Il Gatto di Perrault, così come quello di Collodi, è, in realtà, una Gatta, lasciata in eredità al più piccolo dei suoi figli non dal padre, ma dalla madre morente ne Le Piacevoli Notti di Straparola. In più, la donna si chiamava Soriana. La gatta è ovviamente l'Antenata per via materna che s'incarica di proteggere e beneficare il più piccolo e indifeso. Costantino, quantunque fusse bello di faccia, nondimeno per lo patire che avea fatto, era pieno di rogna e di tigna che gli davano grandissima molestia. Ed andatosene con la sua gatta al fiume, fu da quella da capo a piedi diligentemente leccato e pettinato; ed in pochi giorni rimase del tutto libero. Chiunque abbia assistito al parto della gatta "di famiglia" non potrà non pensare alla neo-madre che lecca lungamente e rudemente i piccoli per liberarli dalla placenta ed attivare la circolazione.
Anche per Basile (II, 4), quando la nomina direttamente, l'aiutante di Gagliuso è una gatta. Croce, nella sua traduzione, le ha cambiato sesso.
Pitrè, in luogo del gatto, riporta le avventure della Volpe Giovannuzza. E, come nelle fiabe meridionali, in tutta Europa, nelle varianti non copia-incolla della più celebre versione di Perrault, il gatto/gatta è una volpe ( Grecia, Bulgaria, Russia... ma persino una fiaba nepalese: La Volpe e il Mendicante!).
Non c'è l'orco ma la classica Mamma Draga meridionale. Calvino, nella sua raccolta, ispirandosi direttamente a tre varianti siciliane, una catanese e due palermitane, non solo maschilizza Mamma-Draga, ma la "toscanizza" in Babbo-Drago!!! Da una fiaba siciliana! Quando si rassegneranno al fatto che da Firenze in giù si dice "Papà!" ? E che "babbo", se non una leziosità ridicola, in tempi andati, poteva essere interpretato come un insulto addirittura?
La versione raccolta dall'Imbriani è, ovviamente, non una fiaba letteraria, ma , mutuando sprazzi perfino da Alì Baba, e da La Principessa sul Pisello (versione Totò di "Miseria e Nobiltà": Non facciamoci riconoscere!), è più divertente e colorita. E anche qui parliamo di una gatta.
E' molto interessante ciò che in genere non solo ignoro, ma esorcizzo. La "Morale". Nelle due versioni più antiche, è evidente la sottolineatura della forza magica della benedizione materna (anche in Imbriani, la gatta è una creatura fatata : non scippa castelli e possedimenti, li evoca con la sua bacchetta magica!). Tanto è vero che, nelle varianti toscane e meridionali, il finale è triste: la gatta/volpe mette alla prova la gratitudine del suo protetto, e, restandone disgustata, lo spoglia di ogni beneficio ricevuto.
In Perrault, si punta sulla simpatia truffaldina del felino ma si sottolinea crudamente come bellezza e buone maniere non siano sufficienti a suscitare amore e fortuna se non si indossano i panni giusti. Il suo aristocratico cinismo viene completamente sovvertito dal borghese Collodi, estremamente benevolo verso la libertà d'impresa del gatto faccendiere.
Mab
Visualizzazione post con etichetta Perrault C.. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Perrault C.. Mostra tutti i post
martedì 5 novembre 2013
domenica 11 agosto 2013
Puccettino, Collodi Traduce Perrault, (Illustrazioni G.Dorè)
La cosa che maggiormente li tormentava, era che il minore veniva su delicato e non parlava mai: e questo che era un segno manifesto di bontà del suo carattere, lo scambiavano per un segno di stupidaggine.
Il ragazzo era minuto di persona; e quando venne al mondo, non passava la grossezza di un dito pollice; per cui lo chiamarono Puccettino.
Capitò un'annata molto trista, nella quale la carestia fu così grande, che quella povera gente risolvettero di disfarsi de' loro figliuoli.
Una sera che i bambini erano a letto, e che il taglialegna stava nel canto del fuoco, disse, col cuore che gli si spezzava, alla sua moglie:
"Come tu vedi, non abbiamo più da dar da mangiare ai nostri figliuoli: e non mi regge l'animo di vedermeli morir di fame innanzi agli occhi: oramai io sono risoluto a menarli nel bosco e farveli sperdere; né ci vorrà gran fatica, perché, mentre essi si baloccheranno a far dei fastelli, noi ce la daremo a gambe, senza che abbiano tempo di addarsene".
"Ah!- gridò la moglie - e puoi tu aver tanto cuore da sperdere da te stesso le tue creature?"
Il marito ebbe un bel tornare a battere sulla miseria, in cui si trovavano; ma la moglie non voleva acconsentire a nessun patto. Era povera, ma era madre: peraltro, ripensando anch'essa al dolore che avrebbe provato se li avesse veduti morire di fame, finì col rassegnarvisi, e andò a letto piangendo. Puccettino aveva sentito tutti i loro discorsi: e avendo capito, dal letto, che ragionavano di affari, si levò in punta di piedi, sgattaiolando sotto lo sgabello di suo padre, per potere ascoltare ogni cosa senz'esser visto.
Quindi ritornò a letto, e non chiuse un occhio nel resto della nottata, rimuginando quello che doveva fare. Si levò a giorno, e andò sul margine di un ruscello, dove si riempì la tasca di sassolini bianchi: poi chiotto chiotto se ne tornò a casa.
Partirono, ma Puccettino non disse nulla ai suoi fratelli di quello che sapeva.
Entrarono dentro una foresta foltissima, dove alla distanza di due passi non c'era modo di vedersi l'uno coll'altro. Il taglialegna si messe a tagliar legne, e i ragazzi a raccogliere delle frasche per far dei fastelli.
Il padre e la madre, vedendoli intenti al lavoro, si allontanarono adagio adagio, finché se la svignarono per un viottolo fuori di mano.
Quando i ragazzi si videro soli, si misero a strillare e a piangere forte forte.
Puccettino li lasciò berciare, essendo sicuro che a ogni modo sarebbero tornati a casa; perché egli, strada facendo, aveva lasciato cadere lungo la via i sassolini bianchi che s'era messi nella tasca.
"Non abbiate paura di nulla, fratelli miei - disse loro - il babbo e la mamma ci hanno lasciati qui soli; ma io vi rimenerò a casa: venitemi dietro."
Essi infatti lo seguirono, ed egli li menò per la stessa strada che avevano fatta, andando al bosco. Da principio non ebbero coraggi d'entrarvi: e si messero in orecchio alla porta di casa per sentire quello che dicevano fra loro, il padre e la madre.
Ora bisogna sapere che quando il taglialegna e sua moglie rientrarono in casa, trovarono che il signore del villaggio aveva mandato loro dieci scudi, di cui era debitore da molto tempo, e sui quali non ci contavano più. Questo bastò per rimettere un po' di fiato in corpo a quella povera gente, che era proprio a tocco e non tocco per morir di fame.
Il taglialegna mandò subito la moglie dal macellaro. E siccome era molto tempo che non s'erano sfamati, essa comprò tre volte più di carne di quella che ne sarebbe abbisognata per la cena di due persone.
Quando furono pieni, la moglie disse:
"Ohimè! dove saranno ora i nostri figliuoli? se fossero qui potrebbero farsi tondi coi nostri avanzi! Ma tant'è, Guglielmo, se' stato tu che hai voluto smarrirli: ma io l'ho detto sempre che ce ne saremmo pentiti. Che faranno ora nella foresta? Ohimè! Dio mio! i lupi forse a quest'ora l'hanno bell'e divorati. Proprio non bisogna aver cuore, come te, per isperdere i figliuoli a questo modo!...".
Il taglialegna perse la pazienza, perché la moglie tornò a ripetere più di venti volte che egli se ne sarebbe pentito, e che essa l'aveva di già detto e ridetto: e minacciò di picchiarla se non si fosse chetata.
Questo non voleva dire che il taglialegna non potesse essere anche più addolorato della moglie; ma essa lo tormentava troppo: ed egli somigliava a tanti altri, che se la dicono molto colle donne che parlano con giudizio, ma non possono soffrire quelle che hanno sempre ragione.
La taglialegna si struggeva in pianti, e seguitava sempre a dire:
"Ohimè! dove saranno ora i miei bambini? i miei poveri bambini?".
Una volta, fra le altre, lo disse così forte, che i ragazzi, che erano dietro l'uscio, la sentirono e gridarono tutti insieme:
"Siamo qui! siamo qui!".
Essa corse subito ad aprir l'uscio e, abbracciandoli, disse:
"Che contentezza a rivedervi, miei cari figliuoli! Chi lo sa come siete stanchi, e che fame avete! e tu, Pieruccio, guarda un po' come ti sei inzaccherato! vien qua, che ti spillaccheri".
Pieruccio era il maggiore dei figliuoli e la madre gli voleva più bene che agli altri, perché era rosso di capelli come lei.
Si messero a tavola e mangiarono con un appetito, che fecero proprio consolazione al babbo e alla mamma, ai quali raccontarono, parlando quasi tutti nello stesso tempo, la gran paura che avevano avuta nella foresta.
Quella buona gente era tutta contenta di rivedere i figliuoli in casa; ma la contentezza durò finché durarono i dieci scudi. Quando questi finirono, tornarono al sicutera delle miserie, e allor decisero di smarrirli daccapo; e per andare sul sicuro, pensarono di condurli molto più lontani della prima volta. Peraltro di questa cosa non poterono parlarne con tanta segretezza, che Puccettino non sentisse tutto; il quale pensò di cavarsene fuori col solito ripiego: se non che, quantunque si alzasse sul far del giorno per andare in cerca di sassolini bianchi, rimase proprio come quello, e non poté far nulla, perché trovò l'uscio di casa serrato a doppia mandata.
Egli non sapeva davvero che cosa stillarsi, quando ecco che la madre dette a ciascuno di loro un pezzo di pane per colazione. Allora gli venne in capo che di quel pane avrebbe potuto servirsene, invece dei sassolini, seminando i minuzzoli lungo la strada per dove sarebbero passati. E si messe il pane in tasca.
Il padre e la madre li condussero nel punto più folto e più oscuro della foresta: e quando ci furono arrivati, essi presero una scappatoia e via.
Puccettino non se ne fece né in qua né in là, perché sapeva di poter ritrovare facilmente la strada coll'aiuto dei minuzzoli sparsi; ma figuratevi come rimase, quando si accorse che i minuzzoli glieli avevano beccati gli uccelli.
Eccoli dunque tutti afflitti, perché più camminavano e più si perdevano nella foresta. Intanto si fece notte e si alzò un vento da far paura. Pareva ad essi di sentire da tutte le parti urli di lupi, che si avvicinavano per mangiarli. Non avevano fiato né per discorrere, né per voltarsi indietro.
Venne poi una grand'acqua che li bagnò fin sotto la pelle: a ogni passo sdrucciolavano e cascavano nella mota: e quando si rizzavano tutti infangati, non sapevano dove mettersi le mani.
Puccettino montò in cima a un albero per vedere se scuopriva paese; e guardando da ogni parte, vide un lumicino piccino, come quello di una candela, il quale era lontano lontano, molto al di là della foresta.
Scese dall'albero: e quando fu in terra, non vide più nulla. Questa cosa gli diede un gran dolore. Nonostante, camminando innanzi coi suoi fratelli, verso quella parte dove aveva veduto il lumicino, finì col rivederlo da capo mentre usciva fuori del bosco.
Arrivarono finalmente alla casa dove si vedeva questo lume: non senza provare delle grandi strette al cuore, perché di tanto in tanto lo perdevano di vista, segnatamente quando camminavano in qualche pianura molto bassa.
Picchiarono a una porta: una buona donna venne loro ad aprire, e domandò loro che cosa volevano. Puccettino disse che erano poveri ragazzi che s'erano spersi nella foresta, e che chiedevano da dormire per amor d'Iddio.
La donna, vedendoli tutti così carini, si messe a piangere, e disse:
"Ohimè! poveri miei figliuoli, dove siete mai capitati? Ma non sapete che questa è la casa dell'Orco che mangia tutti i bambini?".
"Ah, signora - rispose Puccettino, il quale tremava come una foglia, e così i suoi fratelli - Che cosa volete che facciamo? Se non ci pigliate in casa, è sicuro che i lupi stanotte ci mangeranno. E in tal caso, è meglio che ci mangi questo signore. Forse se voi lo pregate, potrebbe darsi che avesse compassione di noi."
La moglie dell'Orco, sperando di poterli nascondere a suo marito fino alla mattina dopo, li lasciò entrare e li menò a riscaldarsi intorno a un buon fuoco, dove girava sullo spiede un montone tutt'intero, che doveva servire per la cena dell'Orco.
Mentre cominciavano a riscaldarsi, sentirono battere tre o quattro colpi screanzati alla porta. Era l'Orco che tornava.
In men d'un baleno, la moglie li nascose tutti sotto il letto ed andò ad aprire.
L'Orco domandò subito se la cena era lesta e il vino levato di cantina: e senza perder tempo si mise a tavola. Il montone non era ancora cotto e faceva sempre sangue, e per questo gli parve anche più buono. Poi, fiutando di qua e di là, cominciò a dire che sentiva odore di carne viva.
"Sarà forse - disse la moglie - quel vitello che ho spellato or ora, che vi mette per il naso quest'odore."
"E io dico che sento l'odore di carne viva - riprese l'Orco guardando la moglie di traverso - e qui ci deve essere qualche sotterfugio!..."
Nel dir così si alzò da tavola e andò difilato verso il letto.
"Ah!- egli gridò - tu volevi dunque ingannarmi, brutta strega? Non so chi mi tenga dal fare un boccone anche di te. Buon per te, che sei vecchia e tigliosa! Ecco qui della selvaggina, che mi capita in buon punto per far trattamento a tre Orchi miei amici, che verranno da me in questi giorni."
E li tirò fuori di sotto il letto, uno dietro l'altro.
Quei poveri bambini si buttarono in ginocchio, chiedendogli perdono, ma avevano da fare col più crudele di tutti gli Orchi, il quale, facendo finta di sentirne compassione, li mangiava di già cogli occhi prima del tempo, dicendo alla moglie che sarebbero stati una pietanza delicata, in specie se gli avesse accomodati con una buona salsa.
Andò a prendere un coltellaccio, e avvicinandosi a quei poveri figliuoli, lo affilava sopra una lunga pietra che egli teneva nella mano sinistra.
E ne aveva già agguantato uno, quando la moglie gli disse:
"Che ne volete voi fare a quest'ora? non sarebbe meglio aspettare a domani?".
"Chetati, te!- riprese l'Orco - Così saranno più frolli."
"Ma ve ne avanza ancora tanta della carne! C'è qui un vitello, un montone e un mezzo maiale..."
"Hai ragione - disse l'Orco - rimpinzali dunque per bene, perché non abbiano a smagrire, e portali a letto."
Quella buona donna, fuor di sé dalla contentezza, dette loro da cena: ma essi non poterono mangiare a cagione della gran paura che avevano addosso.
In quanto all'Orco, ricominciò a bere, soddisfattissimo di aver trovato di che regalare ai suoi amici. Vuotò una dozzina di bicchieri di più del solito, finché il vino gli die' al capo e fu obbligato ad andare a letto.
L'Orco aveva sette figliuole, che erano sempre bambine, le quali erano tutte di un bel colorito, perché, come il padre, si cibavano di carne cruda; ma avevano degli occhiettini grigi e tondi, e il naso a punta e una bocca larghissima, con una rastrelliera di denti lunghi, affilati e staccati l'uno dall'altro.
Non erano ancora diventate cattive: ma promettevano bene, perché di già mordevano i fanciulli per succhiare il sangue.
Le avevano mandate a dormire di buon'ora, ed erano tutte e sette in un gran letto, ciascuna con una corona d'oro sulla testa.
Nella stessa camera c'era un altro letto della medesima grandezza. Fu appunto in questo letto che la moglie dell'Orco messe a dormire i sette ragazzi; e dopo andò a coricarsi accanto a suo marito. Puccettino, che s'era avviso che le figlie dell'Orco portavano una corona d'oro in capo, e che aveva sempre paura che l'Orco non si ripentisse di averli sgozzati subito, si levò verso mezzanotte, e prendendo i berretti dei fratelli ed il suo, andò pian pianino a metterli sul capo delle sette figlie dell'Orco, dopo aver loro levata la corona d'oro, che pose sul capo suo e de' suoi fratelli, perché l'Orco li scambiasse per le proprie figlie, e pigliasse le sue figlie per i fanciulli che voleva sgozzare.
E la cosa andò appuntino com'egli se l'era figurata; perché l'Orco, svegliatosi sulla mezzanotte, si pentì di aver differito al giorno dopo quello che poteva aver fatto la sera stessa.
Saltò dunque il letto bruscamente, e prendendo il coltellaccio:
"Andiamo un po' a vedere - disse - come stanno queste birbe; e facciamola finita una volta per tutte". Quindi salì a tastoni nella camera delle sue figlie, e si avvicinò al letto dove erano i ragazzi, i quali dormivano tutti, meno Puccettino, che ebbe una gran paura quando sentì l'Orco che gli tastava la testa, come l'aveva già tastata ai suoi fratelli.
L'Orco sentendo la corona d'oro, disse:
"Ora la facevo bella davvero! Si vede proprio che ieri sera ne ho bevuto mezzo dito di più".
Allora andò all'altro letto, e avendo sentito i berretti dei ragazzi:
"Eccoli - disse - questi monellacci! Lavoriamo di fine".
E nel dir così, senza esitare, tagliò la gola alle sue sette figliuole.
Contentissimo del fatto suo, andò di nuovo a coricarsi accanto alla moglie.
Appena che Puccettino sentì l'Orco che russava, svegliò i suoi fratelli e disse loro di vestirsi subito e di seguirlo. Scesero in punta di piedi nel giardino e scavalcarono il muro. Corsero a gambe quasi tutta la notte, tremando come foglie, e senza sapere dove andavano.
Quando l'Orco si svegliò, disse alla moglie:
"Va' un po' a vestire quei monelli di ieri sera".
L'Orchessa restò molto meravigliata della bontà insolita di suo marito, e non le passò neanche dalla mente che per vestirli egli volesse intendere un'altra cosa, credendo in buona fede di doverli andare a vestire. Salì dunque di sopra, e rimase senza fiato in corpo, vedendo le sue sette figliuole scannate e immerse nel proprio sangue. Cominciò subito dallo svenirsi, essendo questo il primo espediente, a cui in simili casi ricorrono tutte le donne.
L'Orco, temendo che la moglie non mettesse troppo tempo a far quello che le aveva ordinato, salì di sopra anche lui per darle una mano; e non rimase meno sconcertato alla vista di quello spettacolo orrendo.
"Ah! che ho mai fatto? - gridò - Ma quei disgraziati me la pagheranno, e subito!"
E senza mettere tempo in mezzo, gettò una brocca d'acqua sul naso della moglie, e così avendola fatta tornare in sé:
"Dammi subito - disse - i miei stivali di sette chilometri, perché io li voglio raggiungere".
E uscì fuori all'aperta campagna, e dopo aver corso di qua e di là, finalmente infilò la striù di carne di quella che ne saquei poveri ragazzi, che erano forse distanti non più di cento passi dalla casa paterna.
Essi videro l'Orco che passava di montagna in montagna, traversando i fiumi colla stessa facilità come se fossero stati rigagnoli.
Puccettino avendo occhiata una roccia incavata, lì vicino al luogo dove si trovavano, vi fece nascondere i sei fratelli, e vi si nascose anch'esso, senza perdere peraltro di vista tutte le mosse dell'Orco.
L'Orco che cominciava a sentirsi rifinito dalla strada fatta (perché gli stivali di sette chilometri son molto faticosi per chi li porta), pensò di ripigliar fiato, e il cielo volle che andasse per l'appunto a sedersi sopra la roccia, dove quei ragazzi si erano nascosti.
E siccome era stanco morto, dopo essersi sdraiato si addormentò, e si messe a russare con tanto fracasso, che i poveri ragazzi ebbero la stessa paura di quando lo videro col coltellaccio in mano, in atto di far loro la festa.
Ma Puccettino non ebbe tutta questa paura, e disse ai fratelli di scappare a gambe verso casa, mentre l'Orco dormiva come un ghiro; e di non stare in pena per lui.
Essi non se lo fecero dir due volte, e in pochi minuti arrivarono a casa.
Puccettino intanto si avvicinò all'Orco: gli levò adagino gli stivali, e se l'infilò per sé.
Questi stivali erano molto grandi e molto larghi, ma perché eran fatati, avevano la virtù d'ingrandirsi e di rimpicciolirsi, secondo la gamba di chi li calzava: per cui, gli tornavano precisi, come se fossero stati fatti per il suo piede.
Eglì andò di carriera alla casa dell'Orco, dove trovò la moglie che piangeva per le figlie uccise. "Vostro marito - le disse Puccettino - si trova in un gran pericolo: è cascato fra le mani di una banda di assassini, che hanno giurato di ucciderlo, se non consegna loro tutto il suo oro e il suo argento. Mentre gli stavano col pugnale alla gola, esso mi ha visto, e mi ha pregato di venir qui per avvertirvi della sua trista condizione e per invitarvi a darmi tutto quello che egli possiede di prezioso, senza ritenervi nulla, perché caso diverso, lo uccideranno senz'ombra di misericordia. E siccome il tempo stringe, egli ha voluto che prendessi i suoi stivali di sette chilometri, come vedete, e non solo perché mi spicciassi, ma anche perché possiate accertarvi che non sono un imbroglione."
La buona donna, tutta spaventata, gli diede ogni cosa che aveva; perché l'Orco, in fin dei conti, era un buon marito, quantunque fosse ghiotto di bambini.
Puccettino, col carico addosso di tutte le ricchezze dell'Orco, tornò a casa del padre, dove fu accolto con grandissima festa.
C'è per altro della gente che non crede che la cosa finisse così; e pretendono che Puccettino non commettesse mai questo furto a danno dell'Orco: e che solo non si facesse scrupolo di prendergli gli stivali di sette chilometri, perché egli se ne serviva unicamente per dare la caccia ai ragazzi.
Questi tali accertano di aver saputo la verità proprio sul posto, per essersi trovati a mangiare e bere nella stessa casa del taglialegna.
Raccontano, dunque, che quando Puccettino ebbe infilato gli stivali dell'Orco, se ne andò alla Corte, dove stavano tutti in gran pensiero per un'armata, che era in campagna alla distanza di duecento chilometri, e per l'esito di una battaglia data pochi giorni avanti.
Dimodoché Puccettino andò a trovare il Re e gli disse che se lo desiderava avrebbe potuto portargli le notizie dell'armata, prima del calar del sole. E il Re gli promise una grossa somma, se egli fosse stato da tanto.
La sera stessa Puccettino ritornò colle notizie dell'armata; e questa prima corsa avendolo messo in buona vista, guadagnava quel che voleva; perché il Re lo pagava profumatamente, valendosi di lui per portare i suoi ordini al campo; e un'infinità di signore gli davano quel che chiedeva, per aver le nuove dei loro amanti; e questo fu il guadagno più concludente di tutti gli altri. Ci furono anche alcune mogli che gli consegnarono delle lettere per i loro mariti; ma esse pagavano coi gomiti, e il profitto era così meschino, che egli non si degnò nemmeno di segnare nel libro degli utili i piccoli benefizi che gli pervenivano per questo titolo.
Dopo aver fatto per qualche tempo il mestiere del corriere, e avere ammassato grandi ricchezze, ritornò alla casa di suo padre, dove non è possibile immaginarsi la festa che gli fecero nel rivederlo fra loro.
Egli messe la sua famiglia nell'agiatezza; comprò degl'impieghi, di recente fondazione, per il padre e per i fratelli: formò a tutti uno stato conveniente; e gli rimase sempre un ritaglio di tempo, tanto da fare il damerino colle signore.
La storia di questo piccolo eroe, che i francesi chiamano Petit Poucet, perché era grande appena come il dito pollice, è stata forse inventata apposta per dar ragione e autorità a quell'antico proverbio che dice:
"Gli uomini non si misurano a canne!".
Traduzione di "Le Petit Poucet" (C. Perrault) di Carlo Collodi, "I Racconti delle Fate".
Illustrazioni di G. Dorè.
Qui, per quel che riguarda, in generale, considerazioni e rimandi.
martedì 21 maggio 2013
"Pelle D'Asino" in Italia
Dalle note di Calvino alla sua "Pelle d'Asino", la fiaba n.103, "Maria di Legno":
"E' una delle fiabe più diffuse in tutta Italia; e la mia stesura s'ispira liberamente a più versioni per costituire un testo il più completo possibile. Già nel Cinquecento la fiaba del padre che vuole sposare la figlia e della fuga di lei travestita fu raccontata dallo Straparola ( I,4: Doralice figlia di Tebaldo Re di Salerno fugge in un armadio, sposa un re, il parto le viene scambiato, ecc...); nel Seicento la troviamo nell'Orza di Basile ( II,6; la figlia del Re di Rocc'Aspra si salva trasformandosi per fatagione in orsa, ecc...) e nella Peau d'Asne di Perrault, che più si avvicina alle versioni popolari (cfr. anche Grimm 65).
[...] In alcune versioni, a simiglianza di Peau d'Asne, la figlia si traveste con una pelle d'animale (d'asino, d'orso, di cavallo, di capretto) ma nella più gran parte il travestimento è costituito da un involucro di legno, non ben definito ( talvolta da una buccia di zucca o da un vestito di sughero). A questa fiaba s'apparentano quelle in cui la ragazza fugge travestita perché ha detto al padre che gli vuol bene come il sale e per tutta la parte delle feste da ballo, è identica al notissimo tipo 'Cenerentola'"
Come sempre, sottolineo il massacro delle fiabe popolari, mescolate, ritinte e frullate per ottenere la versione che dovrebbe rappresentare una regione...
In ultimo, la nota più importante: in Italia, la fiaba, nella seconda parte, è del tutto simile a "Cenerentola". Inoltre, molto spesso, i protagonisti non sono Re e Regine, ma povera gente. E la successione come moglie del padre, viene sancita dalla madre stessa che non mette come condizione una rara bellezza, ma una caratteristica fisica (un dente d'oro), o, rimandando ancòra una volta a "Cenerentola", un anellino - la stessa fede nuziale in talune versioni - che solo la moribonda e la futura nuova moglie potranno infilarsi al dito. Stranamente, sarà proprio la madre morta a fungere da fata madrina e a salvare la figlia dall'incesto. A differenza di quanto affermato da Calvino, non sono altri "tipi" fiabeschi che "s'apparentano" a questa fiaba, ma è l'esatto contrario, tanto è vero che i saggi incentrati sullo studio delle Cenerentole includono "Pelle d'Asino" tra le fiabe affini. Inutile dire che questa fiaba, pur bella, non ha avuto la stessa fortuna di altre più celebri come la stessa "Cenerentola" o "Biancaneve". Il motivo è facilmente intuibile: il tema dell'incesto.
La traduzione di Collodi delle fiabe di Perrault è il primo libro che ho letto, prima ancòra di andare a scuola. E, pur essendo in versione integrale, era stato censurato: il Re, per avidità ed egoismo, intende far sposare la figlia con un decrepito Primo Ministro. A tutt'oggi, pur essendo contrarissima ad ogni taglio o censura, pur essendomi gloriosamente salvata dai libercoli tipo "le fiabe sonore" e sciagure consimili, non so dire se sia stato un male. Forse, cinque-sei anni erano davvero pochi per affrontare un tema del genere.
Mab
"E' una delle fiabe più diffuse in tutta Italia; e la mia stesura s'ispira liberamente a più versioni per costituire un testo il più completo possibile. Già nel Cinquecento la fiaba del padre che vuole sposare la figlia e della fuga di lei travestita fu raccontata dallo Straparola ( I,4: Doralice figlia di Tebaldo Re di Salerno fugge in un armadio, sposa un re, il parto le viene scambiato, ecc...); nel Seicento la troviamo nell'Orza di Basile ( II,6; la figlia del Re di Rocc'Aspra si salva trasformandosi per fatagione in orsa, ecc...) e nella Peau d'Asne di Perrault, che più si avvicina alle versioni popolari (cfr. anche Grimm 65).
[...] In alcune versioni, a simiglianza di Peau d'Asne, la figlia si traveste con una pelle d'animale (d'asino, d'orso, di cavallo, di capretto) ma nella più gran parte il travestimento è costituito da un involucro di legno, non ben definito ( talvolta da una buccia di zucca o da un vestito di sughero). A questa fiaba s'apparentano quelle in cui la ragazza fugge travestita perché ha detto al padre che gli vuol bene come il sale e per tutta la parte delle feste da ballo, è identica al notissimo tipo 'Cenerentola'"
Romby A.
Come sempre, sottolineo il massacro delle fiabe popolari, mescolate, ritinte e frullate per ottenere la versione che dovrebbe rappresentare una regione...
In ultimo, la nota più importante: in Italia, la fiaba, nella seconda parte, è del tutto simile a "Cenerentola". Inoltre, molto spesso, i protagonisti non sono Re e Regine, ma povera gente. E la successione come moglie del padre, viene sancita dalla madre stessa che non mette come condizione una rara bellezza, ma una caratteristica fisica (un dente d'oro), o, rimandando ancòra una volta a "Cenerentola", un anellino - la stessa fede nuziale in talune versioni - che solo la moribonda e la futura nuova moglie potranno infilarsi al dito. Stranamente, sarà proprio la madre morta a fungere da fata madrina e a salvare la figlia dall'incesto. A differenza di quanto affermato da Calvino, non sono altri "tipi" fiabeschi che "s'apparentano" a questa fiaba, ma è l'esatto contrario, tanto è vero che i saggi incentrati sullo studio delle Cenerentole includono "Pelle d'Asino" tra le fiabe affini. Inutile dire che questa fiaba, pur bella, non ha avuto la stessa fortuna di altre più celebri come la stessa "Cenerentola" o "Biancaneve". Il motivo è facilmente intuibile: il tema dell'incesto.
La traduzione di Collodi delle fiabe di Perrault è il primo libro che ho letto, prima ancòra di andare a scuola. E, pur essendo in versione integrale, era stato censurato: il Re, per avidità ed egoismo, intende far sposare la figlia con un decrepito Primo Ministro. A tutt'oggi, pur essendo contrarissima ad ogni taglio o censura, pur essendomi gloriosamente salvata dai libercoli tipo "le fiabe sonore" e sciagure consimili, non so dire se sia stato un male. Forse, cinque-sei anni erano davvero pochi per affrontare un tema del genere.
Mab
Etichette:
Appunti,
Bella nella Bara (La),
Calvino I.,
Collodi Traduce Perrault,
Fiabe Classiche,
Fiabe Popolari,
Italia,
Pelle d'Asino,
Perrault C.,
Romby A.,
Storia delle Storie (la)
lunedì 20 maggio 2013
La Ballata di Heer Halewijn - (False Lover), LanAwnShee
La ballata di Heer Halewijn è già di per sé molto antica: risalendo al XIII secolo è senz’altro
uno dei testi composti in lingua olandese più arcaici che possediamo; ma ovviamente ben
più antico della forma è il suo contenuto, che affonda le sue radici in un mitema appartenente
alla cultura germanica pre-cristiana di cui sono rimaste evidenti tracce anche in altre zone del
Nord Europa oltre ai Paesi Bassi, da quella tedesca a quella inglese a quella scandinava [1].
Questo mitema prevede la presenza di una figura maschile negativa che, attraverso una musica magica, riesce a incantare giovani fanciulle per poi violentarle e ucciderle. Un giorno, però, viene attirata da lui una principessa (o comunque una giovane nobile) che – resasi conto del pericolo che sta correndo – riesce a ingannare il suo nemico e a ucciderlo, salvando così se stessa.
Non è difficile riconoscere in questo l’archetipo di fiabe famose come "Il falso uccello" o "Lo sposo stregone" (KHM 46), de "Lo sposo brigante" (KHM 40) dei fratelli Grimm, o ancora del celeberrimo Barbablu di Perrault: ma, prima di diavoli e stregoni, briganti assassini e uxoricidi serial killer, gli antagonisti delle eroine erano esseri dotati di magia e, per questo, spesso considerati fatati. Apparivano sotto forma di cavalieri, con sembianze umane, a volte addirittura assumevano l’aspetto di uomini esistenti e si spacciavano per loro per ingannare le vittime, che inevitabilmente cedevano al loro fascino e pagavano quella loro imprudenza molto cara.
Si potrebbe parlare a lungo delle varianti esistenti registrate da ballate, tutte molto belle peraltro: dalla vicenda di May Colvin or False Sir John a The Water o’ Wearie’s Well, da Ritter Ulinger a Ulrich und Ännchen, tutte seguono lo stesso copione con variazioni formali, non sostanziali. Per comodità, dunque, si è deciso di raggrupparle insieme in una sorta di prototipo, denominato quello di "Lady Isabel and The Elf-Knight". A questo prototipo, ovviamente, appartiene anche Het Lied van Heer Halewijn, che rimane una delle attestazioni più antiche del tipo.
La ballata originale (trascritta nel XIX secolo da Charles de Coster) segue questo schema: Nel folto della foresta, Heer Halewijn comincia a cantare la sua canzone magica. La principessa la sente e, cadendo preda della sua malia, disobbedisce agli ordini dei genitori e fugge di casa dopo aver indossato i suoi vestiti migliori e i suoi gioielli più preziosi, rubando dalla stalla del padre il migliore destriero. Quando però, dopo aver a lungo galoppato nel bosco, la giovane incontra il cavaliere e viene da questi portata sotto l’albero dal quale pendono impiccate le sue precedenti vittime, l’incanto della musica svanisce e resta solo la consapevolezza di essere nelle mani di un assassino. Heer Halewijn, colpito dalla bellezza della principessa e dalla ricchezza dei suoi abiti, le concede l’onore di scegliere di che morte morire. Lei allora, con prontezza di spirito, gli chiede di essere uccisa con la spada e aggiunge: "Non faresti meglio a spogliarti? Non vorrei che gli schizzi del mio sangue ti macchino i vestiti." Ignaro della trappola, Heer Halewijn abbassa la guardia per svestirsi e, in men che non si dica, la principessa lo decapita con la sua stessa spada. La testa di Heer Halewijn, però, può ancora parlare e intima alla fanciulla di suonare il suo corno, in modo che i suoi amici lo sentano e possano venire ad aiutarlo. Davanti al rifiuto della ragazza, il capo mozzato del cavaliere insiste: "Strofinami della salvia sul collo insanguinato e guarirò!". Ma niente da fare, la principessa non è così sciocca da lasciarsi impietosire: anzi, prende la testa di Heer Halewijn, la mette in un sacco e, salita a cavallo, ritorna a casa col suo macabro trofeo.
Le ballate di area tedesca hanno moltissime somiglianze con la vicenda di Herr Halewijn: anche in esse, infatti, il luogo del martirio è un bosco intricato e le giovani donne vengono uccise per impiccagione. Sappiamo addirittura il numero preciso delle vittime: i perversi cavalieri si sono macchiati le mani già di undici morti e stanno facendo in modo di arrivare a dodici con l’eroina. Ciò che cambia nella storia di Ulrich o di Ulinger è il modo con cui essa riesce a salvarsi [2]: non è da sola che la fanciulla è in grado di avere la meglio sul suo aguzzino, ma grazie all’aiuto di un fratello che, furbamente, riesce a chiamare in suo aiuto. Viceversa, in area inglese le protagoniste sono molto più indipendenti nel cavarsi di impaccio, tutte riescono a mettere nel sacco il loro nemico da sole, però cambia l’ambientazione: non più una foresta fitta né impiccagioni, bensì scogliere o corsi d’acqua impetuosi e morti per annegamento.
Di Heer Halewijn esiste anche un altro racconto, non registrato però in forma poetica e probabilmente frutto di una cristianizzazione del materiale di base.
Sieuwert Halewijn era figlio di un nobile e forte cavaliere e avrebbe voluto diventare pari se non superiore al padre, ma non ne aveva i mezzi. Per ovviare a questa mancanza, quindi, decise di fare un patto col diavolo, offrendogli l’anima in cambio di forza, potere e fascino. Stranamente il diavolo non è interessato all’affare (un caso più unico che raro!), ma un misterioso Principe delle Rocce sì. Egli insegna a Halewijn una canzone magica che incanti le giovani donne e gli regala anche un punteruolo con cui cavare loro il cuore: sarà grazie a quei cuori che il cavaliere potrà ottenere il potere, la forza e la ricchezza che cerca. La magia del Principe delle Rocce funziona: Halewjin diventa un cavaliere potente, temuto e rispettato dai suoi pari, amato dalle nobildonne e tanto ricco da potersi permettere banchetti e feste ogni giorno. Ma per mantenere il suo status era indispensabile continuare a uccidere ragazze e strappar loro il cuore dal petto: sempre più schiavo della propria avidità, un giorno Halewijn uccide Annemie, la migliore amica di una giovane di nome Magtelt. Decisa a vendicarsi, Magtelt finge di cadere nella trappola di Halewijn e in realtà riesce a far finire lui nella sua. Un colpo di spada e anche questa versione si conclude con la decapitazione del malvagio cavaliere, e quindi con la fine del suo perverso operato.
[1] Ugualmente vi è un parallelo in area scandinava, che ricollega Heer Halewijn allo strömkarlen, essere maschile che spingeva donne e bambini ad annegare attraverso una musica magica. Una sorta di analogo delle sirene, insomma.
[2] Modo che, del resto, ritorna quasi identico nella leggenda di Re Barbablu, la versione ‘grimmesca’ del racconto di Perrault.
Scritto da LanAwnShee su "La Torre di Vetro"
Questo mitema prevede la presenza di una figura maschile negativa che, attraverso una musica magica, riesce a incantare giovani fanciulle per poi violentarle e ucciderle. Un giorno, però, viene attirata da lui una principessa (o comunque una giovane nobile) che – resasi conto del pericolo che sta correndo – riesce a ingannare il suo nemico e a ucciderlo, salvando così se stessa.
Non è difficile riconoscere in questo l’archetipo di fiabe famose come "Il falso uccello" o "Lo sposo stregone" (KHM 46), de "Lo sposo brigante" (KHM 40) dei fratelli Grimm, o ancora del celeberrimo Barbablu di Perrault: ma, prima di diavoli e stregoni, briganti assassini e uxoricidi serial killer, gli antagonisti delle eroine erano esseri dotati di magia e, per questo, spesso considerati fatati. Apparivano sotto forma di cavalieri, con sembianze umane, a volte addirittura assumevano l’aspetto di uomini esistenti e si spacciavano per loro per ingannare le vittime, che inevitabilmente cedevano al loro fascino e pagavano quella loro imprudenza molto cara.
Si potrebbe parlare a lungo delle varianti esistenti registrate da ballate, tutte molto belle peraltro: dalla vicenda di May Colvin or False Sir John a The Water o’ Wearie’s Well, da Ritter Ulinger a Ulrich und Ännchen, tutte seguono lo stesso copione con variazioni formali, non sostanziali. Per comodità, dunque, si è deciso di raggrupparle insieme in una sorta di prototipo, denominato quello di "Lady Isabel and The Elf-Knight". A questo prototipo, ovviamente, appartiene anche Het Lied van Heer Halewijn, che rimane una delle attestazioni più antiche del tipo.
La ballata originale (trascritta nel XIX secolo da Charles de Coster) segue questo schema: Nel folto della foresta, Heer Halewijn comincia a cantare la sua canzone magica. La principessa la sente e, cadendo preda della sua malia, disobbedisce agli ordini dei genitori e fugge di casa dopo aver indossato i suoi vestiti migliori e i suoi gioielli più preziosi, rubando dalla stalla del padre il migliore destriero. Quando però, dopo aver a lungo galoppato nel bosco, la giovane incontra il cavaliere e viene da questi portata sotto l’albero dal quale pendono impiccate le sue precedenti vittime, l’incanto della musica svanisce e resta solo la consapevolezza di essere nelle mani di un assassino. Heer Halewijn, colpito dalla bellezza della principessa e dalla ricchezza dei suoi abiti, le concede l’onore di scegliere di che morte morire. Lei allora, con prontezza di spirito, gli chiede di essere uccisa con la spada e aggiunge: "Non faresti meglio a spogliarti? Non vorrei che gli schizzi del mio sangue ti macchino i vestiti." Ignaro della trappola, Heer Halewijn abbassa la guardia per svestirsi e, in men che non si dica, la principessa lo decapita con la sua stessa spada. La testa di Heer Halewijn, però, può ancora parlare e intima alla fanciulla di suonare il suo corno, in modo che i suoi amici lo sentano e possano venire ad aiutarlo. Davanti al rifiuto della ragazza, il capo mozzato del cavaliere insiste: "Strofinami della salvia sul collo insanguinato e guarirò!". Ma niente da fare, la principessa non è così sciocca da lasciarsi impietosire: anzi, prende la testa di Heer Halewijn, la mette in un sacco e, salita a cavallo, ritorna a casa col suo macabro trofeo.
Le ballate di area tedesca hanno moltissime somiglianze con la vicenda di Herr Halewijn: anche in esse, infatti, il luogo del martirio è un bosco intricato e le giovani donne vengono uccise per impiccagione. Sappiamo addirittura il numero preciso delle vittime: i perversi cavalieri si sono macchiati le mani già di undici morti e stanno facendo in modo di arrivare a dodici con l’eroina. Ciò che cambia nella storia di Ulrich o di Ulinger è il modo con cui essa riesce a salvarsi [2]: non è da sola che la fanciulla è in grado di avere la meglio sul suo aguzzino, ma grazie all’aiuto di un fratello che, furbamente, riesce a chiamare in suo aiuto. Viceversa, in area inglese le protagoniste sono molto più indipendenti nel cavarsi di impaccio, tutte riescono a mettere nel sacco il loro nemico da sole, però cambia l’ambientazione: non più una foresta fitta né impiccagioni, bensì scogliere o corsi d’acqua impetuosi e morti per annegamento.
Di Heer Halewijn esiste anche un altro racconto, non registrato però in forma poetica e probabilmente frutto di una cristianizzazione del materiale di base.
Sieuwert Halewijn era figlio di un nobile e forte cavaliere e avrebbe voluto diventare pari se non superiore al padre, ma non ne aveva i mezzi. Per ovviare a questa mancanza, quindi, decise di fare un patto col diavolo, offrendogli l’anima in cambio di forza, potere e fascino. Stranamente il diavolo non è interessato all’affare (un caso più unico che raro!), ma un misterioso Principe delle Rocce sì. Egli insegna a Halewijn una canzone magica che incanti le giovani donne e gli regala anche un punteruolo con cui cavare loro il cuore: sarà grazie a quei cuori che il cavaliere potrà ottenere il potere, la forza e la ricchezza che cerca. La magia del Principe delle Rocce funziona: Halewjin diventa un cavaliere potente, temuto e rispettato dai suoi pari, amato dalle nobildonne e tanto ricco da potersi permettere banchetti e feste ogni giorno. Ma per mantenere il suo status era indispensabile continuare a uccidere ragazze e strappar loro il cuore dal petto: sempre più schiavo della propria avidità, un giorno Halewijn uccide Annemie, la migliore amica di una giovane di nome Magtelt. Decisa a vendicarsi, Magtelt finge di cadere nella trappola di Halewijn e in realtà riesce a far finire lui nella sua. Un colpo di spada e anche questa versione si conclude con la decapitazione del malvagio cavaliere, e quindi con la fine del suo perverso operato.
[1] Ugualmente vi è un parallelo in area scandinava, che ricollega Heer Halewijn allo strömkarlen, essere maschile che spingeva donne e bambini ad annegare attraverso una musica magica. Una sorta di analogo delle sirene, insomma.
[2] Modo che, del resto, ritorna quasi identico nella leggenda di Re Barbablu, la versione ‘grimmesca’ del racconto di Perrault.
Scritto da LanAwnShee su "La Torre di Vetro"
mercoledì 15 maggio 2013
"Pelle d'Asino" - Collodi Traduce Perrault
Fra le sue tante fortune, c'era anche quella di avere scelta per compagna una Principessa bella quanto virtuosa: e questi avventurati sposi vivevano come due anime in un nocciolo.
Dal loro casto imenèo era nata una figlia, ornata di tutte le grazie e di tutte le attrattive, a segno tale da non far loro desiderare una figliuolanza più numerosa.
Il lusso, l'abbondanza, il buon gusto regnavano nel loro palazzo: i ministri erano saggi e capaci: i cortigiani virtuosi e affezionati: i domestici fidati e laboriosi: le scuderie vaste e piene de' più bei cavalli del mondo, tutti coperti di magnifiche gualdrappe.
Ma la cosa che faceva maggiormente stupire i forestieri, che venivano a visitare quelle belle scuderie, era che nel bel mezzo di esse e nel luogo più vistoso, un signor Somaro faceva sfoggio delle sue grandi e lunghe orecchie.
Né si può dire che questo fosse un capriccio; se il Re gli aveva assegnato un posto particolare e quasi d'onore, c'era la sua ragione. Perché bisogna sapere che questo raro animale meritava davvero ogni riguardo, a motivo che la natura lo aveva formato in un modo così straordinario e singolare, che tutte le mattine la sua lettiera, invece di essere sporca, era ricoperta a profusione di bellissimi zecchini e napoleoni d'oro, che venivano raccattati, appena egli si svegliava.
Ma siccome le disgrazie sono tegoli che cascano sul capo dei Re come su quello dei sudditi, e non c'è allegrezza senza che ci sia mescolato qualche dispiacere, così accadde che la Regina fu colta all'improvviso da una fiera malattia, per la quale né la scienza né i medici sapevano suggerire rimedio di sorta. La desolazione era al colmo.
Il Re, tenero di cuore e innamoratissimo, a dispetto del proverbio che dice "Il matrimonio è la tomba dell'amore", si dava alla disperazione e faceva voti ardentissimi a tutte le divinità del regno, e offriva la sua vita per quella di una sposa così adorata: ma gli Dei e le fate erano sordi a ogni preghiera.
Intanto la Regina, sentendo avvicinarsi l'ultim'ora, disse al suo sposo, il quale struggevasi in pianto:
"Prima di morire, non vi abbiate a male se esigo da voi una cosa; ed è, che nel caso vi venisse voglia di rimaritarvi...".
A queste parole il Re dette in urli da straziare il cuore. Prese le mani di sua moglie e le bagnò di pianto, giurando che era un di più venirgli a parlare di un altro matrimonio.
"No, no, mia cara Regina - egli gridava - ditemi piuttosto che io debbo seguirvi!"
"Lo Stato - ripigliò la Regina con una tranquillità imperturbabile che accresceva gli spasimi e le torture del Re, - lo Stato ha ragione di pretendere da voi dei successori; e vedendo che io ho dato solamente una figlia, vorrà da voi dei figli che vi somiglino: ma io, con tutte le forze dell'anima e per tutto il bene che mi avete voluto, vi domando di non cedere alle insistenze de' vostri popoli, se non quando avrete trovato una Principessa più bella e fatta meglio di me. Giuratemelo, e morirò contenta."
Alcuni credono che la Regina, la quale non mancava di una certa dose di amor proprio, volesse per forza questo giuramento, perché, persuasa com'era che nel mondo non ci fosse altra donna da starle a fronte per bellezza, veniva così ad assicurarsi che il Re non si sarebbe mai riammogliato.
Finalmente ella morì, né ci fu marito che facesse mai tanto fracasso. Piangeva come una vite tagliata, singhiozzava giorno e notte, e non aveva altro pensiero che quello di adempiere a tutto il cerimoniale e a tutte le seccature del vedovile.
Ma i grandi dolori non durano.
Dorè G.
D'altra parte, i maggiorenti dello Stato si riunirono, e presentatisi in deputazione al Re, si fecero a domandargli che riprendesse moglie.
Questa proposta gli parve dura, e fu cagione di nuovi piagnistei. Messe di mezzo il giuramento fatto alla Regina e sfidò tutti i suoi consiglieri a trovargli una moglie più bella e fatta meglio della sua sposa buon'anima; persuaso che sarebbe stato impossibile.
Ma il Consiglio chiamò ragazzate simili giuramenti, e soggiunse che la bellezza importava fino ad un certo segno, purché la regina fosse virtuosa e buona da far figliuoli: che per la quiete e la tranquillità dello Stato ci volevano dei Principi ereditarii: che, senza ombra di dubbio, l'Infanta aveva tutte le doti volute per diventare una gran Regina, ma bisognava darle per isposo un forestiero: e in questo caso, o il forestiero l'avrebbe menata a casa sua, o, regnando con essa, i loro figli non sarebbero stati considerati dello stesso sangue: e finalmente, che non avendo egli nessun figlio maschio che portasse il suo nome, i popoli vicini avrebbero potuto far nascere delle guerre da condurre lo Stato in rovina.
Il Re, toccato da queste considerazioni, dette parola che avrebbe pensato a contentarli. Cercò difatti fra le Principesse da marito quella che sarebbe stata più adatta per lui. Ogni giorno gli portavano a vedere dei bellissimi ritratti: ma non ce n'era neppur una che avesse le grazie della defunta Regina. E così non si decideva mai.
Quand'ecco che per sua gran disgrazia, sebbene fosse stato fin allora un uomo pien di giudizio, tutto a un tratto dette volta al cervello, e cominciò a pigliare la fissazione di credere che l'Infanta sua figlia vincesse di gran lunga in grazia e in bellezza la Regina madre, e fece intendere che era deciso a volerla sposare, perché ella sola poteva scioglierlo dalla fatta promessa.
A questa brutale proposizione, la giovane Principessa, un fior di virtù e di pudore, ci corse poco non cadesse in terra svenuta. Si gettò ai piedi del Re suo padre, e lo scongiurò, con tutte le forze dell'anima, a non costringerla a commettere un tal delitto.
Ma il Re, che si era fitto in testa questa strana idea, volle consultare un vecchio druido, per acquietare la coscienza della giovane Principessa. Il druido, che sapeva più d'ambizioso che di santo, non badò a sacrificare l'innocenza e la virtù, per la boria di diventare il confidente di un gran Re, e trovò il modo di insinuarsi con tanto garbo nell'animo di lui, e gli abbellì talmente il delitto che stava per commettere, che lo persuase perfino che lo sposare la propria figlia era un'opera meritoria.
Il Re, messo su dai discorsi dello scellerato, lo abbracciò, e si partì da lui più incaponito che mai nella sua idea, e ordinò all'Infanta di prepararsi a ubbidire.
La giovane Principessa straziata da un acerbo dolore, non vide altro scampo che andare a casa della sua comare, la fata Lilla. Per cui partì la sera stessa in un grazioso calessino, tirato da un grosso montone che conosceva tutte le strade, e arrivò felicemente.
La fata, che voleva molto bene all'infanta, le disse che aveva saputo ogni cosa, ma che non se ne desse alcun pensiero, perché non poteva accaderle nulla di male, solo che avesse dato retta fedelmente alle sue prescrizioni.
"Perché, mia cara figlia - ella disse - sarebbe un grande sproposito lo sposare vostro padre: e voi, senza contraddirlo, potete tirarvene fuori: ditegli, che per contentare un vostro capriccio, bisogna che egli vi regali un vestito color dell'aria. Con tutta la sua potenza non sarà mai capace di tanto."
La Principessa ringraziò senza fine la comare, e la mattina dopo ripeté al Re, suo padre, quello che la fata le aveva consigliato, dichiarando che senza il vestito color dell'aria, ella non avrebbe mai acconsentito a nulla.
Il Re, tutto contento per la speranza avuta, radunò gli operai più famosi e ordinò loro questa stoffa, sotto pena che, se non ci fossero riusciti, li avrebbe fatti tutti impiccare dal primo all'ultimo. Ma non ebbe il dispiacere di venire a questi estremi. Il giorno dopo gli portarono il vestito tanto desiderato: e il cielo quando è sparso di nuvole d'oro non ha un colore più bello di quello che aveva questa stoffa, quando venne spiegata.
L'Infanta ne rimase afflittissima e non sapeva come uscire da quest'impiccio. Il Re pigiava per venire a una conclusione. Bisognò tornare un'altra volta dalla comare, la quale stupita che il suo ripiego non avesse fatto l'effetto, le suggerì di provarsi a chiedere un altro vestito color della luna.
Il Re, che non sapeva ricusarle nulla, mandò fuori in cerca di operai più capaci, e ordinò loro un vestito color della luna, e con tanta premura di averlo subito, che fra l'ordinarlo e il riportarlo bell'e fatto, non ci corsero ventiquattr'ore.
L'Infanta, invaghita in quel primo momento più del magnifico vestito che di tutte le attenzioni di suo padre, se ne afflisse poi oltremisura, appena si trovò insieme colle sue donne e colla sua nutrice.
La fata Lilla, che sapeva tutto, venne in aiuto alla sconsolata Principessa, e le disse:
"O io non ne azzecco più una, oppure ho ragione di credere che se ora gli chiedeste un vestito color del sole, si sarebbe trovato il verso di disgustare il Re, vostro padre; perché è impossibile che si possa giungere a fabbricare una simile stoffa. Male male che la vada, guadagneremo sempre del tempo".
L'Infanta se ne persuase, e chiese il vestito. Il Re, tutto amore per lei, diede senza rincrescimento tutti i diamanti e i rubini della sua corona, con ordine di non risparmiare alcuna cosa perché questa stoffa riuscisse compagna al sole: tanto che quando fu messa in mostra, tutti quelli che la videro, furono costretti a chiuder gli occhi per il gran bagliore. Si vuole anzi che incominci da quel tempo l'uso degli occhiali verdi e delle lenti affumicate.
Figuratevi un po' come rimase l'Infanta a quella vista. Cosa più bella e più artisticamente lavorata non s'era veduta mai. Ella restò confusa, e col pretesto che le faceva male agli occhi, si ritirò nella sua camera, dove la fata l'aspettava col rossore della vergogna fino alla punta dei capelli. E lì accadde di peggio; perché la fata, vedendo il vestito color del sole, diventò paonazza dal gran dispetto.
"Oh, questa volta poi, figlia cara - diss'ella all'infanta - metteremo l'indegno amore di vostro padre a una prova terribile. Sia pure che egli abbia fissato davvero il chiodo in questo matrimonio, che si figura assai vicino: ma io son sicura che rimarrà molto sbalestrato dalla domanda che vi consiglio di fargli. Si tratta della pelle di quell'asino, al quale egli vuole un gran bene perché provvede con tanta larghezza a tutte le spese della sua Corte. Andate, e ditegli che desiderate quella pelle."
L'Infanta, tutt'allegra di aver trovato un altro scappavia per mandare a monte un matrimonio che detestava, e colla speranza sicura che il padre suo non avrebbe mai acconsentito a sacrificare l'asino del suo cuore, andò da lui e gli disse chiaro e tondo che voleva la pelle di quel bell'animale.
Sebbene il Re rimanesse molto sconcertato per questo capriccio, non esitò a contentarla. Il povero asino fu sacrificato e la sua pelle venne presentata con molta galanteria all'Infanta, la quale, non vedendo più alcun mezzo per sottrarsi alla sua disgrazia, stava per perdersi d'animo e darsi alla disperazione; quando ecco che sopraggiunse la fata:
"Che fate voi, figlia mia - diss'ella vedendo la Principessa che si strappava i capelli e si graffiava il bel viso - questo è il momento più fortunato della vostra vita. Avvolgetevi in codesta pelle, uscite dal palazzo e camminate finché troverete terra sotto i piedi. Quando si sacrifica tutto alla virtù, gli Dei sanno ricompensare. Andate; sarà mia cura che le vostre robe vi seguano dappertutto; in qualunque luogo, dove vi fermerete, la cassetta de' vostri vestiti e delle vostre gioie vi sarà venuta dietro sotto terra: eccovi la mia bacchetta: ve la regalo, e battendola in terra tutte le volte che avrete bisogno della vostra cassetta, la cassetta apparirà dinanzi ai vostri occhi. Ma spicciatevi a partire, e non più indugi".
L'Infanta abbracciò mille volte la sua comare, pregandola di non abbandonarla mai; si messe addosso quella brutta pelle, e dopo essersi insudiciato il viso di fuliggine, uscì da quel magnifico palazzo, senza che nessuno la riconoscesse.
La sparizione dell'Infanta fece un gran chiasso.
Il Re, che aveva fatto preparare una magnifica festa, era disperato e non sapeva darsene pace. Diè ordine che partissero più di cento giandarmi e più di mille moschettieri in cerca della figlia: ma la fata, che la proteggeva, la rendeva invisibile agli occhi di tutti; e così bisognò farsene una ragione.
L'Infanta intanto comminava giorno e notte. Essa andò lontano, e poi più lontano, e sempre più lontano, e cercava dappertutto un posto da impiegarsi; ma sebbene per carità le dessero un boccone, nessuno voleva saperne di lei, a cagione di vederla tanto sudicia.
Giunse finalmente a una bella città, dove vicino alla porta c'era una fattoria: e la fattoressa aveva appunto bisogno di una donna da strapazzo per lavare i cenci e per tenere puliti i tacchini e lo stallino dei maiali. Vedendo questa zingara così sudicia, le propose di entrare al suo servizio: e l'Infanta accettò di gran cuore, stanca com'era di aver fatto tanto paese.
Fu messa in un canto della cucina, dove sui primi giorni ebbe a patire gli scherzi triviali del basso servidorame, tanto la sua pelle d'asino la rendeva sporca e nauseante.
Alla fine ci fecero l'occhio, e perché ella si mostrava molto precisa nelle faccende che doveva fare, la fattoressa la prese nelle sue buone grazie.
Menava le pecore all'erba, e, alla sua ora, le rimetteva dentro: e guardava anche i tacchini, e lo faceva con tanta intelligenza, che pareva non avesse fatto altro mestiere in vita sua: ogni cosa fioriva e prosperava fra le sue mani.
Un giorno, mentre stava seduta presso una fontana d'acqua limpidissima, dove veniva spesso a piangere la sua misera sorte, le saltò in capo di specchiarvisi dentro, e l'orribile pelle d'asino, che le serviva da cappello e da vestito, la spaventò.
Kelso E.
Vergognandosi di trovarsi in quello stato, si lavò ben bene il viso e le mani, che diventarono bianche più dell'avorio, e il suo bel carnato riprese la freschezza di prima.
Il piacere di vedersi così bella le fece entrar la voglia di bagnarsi, e si bagnò: ma dopo, per tornare alla fattoria, le convenne rimettersi addosso la solita pellaccia.
Etichette:
Bella nella Bara (La),
Collodi C.,
Collodi Traduce Perrault,
Dorè G.,
Fiabe Classiche,
Francia,
Italia,
Kelso E.,
Pelle d'Asino,
Perrault C.,
Reame ai Confini del Mondo (Il)
"Enrichetto dal Ciuffo"- Collodi Traduce Perrault
In capo a sette o otto anni, la Regina di uno Stato vicino partorì due bambine. La prima, che venne al mondo, era più bella del Sole; e la Regina ne sentì un'allegrezza così grande, da far temere per la sua salute. La stessa fata, che aveva assistito alla nascita di Enrichetto dal ciuffo, si trovò presente anche a quest'altra: e per moderare la gioia della Regina, le dichiarò che la piccola Principessa non avrebbe avuto neppur l'ombra dello spirito, per cui sarebbe stata tanto stupida, quanto era bella. La Regina rimase molto male di questa cosa: ma pochi momenti dopo ebbe un altro dispiacere anche più grosso, nel vedere che la seconda figlia, che aveva partorito, era talmente brutta da fare paura. "Non vi disperate, signora", le disse la fata, "la vostra figlia sarà ricompensata per un altro verso; essa avrà tanto spirito, da non avvedersi nemmeno della bellezza che non l'è toccata." "Dio voglia che sia così!", rispose la Regina, "ma non ci sarebbe modo di fare avere un po' di spirito anche alla maggiore che è tanto bella?" "Per quanto allo spirito, o signora, io non ci posso far nulla", disse la fata, "ma posso tutto per la parte della bellezza; e siccome non c'è cosa al mondo che non farei per vedervi contenta, così le concederò in dono la virtù di far diventare bella la persona che più sarà di suo genio."
A mano a mano che le due Principesse crescevano, crescevano con esse i loro pregi, fino al punto che non si parlava d'altro che della bellezza della più grande e dello spirito della minore. È vero però che anche i loro difetti si facevano più vistosi, coll'andare in là degli anni. La minore imbruttiva a occhiate, e la maggiore diventava stupida un giorno più dell'altro, e non sapeva rispondere alle domande che le venivano fatte, o rispondeva delle giuccherie. Oltre a questo ell'era così smanierata e senza garbo né grazia, che non era buona di posare quattro vasi di porcellana sul camminetto senza romperne qualcuno, né d'accostarsi alla bocca un bicchier d'acqua senza versarselo mezzo sul vestito. Sebbene la bellezza sia un gran vantaggio per una fanciulla, pure è un fatto che la sorella minore aveva sempre il disopra sull'altra, in società e in tutte le conversazioni. Sul primo, tutti si voltavano dalla parte della più bella per vederla e ammirarla; ma dopo pochi minuti la lasciavano per andare da quella che aveva più spirito, a sentire le cose graziose che diceva: e faceva maraviglia di vedere come in meno di un quarto d'ora la maggiore non avesse più nessuno dintorno a sé, mentre tutti erano a far corona intorno alla sorella minore. La maggiore, sebbene molto stupida, si avvide di questa cosa: e avrebbe dato volentieri tutta la sua bellezza, per avere la metà dello spirito della sorella. La Regina, quantunque fosse prudente, non seppe stare dallo sgridarla piu volte delle sue grullerie: e questa cosa fece tanta pena alla povera Principessa, che si sentì come morire.
martedì 14 maggio 2013
Barbablu- Collodi Traduce Perrault
'era una volta un uomo, il quale aveva palazzi e ville principesche, e piatterie d'oro e d'argento, e mobilia di lusso ricamata, e carrozze tutte dorate di dentro e di fuori. Ma quest'uomo, per sua disgrazia, aveva la barba blu: e questa cosa lo faceva così brutto e spaventoso che non c'era donna, ragazza o maritata, che soltanto a vederlo, non fuggisse a gambe levate dalla paura. Fra le sue vicine, c'era una gran dama, la quale aveva due figlie, due occhi di sole. Egli ne chiese una in moglie, lasciando alla madre la scelta di quella delle due che avesse voluto dargli, ma le ragazze non volevano saperne nulla e se lo palleggiavano dall'una all'altra, non trovando il verso di risolversi a sposare un uomo che aveva la barba blu. La cosa poi che più di tutto faceva loro ribrezzo era quella che quest'uomo aveva sposato diverse donne e di queste non s'era mai potuto sapere che cosa fosse accaduto. Fatto sta che Barbablu, tanto per entrare in relazione, le menò, insieme alla madre e a tre o quattro delle loro amiche e in compagnia di alcuni giovinotti del vicinato, in una sua villa, dove si trattennero otto giorni interi. E lì, fu tutto un metter su passeggiate, partite di caccia e di pesca, balli, festini, merende: nessuno trovò il tempo per chiudere un occhio, perché passavano le nottate a farsi fra loro delle celie: insomma, le cose presero una così buona piega, che la figlia minore finì col persuadersi che il padrone della villa non aveva la barba tanto blu, e che era una persona ammodo e molto perbene. Tornati di campagna, si fecero le nozze.
In capo a un mese, Barbablu disse a sua moglie che per un affare di molta importanza era costretto a mettersi in viaggio e a restar fuori almeno sei settimane; che la pregava di stare allegra, durante la sua assenza; che invitasse le sue amiche del cuore, che le menasse in campagna, caso mai le avesse fatto piacere: in una parola, che trattasse da regina e tenesse dappertutto corte bandita."Ecco"- le disse - le chiavi delle due grandi guardarobe; ecco quella dei piatti d'oro e d'argento, che non vanno in opera tutti i giorni; ecco quella dei miei scrigni, dove tengo i sacchi delle monete; ecco quella degli astucci, dove sono le gioie e i finimenti di pietre preziose; ecco la chiave comune, che serve per aprire tutti i quartieri. Quanto poi a quest'altra chiavicina qui, è quella della stanzina, che rimane in fondo al gran corridoio del pian terreno. Padrona di aprir tutto, di andar dappertutto: ma in quanto alla piccola stanzina, vi proibisco d'entrarvi e ve lo proibisco in modo così assoluto, che se vi accadesse per disgrazia di aprirla, potete aspettarvi tutto dalla mia collera." Ella promette che sarebbe stata attaccata agli ordini: ed egli, dopo averla abbracciata, monta in carrozza, e via per il suo viaggio.
Le vicine e le amiche non aspettarono di essere cercate per andare dalla sposa novella, tanto si struggevano dalla voglia di vedere tutte le magnificenze del suo palazzo, non essendosi arrisicate di andarci prima, quando c'era sempre il marito, a motivo di quella barba blu, che faceva loro tanta paura. Ed eccole subito a sgonnellare per le sale, per le camere e per le gallerie, sempre di meraviglia in meraviglia. Salite di sopra, nelle stanze di guardaroba, andarono in visibilio nel vedere la bellezza e la gran quantità dei parati, dei tappeti, dei letti, delle tavole, dei tavolini da lavoro, e dei grandi specchi, dove uno si poteva mirare dalla punta dei piedi fino ai capelli, e le cui cornici, parte di cristallo e parte d'argento e d'argento dorato, erano la cosa più bella e più sorprendente che si fosse mai veduta.
In capo a un mese, Barbablu disse a sua moglie che per un affare di molta importanza era costretto a mettersi in viaggio e a restar fuori almeno sei settimane; che la pregava di stare allegra, durante la sua assenza; che invitasse le sue amiche del cuore, che le menasse in campagna, caso mai le avesse fatto piacere: in una parola, che trattasse da regina e tenesse dappertutto corte bandita."Ecco"- le disse - le chiavi delle due grandi guardarobe; ecco quella dei piatti d'oro e d'argento, che non vanno in opera tutti i giorni; ecco quella dei miei scrigni, dove tengo i sacchi delle monete; ecco quella degli astucci, dove sono le gioie e i finimenti di pietre preziose; ecco la chiave comune, che serve per aprire tutti i quartieri. Quanto poi a quest'altra chiavicina qui, è quella della stanzina, che rimane in fondo al gran corridoio del pian terreno. Padrona di aprir tutto, di andar dappertutto: ma in quanto alla piccola stanzina, vi proibisco d'entrarvi e ve lo proibisco in modo così assoluto, che se vi accadesse per disgrazia di aprirla, potete aspettarvi tutto dalla mia collera." Ella promette che sarebbe stata attaccata agli ordini: ed egli, dopo averla abbracciata, monta in carrozza, e via per il suo viaggio.
Le vicine e le amiche non aspettarono di essere cercate per andare dalla sposa novella, tanto si struggevano dalla voglia di vedere tutte le magnificenze del suo palazzo, non essendosi arrisicate di andarci prima, quando c'era sempre il marito, a motivo di quella barba blu, che faceva loro tanta paura. Ed eccole subito a sgonnellare per le sale, per le camere e per le gallerie, sempre di meraviglia in meraviglia. Salite di sopra, nelle stanze di guardaroba, andarono in visibilio nel vedere la bellezza e la gran quantità dei parati, dei tappeti, dei letti, delle tavole, dei tavolini da lavoro, e dei grandi specchi, dove uno si poteva mirare dalla punta dei piedi fino ai capelli, e le cui cornici, parte di cristallo e parte d'argento e d'argento dorato, erano la cosa più bella e più sorprendente che si fosse mai veduta.
Esse non rifinivano dal magnificare e dall'invidiare la felicità della loro amica, la quale, invece, non si divertiva punto alla vista di tante ricchezze, tormentata, com'era, dalla gran curiosità di andare a vedere la stanzina del pian terreno. E non potendo più stare alle mosse, senza badare alla sconvenienza di lasciar lì su due piedi tutta la compagnia, prese per una scaletta segreta, e scese giù con tanta furia, che due o tre volte ci corse poco non si rompesse l'osso del collo. Arrivata all'uscio della stanzina, si fermò un momento, ripensando alla proibizione del marito, e per la paura dei guai ai quali poteva andare incontro per la sua disubbidienza: ma la tentazione fu così potente che non ci fu modo di vincerla. Prese dunque la chiave, e tremando come una foglia aprì l'uscio della stanzina.
lunedì 13 maggio 2013
Zellandine e Talia e Rosaspina...
Henry Holiday
E' possibile individuare un'area culturale di provenienza, più che una localizzazione strettamente geografica, ma le dinamiche sono difficilissime da districare. Perché una fiaba può arrivare dall'Oriente, diffondersi in Europa, radicarsi con successo, magari nel Nord, per poi ritornare nella terra d'origine attraverso i racconti di mercanti, navigatori, schiavi e diventare una variante "esotica" della prima vera variante, quella europea. La vera fortuna è imbattersi in un'altra fiaba ancòra, in cui si scoprono (golosamente) tracce del motivo originario.
Ciò detto, de "La Bella Addormentata" abbiamo alcuni punti fermi.
Nel Roman de Perceforest, tardo ciclo arturiano ( XIVsec.), esiste "La Histoire de Troylus et de Zellandine", in cui se ne rintracciano i motivi fondamentali.
Come vera e propria fiaba, si intitola "Sole, Luna e Talia" e fa parte di quello straordinario "gioiello barocco", a lungo misconosciuto in Italia, un classico venerato in Europa, che è il Pentamerone (1634) di Giambattista Basile.
Nel '700, Charles Perrault ne ha tratto la sua "Belle au Bois Dormant"... censurandola.
In "Sole, Luna e Talia", infatti, il Re non può rivelare l'esistenza di Talia e dei loro figli perché ha già una moglie. La pruderie di Perrault, riscattata da una deliziosa ironia, si è spinta al punto di preferire una feroce Regina madre orchessa ad un onesto adulterio. Inoltre, evita l'accusa di stupro al Principe, facendo sì che sia il suo bacio innamorato a risvegliare Aurora, con la quale, prontamente, si unisce in matrimonio. Nell'originale, il Re fa l'amore (?) con la bellissima fanciulla addormentata (lui dubita che sia morta) e, tranquillamente, se ne torna dalla moglie. Nel frattempo, Talia partorisce nel sonno due gemelli. E sarà uno dei due neonati, succhiandole il dito, in cerca del seno, a tirarle fuori la lisca di lino (poi trasformato nel fuso) che ha realizzato la maledizione.
La "Rosaspina" dei Grimm taglia la testa al toro: si ferma al risveglio della principessa, niente complicazioni di madri orchesse o di mogli gelose, e la "bella addormentata" si desta semplicemente perché la maledizione della fata ha una scadenza. Naturalmente, i Grimm indugiano sul dettaglio noir dei rovai che circondano il castello incantato e che custodiscono i resti degli sfortunati predecessori del principe tempista che hanno "catturato" ed ucciso. E insistono - in stato di grazia - sui particolari del sonno magico che avvolge il Castello e i suoi abitanti, fino alle mosche sul muro e al fuoco nel camino.
Ma la più antica "bella addormentata" l'ho rintracciata, sotto mentite spoglie, in Medio Oriente, e non vado oltre. Dico solo che i protagonisti sono una potente Dèa del mare ed un semplice mortale, "un re senza corona e senza scorta"...
Mab
Etichette:
Appunti,
Basile G.B.,
Bella Addormentata (La),
Bella nella Bara (La),
Fiabe Classiche,
Grimm,
Perrault C.,
Reame ai Confini del Mondo (Il),
Storia delle Storie (la)
domenica 12 maggio 2013
"La Bella Addormentata nel Bosco"- C.Collodi Traduce C. Perrault
Ed ecco "La Bella Addormentata" di Perrault tradotta da Carlo Collodi. Insieme con altre fiabe francesi è raccolta ne "I Racconti delle Fate", edito dalla Salani.
Come preannunciato, la traduzione non è fedelissima ( vedi la "Morale"), ma attraente e vivace per il linguaggio vagamente popolaresco e toscaneggiante che "riscalda" la preziosità dell'originale.
Chi volesse leggere il testo originale può cliccare sotto il logo sulla scritta:"Testi in Lingua Originale".
'era una volta un Re e una Regina che erano disperati di non aver figliuoli, ma tanto disperati, da non potersi dir quanto. Andavano tutti gli anni ai bagni, ora qui ora là: voti, pellegrinaggi; vollero provarle tutte: ma nulla giovava. Alla fine la Regina rimase incinta, e partorì una bambina. Fu fatto un battesimo di gala; si diedero per comari alla Principessina tutte le fate che si poterono trovare nel paese (ce n'erano sette) perché ciascuna di esse le facesse un regalo; e così toccarono alla Principessa tutte le perfezioni immaginabili di questo mondo. Dopo la cerimonia del battesimo, il corteggio tornò al palazzo reale, dove si dava una gran festa in onore delle fate.
Davanti a ciascuna di esse fu messa una magnifica posata, in un astuccio d'oro massiccio, dove c'era dentro un cucchiaio, una forchetta e un coltello d'oro finissimo, tutti guarniti di diamanti e di rubini. Ma in quel mentre stavano per prendere il loro posto a tavola, si vide entrare una vecchia fata, la quale non era stata invitata con le altre, perché da cinquant'anni non usciva più dalla sua torre e tutti la credevano morta o incantata. Il Re le fece dare una posata, ma non ci fu modo di farle dare, come alle altre, una posata d'oro massiccio, perché di queste ne erano state ordinate solamente sette, per le sette fate. La vecchia prese la cosa per uno sgarbo, e brontolò fra i denti alcune parole di minaccia. Una delle giovani fate, che era accanto a lei, la sentì, e per paura che volesse fare qualche brutto regalo alla Principessina, appena alzati da tavola, andò a nascondersi dietro una portiera, per potere in questo modo esser l'ultima a parlare, e rimediare, in quanto fosse stato possibile, al male che la vecchia avesse fatto.
Intanto le fate cominciarono a distribuire alla Principessa i loro doni. La più giovane di tutte le diede in regalo che ella sarebbe stata la più bella donna del mondo: un'altra, che ella avrebbe avuto moltissimo spirito: la terza, che avrebbe messo una grazia incantevole in tutte le cose che avesse fatto: la quinta che avrebbe cantato come un usignolo: e la sesta, che avrebbe suonato tutti gli strumenti con una perfezione da strasecolare. Essendo venuto il momento della vecchia fata, essa disse tentennando il capo più per la bizza che per ragion degli anni, che la Principessa si sarebbe bucata la mano con un fuso e che ne sarebbe morta! Questo orribile regalo fece venire i brividi a tutte le persone della corte, e non ci fu uno solo che non piangesse.
A questo punto, la giovane fata uscì di dietro la portiera e disse forte queste parole: "Rassicuratevi, o Re e Regina; la vostra figlia non morirà: è vero che io non ho abbastanza potere per disfare tutto l'incantesimo che ha fatto la mia sorella maggiore: la Principessa si bucherà la mano con un fuso, ma invece di morire, s'addormenterà soltanto in un profondo sonno, che durerà cento anni, in capo ai quali il figlio di un Re la verrà a svegliare". Il Re, per la passione di scansare la sciagura annunziatagli dalla vecchia, fece subito bandire un editto, col quale era proibito a tutti di filare col fuso e di tenere fusi per casa, pena la vita.
Fatto sta, che passati quindici o sedici anni, il Re e la Regina essendo andati a una loro villa, accadde che la Principessina, correndo un giorno per il castello e mutando da un quartiere all'altro, salì fino in cima a una torre, dove in una piccola soffitta c'era una vecchina, che se ne stava sola sola, filando la sua rocca. Questa buona donna non sapeva nulla della proibizione fatta dal Re di filare col fuso.
"Che fate voi, buona donna?", disse la Principessa.
"Son qui che filo, mia bella ragazza" , le rispose la vecchia, che non la conosceva punto.
"Oh! carino, carino tanto! - disse la Principessa - ma come fate? datemi un po' qua, che voglio vedere se mi riesce anche a me."
Vivacissima e anche un tantino avventata com'era (e d'altra parte il decreto della fata voleva così), non aveva ancora finito di prendere in mano il fuso, che si bucò la mano e cadde svenuta. La buona vecchia, non sapendo che cosa si fare, si mette a gridare aiuto. Corre gente da tutte le parti; spruzzano dell'acqua sul viso
Etichette:
Bella Addormentata (La),
Bella nella Bara (La),
Collodi C.,
Collodi Traduce Perrault,
Dorè G.,
Fiabe Classiche,
Francia,
Italia,
Perrault C.,
Reame ai Confini del Mondo (Il)
Iscriviti a:
Post (Atom)
