grossi volumi. La Principessa non si dava pace.
"Bisogna consultare un gran Mago! La cosa è troppo intrigata, se nessuno di questi sapienti è riuscito a spiegarla".
"Si sognano tante sciocchezze, Principessa!"
"No, Principe! Questa volta ho un grande sgomento nel cuore".
"Consulteremo il mago Barba-d'oro. Lo manderò a chiamare al castello".
E spedì persona fidata con ricchissimi doni. Il mago Barba-d'oro accettò i doni, ma quando sentì di che cosa si trattava, rispose sdegnato:
"Non sono il servitore di nessuno.

Sia signore, sia vassallo, 
Né in carrozza, né a cavallo 
Chi non viene coi suoi piedi, 
Barba-d'oro non riceve"

Il messaggero tornò con questa risposta. Per arrivare alla abitazione del Mago bisognava camminare tre giorni e tre notti attraverso luoghi incolti, infestati da bestie feroci, forteti, boscaglie, orridi sentieri. Il messaggero aveva temuto di non tornare vivo al castello.
"Mi sembra un bel modo di dirci: Non venite; è proprio inutile".
"No, Principe, a qualunque costo!"
Se la Principessa era testarda per cosine da nulla, figuriamoci ora che viveva sotto lo strano terrore del suo sogno! Invano il Principe si sforzava di convincerla che i sogni non hanno né capo né coda. Le voleva bene, e vedendola ostinata a intraprendere il pericoloso viaggio, cominciò a sentirsi penetrare nell'animo lo stesso sgomento di sua moglie. Quel sogno doveva essere un cattivo presagio! E decisero d'andare a piedi dal mago Barba-d'oro. Si misero in viaggio all'alba e camminarono tutta la giornata. La Principessa era così impaziente di avere la spiegazione del suo sogno, che non si curava della fatica e dei disagi del cammino.
"Riposiamoci un po', Principessa!"
"Più in là, Principe, più in là".
Forteti, boscaglie, orridi sentieri; e la notte, sotto il cielo stellato senza luna, urli di bestie feroci, vicini, lontani, che li atterrivano e non permettevano ch'essi chiudessero un occhio. Un giorno e una notte; e poi daccapo, un altro giorno e un'altra notte. Per quegli orridi sentieri non s'incontrava anima viva. Il povero Principe non ne poteva più.
"Riposiamoci un po', Principessa!"
"Più in là, Principe, più in là!"
Finalmente, il terzo giorno, verso sera, ecco tra gli alberi la casa del Mago. Con la facciata annerita dal tempo, tutta coperta di macchie di umido e di muffa verdastra, coi vetri delle finestre appannati dalla, polvere e dai ragnateli, quella casa ispirava ribrezzo. La Principessa, col fiato al denti, con le gambe che le si piegavan sotto, fece uno sforzo, giunse davanti alla porta e picchiò. Comparve il mago Barba-d'oro.

Stegg A.

"Ah, Principessa, Principessa, quanto vi costa una frittatina!"
Il Principe e la Principessa allibirono.
"Entrate, ristoratevi, e andate a letto. Domani, con comodo, riparleremo del sogno".
Il Principe e la Principessa allibirono. Quel Mago sapeva tutto! Il giorno dopo il sole era già alto ed essi dormivano ancora. Se non la svegliava il Principe, la Principessa avrebbe dormito fino a tarda sera. Il Mago li attendeva nel suo laboratorio.
"Ah, Principessa, Principessa, quanto vi costa una frittatina!"
"Perché, mago Barba-d'oro?"
"Non lo sapete che i nidi sono cosa sacra? Distruggere un nido è come appiccare il foco a una casa. Voi avete impedito di nascere a sei creature di Dio e per malvagità, non per altro. Ne sarete gastigata. In che modo io non so dirvelo. Ve lo dirà la fata Cicogna".
"E dove si trova la fata Cicogna?"
"Guardate da questa finestra: laggiù, laggiù, su quel tetto. Badate però di non chiamarla fata Cicogna, ma fata Splendore. Le piume e la padellina di rame del sogno significano il vostro gastigo. Ah, Principessa, Principessa, quanto vi costa una frittatina!"
"Grazie, mago Barba-d'oro!"
E all'alba del giorno dopo partirono. Cammina, cammina, cammina, e al tetto della fata Cicogna, che dalla finestra era parso così vicino, non si arrivava mai. La Principessa non osava di rifiatare, pensando che tutti quei disagi il Principe li soffriva per colpa di lei. Ma forse essi erano niente, in confronto dei guai che li attendevano. Il mago Barba-d'oro aveva ripetuto più volte:
"Ah, Principessa, Principessa, quanto vi costa una frittatina!"
Giunsero alfine, stanchi morti. La fata Cicogna stava sul tetto, ritta sopra un piede, col collo nascosto sotto un'ala: dormiva. Attesero che si svegliasse. Abbassò l'altro piede, distese il collo, sbatté le ali e mandò fuori un rauco grido, che parve sbadiglio.
"Fata Cicogna, fata Cicogna, ci manda il mago Barba-d'oro".

Stegg A.

Nello sbalordimento, la Principessa aveva dimenticato di chiamarla fata Splendore.

"Ha fatto mala bisogna 
Chi cerca fata Cicogna: 
Fra le piume nasce un giglio, 
È figlio e non è figlio. 
Padella preparata 
Frittata e non frittata"

Aperse le ali, tese i piedi e la fata Cicogna volò via.
"E ora come faremo? Bisognava dire fata Splendore!"
"Torniamo dal Mago; ci consiglierà".
E rifecero la strada.
"Ah, mago Barba-d'oro! Mi scappò detto fata Cicogna!"
"Non vi perdete d'animo. Fate fare un gran nido d'oro e portateglielo; non c'è altro rimedio, Principessa".
"Faremo fare un gran nido d’oro - disse il Principe. - Ma che cosa significano le parole: È figlio e non è figlio? Frittata e non frittata?"
"Ve lo deve dire soltanto fata Cicogna".
Tornarono al castello, che erano quasi irriconoscibili, ed ordinarono subito un gran nido di cicogna tutto d'oro. Quando fu pronto, dopo un mese, Principe e Principessa si rimisero in cammino, ma questa volta a cavallo, e andarono direttamente da fata Cicogna. Stava sul tetto, ritta sopra un piede, col collo nascosto sotto un'ala: dormiva. Attesero che si svegliasse.
"Fata Splendore, fata Splendore, ci manda il mago Barba-d'oro".
"lo mi chiamo Cicogna e non Splendore!"
Principe e Principessa si guardarono in viso, contristati.
"Accettate, vi preghiamo, questo povero nido".
Fata Cicogna stese il collo, afferrò col becco il nido d'oro e lo ripose sul tetto.

"Ha fatto mala bisogna 
Chi non cerca fata Cicogna. 
Tra piume nasce un giglio, 
È figlio e non è figlio. 
Padella preparata, 
Frittata e non frittata". 

Aperse le ali, tese ì piedi e fata Cicogna volò via.
Principe e Principessa non se l'aspettavano. La Principessa non aveva sbagliato. "Ho detto: fata Splendore, è vero?"
"Sì, fata Splendore".
"O dunque?"
"Torniamo dal Mago, ci consiglierà".
"Non vi perdete d'animo - disse il Mago - Fate fare due ova d'argento grosse quanto le ova di cicogna e portategliele".
"Ma come bisogna dire: fata Cicogna o fata Splendore?"
"Sempre fata Splendore ".
E un mese dopo furono di ritorno con le due ova d'argento.
"Fata Splendore, fata Splendore, ci manda il mago Barba-d'oro. Accettate queste due ova".
Fata Cicogna stese il collo, afferrò col becco prima uno poi l'altro ovo e li collocò nel nido d'oro e vi si accoccolò come per covarli.

"Ha fatto buona bisogna 
Chi ha cercato fata Cicogna. 
Tra piume nasce un giglio, 
È figlio e non è figlio. 
Padella preparata, 
Frittata e non frittata.

Quando avrò covato quest'ova, tornate e saprete".
"Quanto ci vorrà?"
"Il sole ora spunta da quel monte, dovrà spuntare da quella collina".
Il Principe calcolò che ci volevano tre mesi. E, passati i tre mesi, rifecero il cammino. Trovarono la fata Cicogna accoccolata nel nido d'oro, quasi per covare le ova d'argento.
"Fata Splendore, fata Splendore, spiegatemi il sogno, se vi piace".
"Avrete presto un figlio, e sarà uomo e sarà uccello..."
"Che disgrazia, fata Splendore!"
" ... fino ai vent'anni, Principessa. Poi diventerà un bel giovane, ma dopo aver trovato la sposa".
"E la padellina che cosa significa?"
"Significa la sposa… Non dovete saper altro".
"Ma che uccello sarà nostro figlio?", domandò il Principe.
"Quel che la Principessa vorrà; passerotto o pettirosso".
"Pettirosso, fata Splendore".
"E pettirosso sia, Principessa. Principe Pettirosso è un bellissimo nome".
"Che disgrazia, fata Splendore!"
"Avrebbe potuto accadervi di peggio: i nidi sono cosa sacra".

Erko V.


La Principessa era in grande angoscia, pensando che suo figlio fino ai vent'anni sarebbe stato un pettirosso. E quando partorì e fece un bel bambino non credeva ai suoi occhi.
"Fata Cicogna...!
"No, fata Splendore", la corresse il Principe.
"Fata Splendore ha voluto metterci paura. Tanto meglio che sia finita così"
"Però..."
"Però?"
"Non son, però, rassicurato del tutto".
"Non siate il corvo del malaugurio pel bambino".
"Stiamo a vedere".
"Stiamo a vedere".
Una mattina la Principessa, mutando i pannolini al bambino, diè un grido di orrore. Tutto il corpicino della sua creatura era coperto di una peluria gialliccia come quella dei pulcini appena nati. E il corpicino pareva già un po' dimagrito, quasi rattrappito.
"Figliolino, figliolino mio!"
La Principessa aveva fin ribrezzo di toccarlo. Di giorno in giorno la trasformazione diveniva più evidente. I braccini prendevano la forma di ali e si coprivano di piume, le gambine si assottigliavano e le dita dei piedi si allungavano in zampine con ugne aguzze. E di mano in mano che le piume invadevano tutto il corpicino che si rattrappiva, si rattrappiva, nasino e labbra si foggiavano in becco. In meno di due mesi, il bambino era diventato il più bel pettirosso che si potesse vedere. Principe e Principessa avevano vergogna di far sapere che il loro figliolino era diventato un pettirosso. Dissero che lo avevano mandato a balia, lontano. Ma questa finzione non valse. Quando il bambino avrebbe dovuto poter dire:
"Babbo! Mamma!", lo disse il pettirosso, che la Principessa teneva posato su un dito, e n'ebbe paura e gioia quasi nello stesso momento. Non lo potevano più tenere in gabbia: voleva volare qua e là, fare il chiasso con gli altri uccellini su pei rami degli alberi del giardino.
"Non aver paura, mamma! Non aver paura, babbo!"
E volava via, e li chiamava dalla cima di un albero, dalla grondaia di un tetto:
"Mamma! Babbo!"
E spesso portava con sé uno stormo di altri uccellini, passerotti, capinere, cardellini, raperini, pettirossi come lui. Entravano con un gran frullio d'ali, s'inseguivano di stanza in stanza, si posavano sulle cornici dei quadri e degli specchi, sui tavolini, sui letti, indisturbati, perché il Principe e la Principessa avevano paura d'incappare in qualche guaio peggiore di quello sofferto e per cui soffrivano ancora. Anzi la Principessa, visto che quell'invasione ormai accadeva ogni giorno, buttava qua e là miglio, midolle, bricioli, canapuccia, scagliòla, insalatina tritata, e teneva preparati beverini con acqua, ciotoline per potervisi bagnare. Si sarebbe divertita anzi, vedendosi trattata con tanta familiarità da tutti quegli uccellini che, prima, al suo apparire in una stanza, scappavano, se essi, in compenso, avessero badato un poco alla pulizia. Invece, sporcavano da per tutto, cantando, trillando, pigolando, quasi fossero in piena campagna.
"Ah, figliolo, figliolo! Dovresti farglielo capire".
"Compatiscili, mamma, non sanno di far male".
E in aprile e maggio, il castello era pieno di nidi. Non c'era stanza dove i passerotti, i cardellini, le capinere, i pettirossi non ne avessero collocati due, tre, come se il castello fosse stato casa loro. La Principessa ne trovava su le mensole, su i tavolini, negli angoli per terra, su i cassettoni, su gli armadi, su i canapè, su le poltrone, appesi alle branche delle lùmiere, dei saloni, e dei salotti, fin sul cielo del cortinaggio di camera. Ed era un andare, un venire, un pigolare di uccellini appena scovati e affamati con le testine in aria e i beccucci spalancati.
"Ah, figliuolo, figliuolo!"
"Quando sarò cresciuto, non avverrà più, mammina!..."
E quantunque fossero già trascorsi dodici anni, e il Principino parlasse spesso con lei, la povera Principessa non sapeva ancora difendersi da un'impressione di paura. Erano passati dodici lunghi anni, che al Principe e alla Principessa erano parsi dodici secoli! Ora il principino Pettirosso scappava via due volte al giorno e non si sapeva dove andasse. Andava certamente lontano, perché non si udiva più nei dintorni il gorgheggio del suo canto.


Stegg A.

"Principino, dove andate?"
"Vado in cerca della sposa".
"Principessa come voi, non dimenticate la vostra qualità".
"E più buona che bella. Principessa o no, non importa".
"Sì, mamma! Sì babbo!".
E scappava via, e quando tardava a ritornare, Principe e Principessa passavano ore di angoscia mortale.
"Che gli sia capitata qualche disgrazia?"
"Non gli facciamo il cattivo augurio ...."
Appena,arrivava:
"Dove siete stato, Principino?"
"Avete trovato, Principino?"
"Sono stato in cento posti, ma non ho ancora trovato nulla".
"Come? Non ci sono più Principesse a questo mondo?"
"Ce ne sono, mamma, anche troppe, ma non fanno per me".
"E le altre donne?"
"Babbo, le buone non sono belle, e le belle non sono buone, quelle che ho viste, intendo dire. Cercherò, ho ancora tempo un anno".
"Principessa come voi, non dimenticate la vostra qualità".
"E più buona che bella. Principessa o no, non importa".
"Sì, mamma! Si, babbo!"
E scappava via. La Principessa non poteva sopportare che il Principe dicesse al figlio: "Principessa o no, non importa".
"Come, non importa? Deve dunque abbassarsi fino al fango della terra?"
"Chi ha mai detto questo? Più buona che bella non significa fango, mi pare". "Vedrete che il Principino commetterà qualche sciocchezza".
"Ne commettiamo tutti"
"Ah! Mi rinfacciate ancora?! .... "
E continuavano a bisticciarsi, fino al ritorno del principino Pettirosso.
"Avete trovato?"
"Non ho trovato!"
"Mancano Principesse?"
"Manca quella che vorrei io".
"E le altre donne?"
"Le buone non sono belle, le belle non sono buone, quelle che ho viste, intendo dire. Cercherò ancora, babbo!"
"Principessa, come voi!"
"E più buona che bella. Principessa o no, non importa".
"Sì, mamma! Sì, babbo!"
E scappava via. Un giorno, finalmente, lo videro tornare con volo così impetuoso che lo credettero inseguito da qualche uccello di rapina. Volava per la stanza, facendo giri, intrecci: sembrava ammattito. Ci volle un pezzetto prima che si calmasse.
"Che cosa accade, Principino?"
"Ho trovato, mamma! Ho trovato!"
"Una Principessa?"
"Una più buona che bella?"
"Principessa, e più buona che bella! Sposerò Cingallegra".
"Ah, figlio, figlio mio!"
La Principessa dètte in un pianto che mai. Chi era Cingallegra? Egli dunque s'immaginava di dover restare pettirosso per tutta la vita! Ci mancava quest' altra disgrazia!
"Chi è Cingallegra?", gli domandò il Principe, angustiato anche lui.
"Colei che canta nell'orto del ramaio".
"È dunque una giovane?"
"Più buona che bella, come tu la volevi".
"Ed è figlia di un ramaio?"
"È più Principessa di me che ora sono pettirosso", rispose ridendo.
"Ah figlio! Figlio mio!"
E la Principessa, sentendogli dire queste cose, dava in un pianto più dirotto. Ora il principino Pettirosso andava via avanti l'alba e tornava col sole non ancora alto.
"Donde venite, Principino?"
"Da Cingallegra, mamma cara".
"Se mi volete bene, lasciatela andare. Cingallegra non fa per voi".
"Se la sentiste cantare, non direste così".
Ripartiva col sole vicino al tramonto e tornava prima che fosse sera inoltrata.
"Donde venite, Principino? "
"Da Cingallegra, babbo caro".
"E come canta Cingallegra?"
"Canta così".
Ma non gli riusciva di cantare con voce umana; gorgheggiava, gorgheggiava, e, dopo un pezzetto, si interrompeva:
"No, non è proprio così!"
E in camera, o su un ramo d'albero del giardino, gorgheggiava, gorgheggiava, provando, riprovando, interrompendosi all'ultimo:
"No, non è proprio così!"
La Principessa era inconsolabile. Pensava: 'Se non avessi distrutto il nido e rotto quegli ovicini, tutto questo non sarebbe accaduto! Ah, figlio mio, figlio mio!'
Né lei, né il Principe, intanto, si ricordavano che il principino Pettirosso era già sul punto di compire i vent'anni. Una mattina, che lo credevano volato via avanti l'alba, non vedendolo ritornare all'ora solita, Principe e Principessa stavano in gran pensiero.
"Che gli sia accaduto, qualche disgrazia?"
"Non gli facciamo il cattivo augurio! "
E si misero alla finestra, guardando verso il punto d'onde pel solito lo vedevano spuntare. Sentirono rumor di passi alle spalle... Principe e Principessa credettero impazzire dalla gioia.
"Sono io, mamma! Sono io, babbo!"
Il Principino aveva cessato di essere pettirosso, ed era un bel giovane, biondo come la madre, alto e ben fatto come il padre. I baci e gli abbracci non finivano più. La Principessa si immaginava che ora il Principino non avrebbe più parlato di Cingallegra. Invece ne riparlò subito. La madre ne fu desolata. II padre, più condiscendente, diceva:
"Poiché è più buona che bella!"
"La figliola di un ramaio! Non acconsento! Non acconsento!"
Il Principe, per calmarla, le disse:
 "Andiamo a prender consiglio dal mago Barba-d'oro".
"Andiamo a prender consiglio dalla fata Cicogna, che ne sa più di lui!"
Si decisero per la fata Cicogna. Ma la mattina che stavano per partire, alzano gli occhi e che cosa veggono? La fata Cicogna su una torretta del castello: il nido d'oro luccicava al sole sotto di essa, e tra l'intreccio delle barrette che figuravano da sterpi, si scorgeva il bianco degli ovi d'argento.
"Oh, fata Cicogna, noi venivamo da voi!..."

"Ha fatto mala bisogna
Chi ha detto fata Cicogna". 

"Fata Splendore! Fata Splendore! - gridò allora la Principessa.

"Tra le piume è nato un giglio, 
Non era figlio ed ora è figlio. 
Padella preparata, 
Frittata e non frittata!"

Aperse le ali, tese piedi, e la fata Cicogna volò via.
"Volete una risposta più chiara?", disse il Principe.
La Principessa chinò il capo, abbattuta.
"Padella preparata, è evidente, significa la figlia del ramaio".
"E frittata e non frittata che vorrà significare?"
"Significa, credo, che tutto andrà pel suo meglio. Ci ha lasciato il nido d'oro e le uova d'argento: è il buon augurio agli sposi".
Come il principe Pettirosso sposasse Cingallegra voi lo sapete da un pezzo e sapete anche che il ramaio e Reginotta furono accolti nel castello e beneficati da loro. Apprenderete oggi il resto, e le due fiabe saranno compiute.
Quando il principe Pettirosso rispondeva, ridendo, al padre:
"È più Principessa di me, che ora sono pettirosso", sapeva bene quel che diceva. In uno di quei giorni che volava attorno da mattina a sera in cerca di una sposa, Principessa come voleva sua madre, o più buona che bella come gli suggeriva suo padre, il Principino aveva incontrata la fata Cicogna.
"Dove vai, piccolo pettirosso?"
"Cerco la mia fortuna, una moglie".
"Vieni con me, te la trovo io".
"Principessa?"
"Principessa".
"Più buona che bella?"
"Più buona che bella! Eccola là". E gli mostrò Cingallegra che cantava, sciorinando i panni nell'orto.
"Più buona che bella può darsi, ma Principessa..."
"Principessa quanto te e più di te".
"Come mai?"
"L'hanno scambiata a balia, e i parenti non se ne sono accorti. La figlia del ramaio aveva una voglia di fragola sotto l'ascella, e Cingallegra non l'ha. Cingallegra è figlia di Principi. Ti basti di saper questo".
Infatti un giorno, a tavola, il principe Pettirosso disse al ramaio:
"Vostra figlia dovrebbe avere una voglia di fragola sotto l'ascella".
"Certamente; sembrava una fragoletta davvero".
"Ma Cingallegra non l'ha".
"Non l'ha?"
E così fu confermato quel che aveva detto fata Cicogna. Ma ora alla Principessa non importava più che Cingallegra fosse o non fosse figliola di ramaio. Non vedeva lume che per gli occhi di lei. Accade spesso così.

Frittata e non frittata, 
La fiaba è terminata.

Da:
"Chi Vuol Fiabe, Chi Vuole?", di Luigi Capuana

giovedì 6 marzo 2014

Cingallegra, Luigi Capuana

'era una volta un ramaio vedovo, che aveva due figliole: una, la maggiore, bella, bionda, alta e snella, con aria così superba, da sembrare che volesse tener discoste le persone; l'altra, bruttina ma piacente, e così modesta così buona, che bastava vederla e sentirla parlare per volerle subito bene.
Il padre era orgoglioso della figliola maggiore, e non nascondeva la sua predilezione. Stava tutta la giornata su l'uscio della bottega, battendo col martello caldaie, pentole, paioli, padelle sopra la incudinetta a palo fissata nel suolo; e continuando a lavorare, dava la voce ai passanti di sua conoscenza, e li faceva ridere con le sue barzellette. Qualcuno, curioso, gli domandava:
"Ramaio, quando mariterete le figliole?"
"Presto. La maggiore la darò a un Reuccio; l'altra a chi vuol pigliarsela".
E quella, approfittando della debolezza paterna, se la passava senza far niente per non sciuparsi le mani, ben pettinata, bene agghindata, affacciata alla finestra quasi stesse davvero in attesa del Reuccio, mentre la sorella doveva affaticarsi a tener pulite le stanzette del mezzanino, a preparare il desinare e la cena, a fare il bucato nell'orticello a pianterreno, a sciorinarvi i panni lavati, con l'unico svago di coltivare, nelle ore libere, una aiuola di fiori in un cantuccio.
E spazzando, spolverando, accendendo il fuoco nei fornelli, risciacquando il bucato e innaffiando i fiori, cantava, cantava, cantava. Aveva una vocina sottile, intonata, che faceva fermar la gente ad ascoltarla dalla via con grande rabbia della sorella maggiore. Le vicine per ciò l'avevano soprannominata la Cingallegra del ramaio.
Alla superbiosa che se ne stava tutto il santo giorno alla finestra, ben pettinata, bene agghindata, con le mani in mano per non sciuparsele, nessuno badava; gli operai, perché sapevano che non si sarebbe mai degnata di sposare uno di loro; i signori perché non volevano abbassarsi a prendere per moglie la figlia d'un ramaio, e neppure farla insuperbire di più, mostrando di ammirarne la bellezza.


Von Blaas E.


Gli anni passavano, e inutilmente il ramaio ripeteva:
"La maggiore la darò a un Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela".
Qualcuno, per ripicco, gli rispondeva:
"Ho paura, ramaio, che vi spighiscano in casa".
E lui, picchiando più forte sull'oggetto che aveva per le mani, pentola, paiolo, padella o caldaia, rispondeva:
"La maggiore la darò a un Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela".
'La vanità gli ha fatto andar il cervello a spasso', pensava la gente.
Nell'orticello a pianterreno c'era un albero di pesco. Da qualche tempo in qua, appena Cingallegra - anche il padre e la sorella la chiamavano così, ma con tono di sprezzo - appena Cingallegra si metteva a cantare, ecco un frullìo di ali che le faceva alzare gli occhi. Un pettirosso le volava sulla testa, quasi a portata di mano; si allontanava, ritornava, si posava in cima al pesco, riprendeva a volare cinguettando, trillando. Pareva volesse imitare il canto della figlia del ramaio, e che si stizzisse di non riuscirvi. E siccome essa, distratta dall'arrivo dell'uccellino, cessava di cantare, questi, dondolandosi su una rama, se ne stava zitto aspettando.
"Vuoi sentirmi cantare, bell'uccellino?"
Il pettirosso con un trillo faceva intendere: si! si!
E Cingallegra cantava. L'uccellino ascoltava, continuando a dondolarsi allegramente; e, appena essa taceva, riprendeva a provarsi di modulare il canto, tentando di imitarla, ma finiva sempre con un trillo di stizza, e volava via.
Ora che Cingallegra aveva questo svago, a ogni momento di libertà, scendeva sùbito nell'orticello e si metteva a cantare. Il pettirosso però veniva a ore fisse, due volte al giorno, la mattina prima della levata del sole, la sera verso il tramonto. Quando egli non era là, Cingallegra si sentiva sola più dell'ordinario, e faceva di malavoglia le faccende di casa.
La sorella, che se ne stava a grogiolarsi nel letto, non poteva soffrire il canto mattiniero di Cingallegra.
"La vuoi smettere di cantare all'alba? Mi impedisci di dormire".
"La vuoi smettere di dormire fino a tardi? Mi impedisci di cantare".
Ah! Diventava impertinente? E la maggiore se ne lagnò col padre.
"Ed anche si burla di me chiamandomi Reginotta!"

Von Blaas E.


Il padre, che non ci vedeva dagli occhi per lei, rimproverò Cingallegra.
"Le faccio la serva: non basta? Io spazzare, io spolverare, io fare il bucato, io sciorinare i panni, io preparare da mangiare!... E non è vero che voi dite: La maggiore la darò al Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela? Dunque Reginotta le sta bene. Lasciatemi un po' sfogare col canto!"
E la mattina, prima del levare del sole, scendeva nell'orticello, si sedeva sotto il pesco e cominciava a cantare. Da li a poco, ecco un frullio d'ali: era il pettirosso che arrivava cinguettando, trillando, gorgheggiando. Si allontanava, ritornava, si posava in cima al pesco dondolandosi su una rama, e pareva che stesse ad ascoltare. E Cingallegra cantava, cantava cantava, piano, quasi volesse fargli la lezione e dargli agio di apprenderla bene. E appena ella taceva, il pettirosso riprendeva a provarsi di imitarla; ma finiva sempre con un trillo di stizza, e volava via.
Intanto, di giorno in giorno, scendeva a dondolarsi su una rama più bassa. Le volte, però, che Cingallegra si rizzava in piedi e alzava un braccio per afferrarlo, scappava, senza mostrarsi molto spaurito, e tornava subito allo stesso posto.
"Pettirosso, perché non ti lasci prendere?"
E il pettirosso rispondeva con un rapido trillo, quasi dicesse:"Questo no!" "Pettirosso, mi vuoi bene?"
E il pettirosso rispondeva con un lieve gorgheggio, quasi volesse dire: "Tanto! Tanto!"
"Pettirosso, dovresti venire a posarti su questo dito; ti darei un po' di zucchero".
E glielo mostrava. Il pettirosso faceva le viste di accorrere, aliava attorno alla mano con l'indice teso, e via su la rama a dondolarsi e a trillare.
"Pettirosso, sei cattivo. Non canterò più".
Il ramaio, dalla bottega, le dava la voce:
"Cingallegra, con chi parli?"
"Parlo da me! vi dispiace?"
Ah! Diventava impertinente! Indispettito della risposta, il ramaio la minacciò:
"Per le matte c'è il bastone".
E salito su, disse alla figlia maggiore:
"Quando Cingallegra è nell'orto, affacciati alla finestra di cucina senza farti scorgere da lei. Guarda che cosa fa e con chi parla".
Il giorno dopo egli fu stupito di sentire che Cingallegra parlava con un pettirosso. "Cingallegra ha trovato marito!", la schernì a cena la sorella.
"Meglio di Reginotta, che non trova un cane che la voglia".
Il ramaio le allungò un ceffone: "Non si risponde così alla sorella maggiore!" L'indomani, il sole era alto, e Cingallegra non si era levata dal letto.
"Cingallegra, c'è da. fare il bucato".
"Reginotta ha le mani come me".
"Cingallegra, e il desinare?"
"Reginotta ha le mani come me".
Ma che cosa era accaduto da farla diventare tutt'a un tratto così impertinente? - "Cingallegra, c'è tuo marito nell'orto. Ah ah!"
Il pettirosso trillava forte e gorgheggiava: pareva che chiamasse e si spazientisse di attendere. Alla intonazione di scherno e alla risata della sorella, Cingallegra balzò giù dal letto, dicendo:
"Il Reuccio non è mai venuto a cantare per te!"


Von Blaas E.


E, appena vestitasi, corse ad affacciarsi alla finestra, che dava nell'orticello.
Il pettirosso si sgolava; volava attorno, saltellava da un ramo all'altro, e Cingallegra godeva di vederlo stizzito a quel modo.
Gli aveva detto:
"Pettirosso, sei cattivo! Non canterò più."
E voleva mantenere la parola. Ma ecco che l'uccellino va a posarsi sul davanzale e si lascia prendere e accarezzare, e risponde alle carezze con delicati colpettini di becco sulle dita.
"Ti sei finalmente deciso? Ora ti metto in una gabbia e starai sempre con me". Così erano due che cantavano da mattina a sera, con gran fastidio di Reginotta. Cingallegra, intanto che spazzava, o spolverava, o faceva bollire il bucato, o sciorinava i panni, o preparava il desinare e la cena, e il pettirosso che dalla sua bella gabbia l'accompagnava con tali acuti trilli e gorgheggi da sembrare che facessero a gara a chi cantasse più forte. La gente si fermava ad ascoltarli dalla via. "Brava, la Cingallegra del ramaio! Brava! Brava!"
Reginotta masticava bile; e se qualcuno tornava a domandare, scherzando:
"Ramaio, quando mariterete le figliole?", ella rispondeva, prima di suo padre:
"Badate ai fatti vostri, e non vi curate di quelli degli altri!"
Il ramaio però, cocciuto, soggiungeva subito:
"Presto. La maggiore la darò a un Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela".
"Me la piglio io!"
Il ramaio si voltava di qua, e di là, per scoprire se qualcuno nascosto in fondo alla bottega avesse risposto in quel modo.
"Chi sei tu, che vuoi pigliartela?"
"Io! Io! Io! Io! Io! Io!"
Era il pettirosso che sembrava rispondesse così, con uno dei suoi più squillanti trilli. Possibile?
"Hai inteso?", disse il ramaio alla figlia maggiore che, non contenta di starsene ben pettinata, ben agghindata, alla finestra, scendeva, da un pezzo, a sedersi davanti all'uscio della bottega, per mettersi più in mostra.
"Hai inteso? Ti par naturale che un pettirosso risponda cosi?"
E ripeté:
"Chi sei, che vuoi pigliartela?"
"Io! Io! Io! Io! Io! Io!"
A quel trillo squillante del pettirosso, Reginotta si rizzò a sedere inviperita, e corse su per afferrarlo e torcergli il collo. Ma appena toccò la gabbia per aprire la porticina: Ahi! Ahi! Ahi! - le dita delle mani le si contorsero orribilmente; più non parevano di creatura umana, ma di qualche bestia mostruosa, con le ugne aguzze, e tutte coperte di scaglie. Sentendo strillare e piangere la sua prediletta, il ramaio accorse, furibondo, ma, alla vista di quelle mani miseramente deformate, rimase di sasso.
Accorse anche Cingallegra che non sapeva niente di quel che era accaduto.
"Scellerata! Scellerata! Guarda che cosa ha fatto il tuo pettirosso!"
"La colpa non è mia, babbo!"
"Voleva ammazzarmi!"
Anche Cingallegra fu spaventata sentendo parlare il pettirosso. Era dunque un uccellino fatato? Cingallegra ne aveva avuto qualche sospetto; ora però non ne poteva dubitar più. E non osava accostarsi alla gabbia, né rivolgere la parola al pettirosso. Le mani contorte e scagliose di Reginotta le fecero gran pietà. Era stata punita giustamente del tentativo feroce, ma Cingallegra pensava che sua sorella aveva l'animo irritato dal non vedersi richiesta da nessuno, e che per ciò era degna di compatimento e di perdono, se non aveva saputo frenarsi. Si fece animo, si chinò sulla gabbia dove il pettirosso saltava da uno stecco all'altro, e mormorò teneramente:
"Te ne prego, pettirosso mio!" E intendeva dire: "Restituiscile le mani bianche e belle come prima".
La porticina della gabbia si aperse da sé, e il pettirosso venne fuori, volò sulle mani di Reginotta, e cominciò a beccargliele delicatamente. In meno che si dice, erano diventate belle bianche come prima. La superbiosa non ringraziò neppure con un cenno del capo; voltò le spalle e andò ad affacciarsi alla finestra, come se niente fosse stato. E il mezzanino e l'orticello tornarono a risonare dei canti di Cingallegra e del pettirosso, e la bottega del ramaio dei colpi di martello con cui egli batteva, su l'incudinetta a paio, caldaie, pentole, paioli, padelle. Sempre di buon umore, dava la voce ai passanti di sua conoscenza, ma se qualcuno gli domandava: "Ramaio, quando mariterete le vostre figliole?", invece di rispondere al solito, picchiava rabbiosamente col martello su l'oggetto che aveva per le mani: pentola, padella, paiolo o caldaia, e brontolava le parole così sottovoce, da non far intendere quel che diceva. Diceva: "Pur troppo ho paura che mi spighiscano in casa!"

Von Blaas E.


E intendeva particolarmente la maggiore.
Il pettirosso di Cingallegra, dopo quel che aveva visto e udito, lo faceva fantasticare. Chi era quell'uccellino fatato? Forse il Reuccio destinato alla figliola maggiore. Vedendo nell'orticello soltanto Cingallegra, l'aveva sbagliata, e forse anche si era lasciato lusingare dalla voce di lei.
"Perché non canti tu pure? Chi sa non venga un pettirosso fatato anche per te". Reginotta alzò sdegnosamente le spalle e non rispose.
"Ne ho pensato un'altra. Comprerò una gabbia e un pettirosso identici a quelli di Cingallegra, li scambieremo, e..."
Reginotta, senza neppure lasciarlo finire di parlare, alzò sdegnosamente le spalle e non rispose. Il padre, che le voleva troppo bene, si angustiava di vederla continuamente triste a quel modo; e malediva il momento in cui gli era venuto in testa di dire alla gente: "La maggiore la darò al Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela!"
Una mattina entrò nella bottega un giovane, di aspetto rozzo, vestito da contadino, con scarpe grosse e cappellone di paglia.
"Compare, che cosa cercate?"
"Una pentola e una moglie".
"La pentola eccola qui. La moglie... Sentite? Ho una figlia che canta meglio d'una cingallegra; se la volete pigliatevela".
"Non compro gatta in sacco".
"Ve la faccio vedere. Ohe, Cingallegra!"
Invece di Cingallegra, si presentò Reginotta.
"Questa non è per voi".
"Allora... tornerò domani".
"E la pentola?"
"Pentola e moglie tutto a una volta".
E appena colui era andato via, accorse Cingallegra.
"Dov'eri? Che cosa facevi?"
"Governavo il pettirosso".
"Hai perduto la fortuna: un marito".
"Il marito che mi vuole sarà qui fra otto giorni".
Il ramaio e la Reginotta si guardarono stupiti. E questa fece subito:
"Dovrà sposare prima di me?"
Era diventata verde dalla bile. Otto giorni dopo, il contadino tornava.
"Compare, che cosa cercate?"
"Una pentola e una moglie".
"La pentola eccola qui. La moglie... Oh! Cingallegra! Se la volete pigliatevela". Invece di Cingallegra si presentava Reginotta.
"Questa non fa per me. Tornerò domani".
"Aspettate: ecco l'altra mia figliola".
Il contadino quasi cantilenando disse:

"Manine che per gli altri vi sciupate, 
D'oro e brillanti coperte sarete.
Piedini che per casa troppo andate, 
Su bei cuscini vi riposerete; 
Vocina che nell'orto ora cantate, 
Gioia di casa mia diventerete.
Cingallegra, mi volete?"

"Vi voglio se vuole mio padre".
"Ne riparleremo, compare, quando avrò maritata la maggiore".
Reginotta aveva dato al padre un'occhiataccia, per questo il ramaio rispondeva così.
"Allora... tornerò tra un mese".
"E la pentola?"
"Pentola e moglie tutto a una volta".
Reginotta, dalla bile, era diventata ancora più verde. Quel zoticone, aveva osato dire: "Questa non fa per me!"
Cingallegra intanto era tornata su, e cantava, cantava, sventolando il fuoco sotto i fornelli. Il pettirosso che già aveva imparato bene, cantava insieme con lei, e si facevano udire per tutta la via. E la gente: "Brava Cingallegra e il suo pettirosso!"

Stegg A.


Un mese dopo, riéccoti il giovane contadino.
"Compare, che cosa cercate?"
"Una pentola e una moglie".
"La pentola eccola qui... La moglie..."
"Eccola qua! Mi volete, Cingallegra?"
"Vi voglio, se vuole mio padre".
"E pigliatevela e portatela via! Ma senza dote né niente!", rispose il ramaio che non ne poteva più.
"La sola gabbia del pettirosso!"
"E una pentola, Cingallegra!"
"Niente, neppure una padellina!", disse il ramaio.
"Tenetevi pentole, paioli, padelline, caldaie, sono tutti bucati e non servono!..."
Il ramaio non aveva badato a queste parole. Ma non appena Cingallegra e il suo sposo erano andati via portando con sé soltanto la gabbia vuota, perché il pettirosso una mattina era scomparso, il ramaio cominciò a disperarsi.
Quando era sul punto di dar l'ultimo colpo a una pentola, a un paiolo, a una padellina, a una caldaia, gli accadeva di picchiare così forte col martello, da farvi un buchino. E più egli tentava di rimediare quel guasto, e più il buchino si allargava. Gli avventori venivano, guardavano bene, e accorgendosene non compravano; e così la bottega si screditava. Di Cingallegra e di suo marito non si sapeva nessuna notizia. Ora il ramaio rimpiangeva quella figliola da lui maltrattata per dar ragione alla sorella maggiore; la casa era divenuta un sudiciume, non ostante che egli avesse dovuto prendere una donna per i servigi. Si desinava male, si cenava peggio: e per giunta gli affari andavano a rotta di collo con quelle caldaie, pentole, padelle, e quei paioli tutti bucati che nessuno voleva comprare.
Intanto, Reginotta continuava a menare la stessa vita di prima: si levava da letto tardi, e poi pettinata, bene agghindata, se ne stava alla finestra o giù in bottega per mettersi in mostra, e non si accorgeva che gli anni passavano e che lei, dalla bile, imbruttiva. Ma un giorno ci mancò poco che non le cogliesse un accidente. Era venuto un giovane signore a comprare molti oggetti di rame. Sceglieva questo e quello, senza osservarli bene e faceva mettere da parte gli oggetti di suo gradimento: un gran cumulo.
Il ramaio si sentiva tremare il cuore pensando:
'E se si accorge dei buchini?'
Quel signore continuava a scegliere senza osservare bene gli oggetti; sembrava che volesse proprio portar via tutta la bottega.
"E questa quando la mariteremo? L'altra è stata fortunata, sposando un cugino del Re!"
"Un contadino, volete dire!"
"Un cugino del Re, ragazza mia. Come? non lo sapete?"
"E dove si trovano?", domandò il ramaio.
"Come? Non lo sapete? Si cammina un giorno e una notte e si arriva a piè di una montagna coperta di boschi. In alto, a mezza costa, c'è il gran castello del cugino del Re. Per ora si trovano colà... Facciamo il conto, ramaio".
Il ramaio volle mostrarsi onesto, e gli disse:
"Prima di pagare, signore, riguardate bene gli oggetti".
Guarda, volta, rivolta, con stupore del ramaio, non c'era in nessuno di essi il minimo buchino.
"Mettete ogni cosa da parte; manderò un servitore domani".
Pagò e andò via.
"Perché piangi, figliola?"
"Perché sono disgraziata!"
"Non disperare. Com'è venuta la fortuna per tua sorella, verrà un giorno o l'altro anche per te".
Una mattina il ramaio vide fermarsi davanti alla bottega un ragazzaccio col vestito a sbrendoli e i piedi scalzi; sembrava mezzo scemo.
"Che cosa vuoi? Come ti chiami?"
"Mi chiamo Reuccio".
Il ramaio trasalì. E senza chieder altro, lo invitò a entrare, a sedersi e corse su dalla figliola.
"È arrivato il Reuccio! Travestito, per non farsi riconoscere; i grandi sogliono fare così".
Reginotta, fuor di sé dalla gioia e dalla vanità, si alzò, si agghindò, e scesa giù, si fece avanti con un grand'inchino:
"Ben venuto, Reuccio!"
"Questa è mia figlia, Reuccio!"
Un grand'inchino anche lui, e soggiunse:
"Comandate, ordinate, fate come se foste in casa vostra".
"Datemi una bella fetta di pane. Non mangio da ieri".
"Altro che pane, Reuccio!"
E mandò la donna a far spesa larga. A Reginotta quegli sbrendoli parevano una ricchezza. Pensava che il Reuccio, travestendosi a quel modo, le dava una gran prova di affezione. E vedendolo divorare come un lupo, a tavola, pensava che doveva costargli molto il fingere di essere affamato. Più Reuccio mostrava in viso il gran stupore di vedersi trattato così, e più il ramaio e la figlia si confermavano che fosse venuto in incognito per conoscerla meglio.
"Ti ha detto niente?", domandava il padre.
"Niente. E a te? Aspettiamo!"
"Aspettiamo!"
Reuccio mangiava, beveva, dormiva, ingrassava a vista d'occhio, ma di chiedere la mano della figlia del ramaio non se ne ragionava. Il ramaio tentava di portare il discorso intorno alle nozze, ma Reuccio non capiva o fingeva di non capire. La figlia fu meno paziente del padre, e una mattina disse a Reuccio:
"Se siete venuto per sposarmi, sposiamoci subito".
"Ah! Ah! Ah!", Reuccio si contorceva dalle risa.
"Perché ridete, Reuccio?"
"Ahi Ah! Ah!.. Sposiamoci pure!"
"Così, con codesti cenci?"
"Fatemi voi un bel vestito. Ah! Ah! Ah!", Reuccio rideva come un matto. Reginotta era dispiacente di dover sposarsi senza carrozze, senza festa, come una popolana qualunque; ma, pur di diventare Reginotta davvero, si rassegnava.
La festa e il resto verrebbero poi; e allora toccava alla Cingallegra di crepare di invidia e di rabbia. Sposarono alla chetichella. Ma trascorsi parecchi giorni, e vedendo che le cose andavano come prima, cioè che colui mangiava, beveva, dormiva, ingrassava, e non accennava a condurla al palazzo reale del suo regno, Reginotta non si ritenne più:
"Insomma, Reuccio, quando andiamo al palazzo reale?"
"Quando voi volete, moglie mia".
La prese sotto il braccio e la condusse davanti al palazzo reale.
"Non entriamo?"
"Non s'entra, ci sono le guardie".
"E voi non siete il Reuccio? Non comandate ad esse?"
"Mi chiamo Reuccio ma non sono Reuccio".
"Non siete Reuccio? Ah furfante!"
E gli si gettò addosso, per accopparlo. Ma Reuccio le assestò certi pugni sul viso da illividirle le guance. Accorse gente, e li divisero. Tutti domandavano: "Che cosa è stato? Niente. La figlia del ramaio che letica col marito!"
Tornò a casa sola, mezza pazza dal gran disinganno.
"Questa è una infamità di mia sorella Cingallegra!"
"Non era il Reuccio?"
"No babbo: si chiamava Reuccio! Che vergogna! Che vergogna! Bisogna andar via da questo paese, o m'impicco a una trave!"
Il padre che ora, vedendola così disgraziata, le voleva più bene, fece caricare tutta la roba su due carri. Partirono di nottetempo. Dopo un giorno e una notte, arrivarono a piè di una montagna coperta di boschi. A un punto della strada, incontrarono un cacciatore.
"Non proseguite, buona gente. È straripato il fiume e ha inondato la campagna".
"Grazie, cacciatore. E dove potremo ricoverarci?"
"Venite con me. Starete bene".
Potevano mai immaginarsi di capitare nel castello dov'era sposa felice Cingallegra, e che quel cacciatore fosse il principe Pettirosso? Ma Cingallegra li accolse con tanta cordialità che la superbiosa Reginotta sentì spezzarsi il cuore e pianse dolcissime lacrime di ravvedimento. Il ramaio poi non stava nei panni dalla contentezza di aver ritrovato sua figlia Principessa come si ostinava a chiamarla, non ostante che lei e il Principe gli ripetessero:
"Siamo sempre Cingallegra e Pettirosso".
Quel che avvenne dopo, e perché il Principe si chiamasse Pettirosso, ve lo racconterò un'altra volta, se vi piacerà di saperlo. Per oggi, al solito:

Larga la foglia, stretta la via
Dite la vostra che ho detto la mia.

Da:
"Chi Vuol Fiabe, Chi Vuole?", Luigi Capuana.