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domenica 1 gennaio 2017

Felice Anno Nuovo






Laurel Long - The Twelve Days of Christmas .
Day 7 - 1 gennaio
"On the SEVENTH Day of CHRISTMAS, my True Love Gave to Me SEVEN SWANS A-SWIMMING, Six Geese A-Laying, Five Golden Rings, Four Calling Birds,Three French Hens Two Turtle Doves and a Partridge in a Pear Tree"



sabato 31 dicembre 2016

The Twelve Days of Christmas - dal 29 al 31 Dicembre

Laurel Long - The Twelve Days of Christmas .

Day 6 - 31 dicembre
"On the SIXTH Day of CHRISTMAS, my True Love Gave to Me SIX GEESE A-LAYING, Five Golden Rings, Four Calling Birds,Three French Hens Two Turtle Doves and a Partridge in a Pear Tree"




mercoledì 28 dicembre 2016

The Twelve Days of Christmas - dal 26 al 28 Dicembre



Day 3 - (28 dicembre)
"On the Third Day of Christmas, my True Love Gave to Me Three French Hens Two Turtle Doves and a Partridge in a Pear Tree"...





lunedì 25 maggio 2015

La Sposa del Lupo Grigio, (Contes Populaires de Basse Bretagne, François-Marie Luzel) Traduzione Mia



Kement-ma holl oa d’ann amzer 
Ma staote war ho c’hlud ar ier. 

Tout ceci se passait du temps 
Où, sur leur perchoir, pissaient les poules.


Alexandra Nedzvetckaya




'era una volta un Re che aveva tre figlie.
Egli prediligeva le due maggiori: le ricopriva di ogni sorta di belle vesti e di raffinati gioielli, e non rifiutava loro mai nulla. Per le figlie preferite quelli erano i giorni delle feste, dei balli e delle gite di piacere. Al contrario, in quegli stessi giorni, la più giovane restava rinchiusa in casa, e non aveva indosso altri abiti che quelli smessi dalle sorelle. Trascorreva la giornata in cucina, con i servi, e, la sera, sedeva su uno sgabello accanto al focolare per ascoltare fiabe e antiche ballate. Le sorelle la soprannominarono Luduennic, ossia Cenerentola, e non si curavano affatto di lei.
Il vecchio Re amava la caccia. Un giorno, mentre si aggirava per una grande foresta, si imbatté in un antico castello che non aveva mai veduto prima, e bussò al portone. Il portone si spalancò e si trovò davanti un enorme lupo grigio. Terrorizzato, il Re indietreggiò e fece per fuggire, ma il Lupo disse:
"Non abbiate paura, Sire. Entrate pure nel mio castello per trascorrervi la notte. Domani vi sarà indicata la strada per tornare a casa sano e salvo, poiché nulla di male vi accadrà qui".
Rassicurato, il Re accettò l'invito.
Nel Castello non mancava nulla. Il Re cenò in compagnia di due grandi lupi che sedettero a tavola come se fossero uomini, e che, più tardi, lo accompagnarono in una bella camera dov'era un magnifico letto di piume. La mattina dopo, quando il Re lasciò la sua camera, trovò ad attenderlo i lupi, accanto ad una tavola magnificamente apparecchiata. Dopo che ebbe mangiato e bevuto, uno dei due lupi - che erano fratelli - gli disse:
"Orsù, Re di Francia, è giunta l'ora di parlare d'affari. So che avete tre figliuole: bisogna che una di loro accetti di sposarmi, altrimenti per Voi non ci sarà che la morte. E io, mio fratello e la nostra gente metteremo il vostro Regno a ferro e fuoco. Chiedete alla vostra figlia maggiore se acconsente a prendermi per marito, e tornate domani con la sua risposta".
Il Re fu assalito dall'imbarazzo e dall'inquietudine. Tuttavia, promise:
"Parlerò con la maggiore delle mie figlie", e i due lupi gli indicarono la via per raggiungere casa sano e salvo, poi si accomiatarono, raccomandandogli di ritornare l'indomani.


I. MacArthur


"Ahimé - diceva tra sé e sé il Re lungo il cammino - mai la maggiore delle mie figliuole accetterà di prendere un lupo per marito!"
Sulla soglia di casa, incontrò per prima Cenerentola, il viso sofferente, e gli occhi rossi e gonfi per il gran piangere che aveva fatto nel timore che una qualche disgrazia fosse capitata al padre. Non appena lo vide, corse ad abbracciarlo, ma il Re non le badò affatto e si affrettò nelle stanze delle figlie maggiori, che, come il solito, erano tutte intente ad abbigliarsi e a rimirarsi.
"Dove avete trascorso la notte, padre? Vi abbiamo atteso con ansia!"
"Ahimé, mie povere figlie, sapeste cosa mi è capitato!"
"Allora? Dunque, raccontateci!"
"Mentre ero a caccia, mi sono perduto in una grande foresta, e ho trascorso la notte in un antico castello, dove due lupi mi hanno concesso la loro ospitalità."
"Due lupi, padre? Senza alcun dubbio, state scherzando o avete sognato! E che vi hanno detto questi lupi?"
"Che cosa mi hanno detto?... Ahimé, nulla di buono, mie povere figlie"
"Ancòra? Dite, presto!"
"Uno dei due, mie povere figlie, mi ha detto che una di voi dovrà prenderlo per marito, altrimenti io sarò ucciso, e l'intero Regno sarà messo a ferro e fuoco. Figlia maggiore, accettate di sposarlo?".
"Dovete essere pazzo, padre mio, per farmi una richiesta simile! Prendere un lupo per marito! Io! Con tanti bei principi che mi corteggiano!"
"Ma, figlia mia, e se dovesse uccidermi e mettere a ferro e fuoco il Regno, come ha minacciato?"
"E a me che importa, in fin dei conti? Per quel che mi riguarda, non sarò mai la moglie di un lupo, potete credermi".
E il vecchio Re si allontanò, triste ed angosciato.
Il giorno dopo, si recò al Castello nella foresta, così come gli era stato imposto.
"Ebbene - disse il Lupo grigio - cosa ha risposto la vostra figlia maggiore?"
"Ahimé! Mi ha detto che dovevo esser pazzo per farle una proposta simile"
"Ah! Vi ha risposto così? Ebbene, tornate a casa, e fate la stessa proposta alla vostra secondogenita".
E il Re ripercorse il cammino verso casa, il cuore colmo di dolore e di mestizia, e fece la stessa richiesta alla sua secondogenita.
"Vecchio idiota! - rispose quella - Come potete farmi una simile proposta? Non sono certo fatta per essere la sposa di un lupo"
E gli voltò le spalle, e andò a rimirarsi.
Il giorno dopo, il Re ritornò al Castello nella foresta, con la morte nel cuore.



Daniela Ovtcharov



"Qual è la risposta della vostra secondogenita?", chiese il Lupo grigio.
"La stessa della maggiore", disse l'infelice padre.
"Ebbene, chiedete subito alla vostra ultimogenita se accetta di prendermi per marito".
Il Re se ne tornò a casa sopraffatto dal dolore poiché si credeva ormai perduto.
Mandò a chiamare Cenerentola, che se ne stava in cucina con i servi come sempre, perché lo raggiungesse nelle sue stanze.
"Ho deciso di maritarvi, figliola"
"Sono ai vostri ordini, padre mio", rispose, stupita, la fanciulla.
"Sposerai un lupo"
"Un lupo, padre mio!", gridò lei, terrorizzata.
"Sì, bambina cara. Ecco ciò che mi è capitato quando mi sono perduto nella foresta: mi sono imbattuto in un antico castello i cui unici padroni erano due enormi lupi. Uno dei due, un lupo grigio, mi ha detto che avrei dovuto dargli una delle mie figlie in moglie, altrimenti avrebbe ucciso me e messo a ferro e fuoco il Regno. Ho già parlato con le vostre sorelle e mi hanno risposto che non avrebbero mai acconsentito a prendersi un lupo per marito. Quindi, cara figlia, la mia ultima speranza siete voi".
"Ebbene, padre mio - rispose Cenerentola senza esitare - dite al lupo che acconsento a sposarlo".
Il giorno dopo, il Re ritornò al Castello nella foresta per la terza volta, ma non era così triste come le volte precedenti.
"Ebbene, cosa ha risposto la vostra figlia minore?", gli chiese il Lupo grigio.
"Mi ha risposto che acconsente a sposarvi"
"Molto bene! Ma è necessario che le nozze siano celebrate al più presto".
Il matrimonio fu celebrato otto giorni dopo, tra balli fastosi, lauti banchetti e grandi festeggiamenti. Il novello sposo e suo fratello sedevano a tavola nelle loro sembianze di lupi, e le sorelle di Cenerentola ridevano e la schernivano per quelle strane nozze. Terminati i festeggiamenti, il Lupo e suo fratello salutarono la compagnia e se ne tornarono al Castello nella foresta, conducendo con loro Cenerentola.


Daniela Ovtcharov


Cenerentola era felice con suo marito, ed otteneva da lui tutto ciò che desiderava.
In capo a due o tre mesi, il Lupo grigio (perché era sempre un lupo), un bel giorno, le disse:
"Domani avranno luogo le nozze della vostra sorella maggiore. Voi ci andrete, mentre mio fratello ed io resteremo qui. Ecco un anello d'oro che infilerete al dito: non ne vedrete uno simile alla festa. Quando sentirete che vi pungerà un po', dovrete tornare immediatamente a casa, qualunque ora sia e qualunque sforzo facciano per trattenervi".
Il giorno dopo, Cenerentola, magnificamente abbigliata, si recò alle nozze della sorella in una bella carrozza d'oro. Tutti furono abbagliati dalla sua bellezza e dallo splendore delle sue vesti e dei gioielli che l'adornavano.
"Ecco la moglie del lupo!", ripetevano dispettosamente le sorelle, punte dall'invidia poiché non potevano rivaleggiare con la sua bellezza ed eleganza.
Cenerentola fu tempestata di domande: Il marito si comportava bene? Perché non era venuto alle nozze? Si coricava con lei nel suo sembiante di lupo? Era felice con lui? - e così via.


Daniela Ovtcharov



Dopo il ricevimento di nozze, si svolsero balli e giochi di società, e Cenerentola vi prese parte, divertendosi moltissimo. Intorno a mezzanotte, ella sentì l'anello pungerle leggermente l'anulare, e disse:
"Devo tornare subito a casa. Mio marito mi aspetta."
"Di già? Restate ancòra - dissero le sorelle e tutti gli invitati che la circondavano tempestandola di domande - Divertitevi, finché ne avete l'occasione!".
Cenerentola si trattenne ancòra per un po', ma l'anello le punse più forte il dito. Allora si alzò, abbandonò precipitosamente il salone da ballo, montò in carrozza e tornò a casa.



Jenellen T.


Quando raggiunse il Castello, trovò il marito sdraiato sul dorso nel bel mezzo della corte, e prossimo a morire.
"O mio amatissimo marito, che vi è accaduto?", gridò Cenerentola.
"Ahimé! Non siete tornata non appena avete sentito l'anello pungervi il dito: ecco da dove proviene il mio male".
Ella si gettò sul marito, e lo abbracciò bagnandolo con le sue lacrime, e il Lupo si riebbe ed entrò con lei nel Castello.
Due o tre mesi più tardi, il Lupo grigio disse nuovamente a sua moglie:
"La vostra seconda sorella si sposa domani. Andrete alle sue nozze, ma state ben attenta a non trattenervi dopo che avrete avvertito l'anello pungervi il dito, altrimenti non mi rivedrete mai più".
"Oh! - disse Cenerentola - Questa volta, tornerò a casa alla prima puntura dell'anello, siatene certo!"
E, abbigliata in modo ancòr più sfarzoso della prima volta, montò sulla carrozza d'oro e partì. Alla Corte paterna non si parlò che di lei. Era incinta. Le sorelle e tutte coloro che la invidiavano, dicevano:
"Mio Dio! Non avete paura di dare alla luce un lupo?"
"Sarà ciò che Dio vorrà", rispondeva lei.
E, di nuovo, si tennero banchetti, balli, e giochi di ogni sorta, e Cenerentola si divertì moltissimo. Intorno a mezzanotte, sentì l'anello pungerla leggermente.
"E' giunto il tempo che io vada - pensò - poiché, questa volta, non voglio tardare".
Ma era talmente pressata e circondata dagli invitati che la tempestavano di domande su suo marito, e decantavano la sua bellezza e la magnificenza dei suoi diamanti e dei suoi ornamenti che se ne scordò, e si trattene addirittura più a lungo dell'altra volta.
Quando ritornò al Castello, trovò il suo lupo sdraiato sul dorso in mezzo alla corte. Aveva gli occhi chiusi e la bocca aperta e non dava alcun segno di vita. Si gettò su di lui, lo strinse a sé, e lo bagnò di lacrime, gridando:
"O mio povero marito! Ho indugiato ancòra e me ne pento con tutto il cuore!"
E pianse a calde lacrime, serrandolo contro il proprio petto, ma il Lupo non apriva gli occhi e non si muoveva. Era freddo e rigido come un cadavere.


Julie Faulques


Allora, lo sollevò tra le braccia, lo portò nel Castello, lo distese sulle pietre del focolare ed accese un bel fuoco nel camino. Quindi, lo frizionò a lungo, finché lui si mosse un po', dischiuse le palpebre e la guardò teneramente. E disse queste parole:
"Ahimé! Ancòra una volta non avete obbedito all'avvertimento dell'anello, e siete ritornata troppo tardi. Adesso, devo lasciarvi e non mi rivedrete più. Non mi restava molto tempo da trascorrere sotto forma di lupo: una volta nato mio figlio*, avrei riacquistato la mia primitiva forma, quella di un bel principe - ciò che ero una volta. Andrò sul Monte di Cristallo, al di là del Mare Rosso e del Mare Blu, e voi non mi ritroverete se non avrete consumato un paio di scarpe di ferro e un paio di scarpe d'acciaio per raggiungermi".
E, gettata a terra la pelle di lupo, se ne andò, nelle sue antiche sembianze di bel principe, in compagnia del fratello.
Cenerentola era disperata, e, piangendo, esclamò.
"Oh, rimanete! Rimanete con me o portatemi con voi!"
Ma, vedendo che il marito non l'ascoltava affatto, Cenerentola gli corse dietro, gridando:
"Dovunque andrete io vi seguirò... foss'anche sino alla fine del mondo!"
"Non mi seguite!", le gridò lui.
Ma Cenerentola non lo ascoltò e continuò a corrergli dietro. Allora il marito le lanciò una palla d'oro perché lei si fermasse a raccoglierla, rallentando così la sua corsa. Cenerentola raccolse la palla, la ripose in tasca e continuò il suo inseguimento. E il principe lasciò cadere una seconda palla d'oro, e poi una terza, e Cenerentola le raccolse, ma senza interrompere la propria corsa. Era più veloce di lui, e, quando il principe si sentì raggiunto, si volse e le sferrò un gran pugno in pieno viso. Il sangue sgorgò abbondante, e tre gocce macchiarono la candida camicia del principe, che riprese a correre, con maggior lèna di prima. Ahimé! La povera Cenerentola non era più in grado di raggiungerlo, e, quando se ne rese conto, gli gridò:
"Che nessuno possa lavare le tre gocce del mio sangue dalla vostra camicia finché non sia in grado di farlo io stessa con le mie mani!"
Il principe aveva continuato la sua corsa, e Cenerentola, seduta sul ciglio della strada, quando il naso cessò di sanguinarle, si disse:
"Non smetterò di camminare, né di giorno né di notte, finché non l'avrò trovato, dovessi arrivare sino alla fine del mondo!"
Così, si fece fabbricare un paio di scarpe di ferro e un paio di scarpe di acciaio, si travestì da semplice contadina, prese un bastone a cui appoggiarsi, e s'incamminò.
Cammina cammina... lontano, sempre più lontano, e più lontano ancòra. Chiedeva a tutti notizie del Monte di Cristallo, al di là del Mare Rosso e del Mare Blu, ma nessuno ne aveva mai sentito parlare.
Ed ecco, aveva consumato il paio di scarpe di ferro. Allora, calzò le scarpe di acciaio e continuò il suo cammino. In breve, ella camminò tanto a lungo e senza fermarsi mai che, quando raggiunse le rive del mare, anche le scarpe di acciaio erano quasi logorate. Laggiù, tra due rocce, vide una capanna, la più miserevole che esistesse al mondo. Si avvicinò, bussò, entrò, e scorse una piccola donna, vecchia come la Terra e con denti lunghi ed affilati come quelli di un rastrello di ferro.
"Buongiorno, nonna!"
"Buongiorno, bimba mia: che cercate qui?"
"Ahimé, nonna, cerco mio marito, che mi ha abbandonato e si è ritirato sul Monte di Cristallo, al di là del Mare Rosso e del Mare Blu!"
"E avete camminato a lungo e sofferto tanto per arrivare fin qui, bimba mia?"
"Oh, mio Dio, sì! Lungo il cammino, amara la sofferenza... e sarà, forse, tutto inutile? Ho già consumato un paio di scarpe di ferro, e le scarpe di acciaio che ho ai piedi sono quasi completamente logorate... Potete dirmi, nonna, se sono ancòra lontana dal Monte di Cristallo?"
"Siete sulla buona strada, bimba mia, ma molto dovrete ancòra camminare e soffrire prima di giungere a destinazione."
"In nome di Dio, aiutatemi, nonna!"
"Mi piacete, bambina, e voglio fare qualcosa per voi. Chiamerò mio figlio, che vi trasporterà al di là del Mare Rosso e del Mare Blu, e, in poco tempo, vi deporrà ai piedi del Monte di Cristallo".
Dalla soglia della capanna, emise un grido possente, e, in un attimo, Cenerentola vide venire a lei, sbattendo le ali, un grande uccello che faceva: Oak, Oak! Era un'Aquila. Si posò ai piedi della vecchia e disse:
"Perché mi avete chiamato, madre?"
"Per trasportare al di là del Mare Rosso e del Mare Blu questa fanciulla, e per deporla alle pendici del Monte di Cristallo"
"Va bene - disse l'Aquila - il tempo ch'ella monti sul mio dorso e partiremo".
Cenerentola sedette sul dorso dell'Aquila, e quella spiccò il volo e salì in alto nel cielo, e attraversò il Mare Rosso e il Mare Blu, e depose il suo fardello alle pendici del monte di Cristallo. Poi, se ne andò. Ma la montagna era alta, la parete ripida e scivolosa, e Cenerentola proprio non sapeva come ingegnarsi per raggiungerne la vetta. Scorse una volpe che giocava con delle palle d'oro in tutto simili a quelle che le aveva gettato suo marito nel corso della sua fuga precipitosa, e che lei conservava ancòra in tasca. La volpe faceva rotolare le palle d'oro per il pendio, poi correva giù a riprenderle. Scorse Cenerentola e le chiese cosa ci facesse là. Cenerentola le raccontò la sua storia.
"Ah, sì! - le rispose la volpe - Senza dubbio, voi siete Cenerentola, la figlia più giovane del Re di Francia! Domani, vostro marito sposerà la figlia del padrone del bel castello che si trova in cima alla montagna di cristallo".
"Mio Dio, che dite? - gridò la povera ragazza - voglio assolutamente parlargli, ma come potrò scalare la montagna?"
"Prendete la mia coda, afferratevi ben stretta con tutt'e due le mani, e io vi porterò in vetta".
Cenerentola afferrò con tutt'e due le mani la coda della volpe e riuscì a scalare la montagna, giungendo in vetta. La volpe le indicò il castello dove si trovava il marito, e se ne tornò a giocare con le palle d'oro.
Mentre Cenerentola s'incamminava alla volta del castello, s'imbatté in un gruppo di lavandaie che lavavano la biancheria in riva ad uno stagno, e si fermò un momento ad osservarle. Una delle donne teneva fra le mani una camicia con tre macchie di sangue che cercava, invano, di pulire. Vedendo che ogni suo sforzo era inutile, la lavandaia disse alla sua vicina:
"Ecco qua una camicia finissima con tre macchie di sangue che non mi riesce di levare, e, tuttavia, il signore vuole assolutamente indossarla domani per andare a sposarsi in chiesa, poiché è la più bella che ha!"
Udite queste parole, Cenerentola si avvicinò alla lavandaia e riconobbe la camicia del marito.
"Se mi passate un attimo la camicia - disse - credo che riuscirò a levar via quelle macchie". La lavandaia le diede la camicia. Cenerentola sputò sulle tre macchie, poi immerse la camicia nello stagno, la strofinò e le macchie di sangue scomparvero. Grata per la cortesia ricevuta, la lavandaia invitò Cenerentola ad accompagnarla al castello, dove avrebbe certamente trovato lavoro, almeno per tutto il tempo dei festeggiamenti per le nozze imminenti.
L'indomani, Cenerentola si fece trovare sul ciglio della strada percorsa dal corteo nuziale; accanto a lei, su di un panno bianco, c'era una delle tre palle d'oro.
La bella promessa sposa, passandole davanti, vide la palla d'oro, l'ammirò ed espresse il desiderio di entrarne in possesso. Così, inviò la sua cameriera personale da Cenerentola per comprare la palla d'oro.


Remnev A.


"Quanto volete per la vostra palla d'oro?", chiese quella.
"Dite alla vostra padrona che non cedo la mia palla d'oro né per denaro sonante né per oro."
"Tuttavia, la mia padrona ha un gran desiderio di entrarne in possesso"
"Bene, ditele che potrà averla, ma per nient'altro al mondo che una notte con il suo promesso".
"Non accetterà mai una proposta del genere!"
"E allora rimarrà senza la palla d'oro, ma andate a riferirle la mia risposta".
La cameriera tornò dalla sua padrona e le disse:
"Se sapeste, mia Signora, cosa pretende quella ragazza in cambio della sua palla d'oro..."
"E dunque? Quanto vuole?"
"Quanto? Oh, no, non vuole né denaro sonante né oro."
"Cosa, allora?"
"Vuole trascorrere la notte con il vostro promesso, o non avrete mai la palla d'oro."
"Vuol dormire con mio marito la prima notte di nozze? Che sfrontata!"
"E' determinata a non cedere la sua palla d'oro per meno"
"Devo averla, costi quel che costi. Farò in modo che mio marito beva un sonnifero prima di coricarsi, così cadrà in un sonno profondo e non succederà nulla di male. Andate a dire alla ragazza che accetto e portatemi la palla d'oro".
La cameriera tornò da Cenerentola e disse:
"Datemi la palla d'oro e seguitemi al castello: la mia padrona acconsente".
Ed ecco la principessa felice: ha la sua palla d'oro. Quella sera, a cena, ella versò il sonnifero nel bicchiere del principe, senza che egli se ne accorgesse, e, subito, fu colto da una tale sonnolenza che dovettero accompagnarlo in camera da letto, dove si addormentò profondamente prima ancòra che si aprissero le danze.
Poco dopo, anche Cenerentola fu condotta nella sua camera. Ella si gettò su di lui, abbracciandolo e versando lacrime di gioia.
"Vi ho dunque ritrovato, mio amatissimo sposo! - disse - Ah, se sapeste a prezzo di quali sofferenze!", e se lo stringeva al cuore e gli bagnava il volto con le sue lacrime, ma il principe dormiva profondamente e nulla avrebbe potuto svegliarlo. La poveretta trascorse tutta la notte piangendo e disperandosi, ma non riuscì a strappare al marito né una parola né uno sguardo. All'alba, la cameriera della principessa andò a prenderla e fece in modo che uscisse senza esser vista.
Quello stesso giorno, dopo pranzo, la Corte uscì e si sparpagliò nei boschi per una passeggiata pomeridiana. Cenerentola distese sull'erba un panno candido, vi mise sopra un'altra palla d'oro, e attese in piedi, lì accanto.
Anche questa volta, la principessa notò la palla d'oro, e, anche questa volta, inviò la cameriera a domandare a Cenerentola a che prezzo avrebbe accettato di vendergliela.
"Allo stesso prezzo di ieri", rispose Cenerentola, e la cameriera riferì le sue parole alla principessa.
"Bene - disse lei - dille pure che accetto e fatti dare la palla d'oro".
Durante la cena, il principe, al quale avevano nuovamente versato un sonnifero nel bicchiere, si addormentò a tavola e si dovette trasportarlo in camera, mentre tutti danzavano e si divertivano, e, come la prima volta, Cenerentola trascorse tutta la notte al suo capezzale, piangendo e lamentandosi, ma senza riuscire a svegliarlo. Ma il fratello del novello sposo dormiva nella camera accanto, e udì i lamenti della povera donna e parole che lo sbalordirono:
"Ah, se sapessi le sofferenze che ho sopportato per arrivare fin qui!... Ti sposai quand'eri ancòra un lupo e nessuna delle mie sorelle ti aveva voluto... e adesso mi ripaghi così! Me infelice!... Tornerò una notte ancòra, e sarà l'ultima, e se ti troverò di nuovo addormentato e non riuscirò a strapparti al sonno, non ci rivedremo mai più!"
E piangeva e s'angosciava da spezzare il cuore.
Ascoltando le sue parole, il fratello del novello sposo comprese ciò che stava accadendo, e, il mattino dopo, disse al principe:
"Cenerentola è qui. Son due notti che piange e si dispera accanto al tuo letto, ma tu dormi come un masso perché la tua sposa ti versa del sonnifero nel bicchiere. ma io ho udito ogni cosa: le sue lacrime ed il suo dolore mi hanno profondamente commosso. Stanotte tornerà nella tua camera, ma sarà l'ultima volta. Dunque, stasera, guardati bene dal bere il vino che ti offrirà la tua sposa, perché se dormirai, non la rivedrai mai più!"
Quello stesso giorno, dopo pranzo, la Corte tornò a passeggiare  nel bosco, e Cenerentola era là, con l'ultima palla d'oro sul panno bianco... e, per farla breve, accettò di cederla alla principessa alla medesima condizione delle due volte precedenti.
Ma, durante la cena, il principe non bevve il sonnifero perché riuscì a vuotare il bicchiere sotto la tavola senza che la principessa se ne accorgesse. Tuttavia, finse di crollare in preda ad una irresistibile sonnolenza, tanto che lo trasportarono in camera e lo coricarono nel suo letto. E non dormiva quando Cenerentola fu accompagnata nella sua stanza per la terza volta: si abbracciarono con trasporto, piangendo di gioia.


P.J. Lynch


Poi, Cenerentola raccontò al marito tutte le peripezie del suo lungo viaggio e la gran pena e le sofferenze che aveva affrontato. Il principe capì ch'ella lo amava più di ogni altra cosa al mondo e le giurò che sarebbe tornato con lei nel suo Paese, abbandonando senza alcun rimpianto la sposa che non lo amava affatto.
L'indomani mattina, Cenerentola fu rivestita con ricchi abiti da principessa, ciò che effettivamente era. A cena, il principe la fece sedere accanto a sé e la presentò ai commensali come una delle sue parenti più strette. Nessuno la conosceva e tutti gli sguardi erano puntati su di lei, soprattutto quelli della principessa, che si sentiva sempre più inquieta poiché non presagiva nulla di buono dalla presenza di quell'estranea. Verso la fine del pasto, i convitati cantarono vecchie e nuove canzoni, raccontarono nobili imprese e aneddoti salaci: ciascuno faceva del suo meglio per divertire e intrattenere la compagnia.
"E voi, genero, ci canterete qualcosa? O, forse, preferite raccontare una bella storia?", disse il Signore del castello.
"Non ho granché da raccontare, suocero. Tuttavia c'è qualcosa che mi rende perplesso e gradirei ricevere il vostro consiglio e quello degli uomini saggi e di esperienza seduti qui. Un tempo avevo un delizioso cofanetto, chiuso da una piccola chiave d'oro. L'ho perduto e ne ordinai uno nuovo, ma, non appena entrai in possesso del cofanetto nuovo, ritrovai il primo, così, adesso ho due cofanetti, quando me ne servirebbe uno soltanto. Quale dei due dovrei tenere, suocero, il vecchio o il nuovo?"
"Sempre onore e rispetto per ciò che è più vecchio - disse il vegliardo - serbate il vecchio cofanetto, genero".
"Ed è proprio la mia opinione riguardo vostra figlia! Quanto a me, intendo tornare al Paese** della mia prima moglie - eccola! - che mi ama più dell'altra".
E il principe si alzò da tavola, e, nel silenzio e nello stupore generali, prese per mano Cenerentola e se ne andò con lei.
I due lupi del vecchio castello erano principi di sangue, figli di un potente re, costretti ad assumere sembianze di lupo come punizione per non so quale colpa.
Poco dopo il loro ritorno, il  padre morì, e il marito di Cenerentola fu incoronato re al suo posto. Così Cenerentola divenne regina.
Le sue sorelle erano mal maritate, e, poiché ella era rimasta d'animo gentile, dimenticò le loro mancanze nei suoi confronti, le invitò presso di lei, a Corte, e fece in modo che contraessero matrimoni onorevoli e convenienti.



Long L.


*
Nella casa paterna, tutti si erano accorti che Cenerentola era incinta. Il principe-lupo dice addirittura che, senza la disobbedienza di Cenerentola, la sua maledizione sarebbe cessata una volta nato il loro bambino, ma di questo bambino non si parlerà mai più.
Nella maggior parte delle fiabe imparentate con questa, laddove sia presente il motivo della prossima maternità, l'Eroina compie il suo viaggio incinta e, spesso, partorisce sul finale, in condizioni di estremo disagio.

**
Altra contraddizione: per l'intera fiaba, l'unico Regno di cui si parla è quello del padre di Cenerentola, ovvero la stessa Francia, ma, nelle ultime righe, con un'improvvisa fretta, si liquidano con poche, vaghe parole, la maledizione che ha colpito i fratelli e la "colpa" che l'ha provocata, e spunta il "potente re", loro padre, che muore al momento opportuno. D'altra parte, non si hanno più notizie del padre di Cenerentola, né si comprende come mai le sorelle abbiano contratto matrimoni disdicevoli (si intenda: non all'altezza del loro rango).
Temo che non conoscerò mai il vero finale di questa fiaba.


Traduzione: Mab's Copyright







domenica 12 aprile 2015

L'Allodola che Trilla e che Saltella, Grimm n.88 (Traduzione Mia)

'era una volta un uomo che si apprestava a partire per un lungo viaggio. Al momento dei saluti, chiese alle sue tre figlie che cosa avrebbero desiderato ricevere in dono. La maggiore rispose:"Perle", la secondogenita: "Diamanti", ma la minore disse:
"Caro padre, io desidero un'allodola che trilla e che saltella."
Il padre le rispose:
"Sì, bambina mia, se riuscirò a trovarla, l'avrai." Baciò le figlie e partì.
Il tempo passò, e, quando l'uomo prese la via del ritorno, aveva le perle e i diamanti per le figlie maggiori, ma, nonostante l'avesse cercata ovunque, non era riuscito a trovare l'allodola che trilla e che saltella per la minore, e ciò lo accorava perché la figlia più giovane era la sua prediletta. Il sentiero verso casa attraversava una grande foresta, nel cuore della quale si innalzava un magnifico castello, e, proprio accanto al castello, si ergeva un albero, e, in cima all'albero, l'uomo scorse  un'allodola che trillava e saltellava.







"Ah, capiti proprio al momento giusto!", esclamò, felice, e ordinò al suo servo di arrampicarsi sull'albero e di catturare la piccola creatura. Ma, non appena questi si avvicinò all'albero, balzò fuori un leone, che, scuotendo la criniera, emise un ruggito tale da far tremare anche le foglie sugli alberi.
"Chiunque tenti di rubarmi l'allodola che trilla e che saltella - gridò - io lo divoro!"
Allora, l'uomo disse:
"Non sapevo che l'uccello vi appartenesse. Farò ammenda per la mia colpa e pagherò un cospicuo riscatto se solo mi risparmierete la vita!"
"No - rispose il leone - non vi è nulla che possa salvarti, a meno che tu non prometta di consegnarmi il primo essere vivente che ti verrà incontro quando farai ritorno a casa. Se mi darai la tua parola, ti risparmierò la vita, e ti lascerò anche prendere per tua figlia l'allodola che trilla e che saltella."
Ma l'uomo non si rassegnava ad accettare perché - come spiegò:
"Potrebbe trattarsi della mia figlia più giovane: ella mi vuol bene più di ogni altro e mi corre sempre incontro quando ritorno a casa."
Il servo, che moriva di paura, disse:
"Ma perché dovrebbe essere proprio tua figlia a correrti incontro per prima? Non potrebbe farlo un gatto o uno dei tuoi cani?"
L'uomo si lasciò convincere, ma aveva il cuore pesante. Prese l'allodola che trilla e che saltella, e si accomiatò dal leone con la promessa che gli avrebbe consegnato il primo essere vivente che gli fosse corso incontro sulla soglia di casa.







Quando l'uomo tornò a casa, chi altri se non proprio la sua amatissima figlia minore gli andò incontro per prima? Ella arrivò correndo, lo baciò e lo abbracciò, e, quando vide che le aveva portato l'allodola che trilla e che saltella, era fuor di sé dalla contentezza. Ma il padre non poteva condividere la sua gioia; scoppiò a piangere e le disse:
"Bambina carissima, l'ho pagato ben caro quest'uccellino! Ho dovuto promettere di consegnarti ad un feroce leone, e, quando esso ti avrà nelle sue grinfie, ti farà a brandelli e ti divorerà."
E le raccontò per filo e per segno l'accaduto, e la implorò di non andare nella foresta, qualsiasi conseguenza ne derivasse. Ma la figlia lo consolò e disse:
"Padre carissimo, dovete mantenere la vostra parola: io andrò dal leone, lo ammansirò e farò ritorno sana e salva."
Il giorno seguente, fattasi indicare la via, salutò i suoi cari e si addentrò senza alcun timore nella foresta. Ma il leone, in realtà, era un principe stregato: di giorno era un leone - e, come lui, i cortigiani si trasformavano in leoni - e, di notte, tutti riprendevano le sembianze umane.
Al suo arrivo, ella fu accolta cerimoniosamente e condotta nel castello. Quando calò la notte, il leone ridiventò un bellissimo uomo e le loro nozze furono celebrate con grande sfarzo. Gli sposi si amavano e vivevano felici: vegliavano la notte e dormivano durante il giorno.






Passò del tempo, e, un giorno, il principe le disse: "Domani tuo padre darà una gran festa perché si sposa la tua sorella maggiore. Se desideri andarci, i miei leoni ti scorteranno." Ella accettò, felice di rivedere il padre, e tornò a casa in compagnia dei leoni. Al suo arrivo, grande fu la gioia poiché tutti l'avevano creduta morta da tempo, sbranata dal leone. Dal canto suo, ella li rassicurò. Raccontò loro che bell'uomo fosse il principe e quanto fosse felice con lui. Si trattenne per tutto il tempo dei festeggiamenti, poi ritornò alla sua vita nel cuore della foresta.
Quando venne a sapere che anche l'altra sorella era in procinto di sposarsi, ella disse al leone: "Questa volta non ci andrò sola, devi venire anche tu".
Ma il leone si rifiutava, protestando che era troppo pericoloso per lui, perché, se anche il minimo raggio di luce lo avesse sfiorato, si sarebbe trasformato in una colomba e, come colomba, sarebbe volato via e avrebbe vissuto per sette anni con gli uccelli della sua razza. Ma ella insistette giurando che lo avrebbe protetto da qualsiasi pericolo. E così partirono insieme, e portarono anche il loro bambino.







Una volta a casa del padre, ella fece costruire una camera dai muri così spessi e compatti che nessuna luce poteva penetrarvi: là si sarebbe rinserrato il principe quando avrebbero acceso le fiaccole nuziali. Tuttavia, il legno della porta era troppo giovane e si spaccò creando una fenditura, ma talmente piccola che nessuno la notò. E, quando il corteo, sfolgorante di fiaccole e di lanterne, fece ritorno dalla chiesa, sfilò davanti alla porta della camera, e un raggio di luce, sottile come un capello, cadde sul principe, e, non appena egli ne fu sfiorato, si trasformò.
Quando la sposa cercò il principe nella camera serrata, non lo trovò. C'era solo una bianca colomba che le disse: "Bisogna che per sette anni io voli da un capo all'altro del mondo, ma, per indicarti il cammino, ogni sette passi lascerò cadere una rossa goccia del mio sangue e una piuma bianca: se mi seguirai, potrai liberarmi." E la colomba volò fuori dalla porta e, ogni sette passi, lasciava cadere una rossa goccia di sangue e una piuma bianca, a indicarle il cammino.







Ed ella s'inoltrò sempre più nel vasto mondo, senza mai guardarsi intorno e senza riposarsi mai, e i sette anni erano quasi trascorsi e già se ne rallegrava, pensando che la liberazione fosse vicina, e, invece, era ancòra così lontana!
Oh, sì, molto lontana davvero, poiché una volta, mentre camminava, le piume e le gocce di sangue cessarono di cadere, e, levando gli occhi al cielo, si accorse che la colomba era sparita. Pensò che nessun essere umano avrebbe potuto aiutarla, così salì vicino al Sole e gli disse:
"Tu che risplendi sulle vette più alte e nei burroni più profondi, hai visto volare una colomba bianca?"
"No - rispose il Sole - non ho visto niente del genere, ma voglio regalarti una scatolina: aprila quando ti troverai in grande difficoltà."






Ella ringraziò il Sole e proseguì il suo cammino finché scese la sera e nel cielo comparve la Luna, e le chiese:
"Tu che risplendi tutta la notte sui campi e sulle foreste, hai visto volare una colomba bianca?"
"No - rispose la Luna - non ho l'ho vista, ma voglio regalarti un uovo: rompilo quando ti troverai in grande difficoltà."







Ella ringraziò la Luna e proseguì il suo cammino finché giunse dove soffiava il Vento del Nord. Allora ella gli disse:
"Tu che soffi tra gli alberi e scompigli le foglie, hai visto volare una colomba bianca?"
"No - rispose il Vento del Nord - non l'ho vista, ma chiederò agli altri tre venti, forse loro l'hanno vista."
Vennero il Vento dell'Est e il Vento dell'Ovest, ma neanche loro avevano visto la colomba. In ultimo, arrivò il Vento del Sud e disse:
"Ho visto io la colomba bianca: è volata fino al mar Rosso dove si è trasformata nuovamente in un leone, poiché è scaduto il settimo anno, e il leone sta combattendo con un drago, ma il drago è una principessa stregata."






"Ecco il mio consiglio - le disse, allora, il Vento del Nord - Va' fino al mar Rosso, sulla riva destra vedrai un canneto: conta le canne, taglia l'undicesima e con quella colpisci il drago. Solo allora il leone potrà batterlo, ed entrambi riacquisteranno la loro forma umana. Poi, guardati intorno: sulla riva, vedrai un grifone. Saltagli sul dorso con il tuo sposo. il grifone vi porterà a casa sorvolando il mare. Eccoti anche una noce: quando sarai in mezzo al mare, lasciala cadere: essa getterà i germogli, e, in un attimo, dall'acqua s'innalzerà un grande albero di noci sul quale il grifone si riposerà. Se non potesse riposarsi, gli mancherebbero le forze per portarvi sani e salvi sull'altra riva. E, se dimentichi di lasciar cadere la noce, precipiterete in mare."
Ella andò sulle rive del mar Rosso e trovò tutto come aveva detto il Vento del Nord. Tagliò l'undicesima canna e con quella colpì il drago, così il leone poté batterlo ed entrambi riacquistarono il loro aspetto umano. Ma, non appena la principessa che prima era un drago fu libera dall'incantesimo, afferrò il giovane per un braccio, salì con lui in groppa al grifone e lo condusse via con sé.










E quell'infelice che aveva peregrinato per tanto tempo e così lontano, si ritrovò di nuovo sola e abbandonata. E pianse. Ma, ben presto, le tornò il coraggio.
"Andrò fin dove soffia il vento e camminerò finché canta il gallo, e lo ritroverò", disse.
Cammina cammina, giunse finalmente al castello dove colui che era stato un leone e colei che era stata un drago vivevano insieme, e venne a sapere che si sarebbe tenuta una gran festa in onore delle imminenti nozze del principe e della principessa. Ella esclamò: "Che Dio mi assista e venga in mio soccorso!"
Prese la scatolina che le aveva donato il Sole: dentro c'era un abito che risplendeva proprio come il sole. Lo tirò fuori, lo indossò e salì al castello e tutta la gente la guardava ammirata, anche la stessa fidanzata. E alla fidanzata l'abito piacque al punto che lo desiderò per indossarlo come veste nuziale.
"Acconsentireste a vendermelo?", le chiese.
"Non per oro o per denaro - rispose - Carne e sangue sono il suo prezzo."
La fidanzata le chiese che cosa intendesse dire con quelle parole, ed ella rispose:
"Lasciatemi dormire per una notte nella camera in cui dorme lo sposo."







La fidanzata non voleva, ma desiderava talmente quell'abito che, infine, acconsentì, non senza aver ordinato al cameriere personale del principe di somministrargli un potente sonnifero. Quella notte, quando il principe era profondamente addormentato, condussero la giovane nella camera. Ella si sedette accanto al letto e disse:
"Per sette anni ti ho seguito ovunque, sono andata dal Sole, dalla Luna e dai quattro Venti per ritrovarti; ti ho aiutato a battere il drago... e ora ti scordi di me?"
Ma il principe dormiva così profondamente che i suoi lamenti gli parevano il bisbigliare del vento tra gli alberi. All'alba, fu condotta fuori dalla camera e dovette consegnare l'abito d'oro.






Com'era triste! Quanta disperazione nel vedere che anche questo espediente non era servito a nulla; si allontanò dal castello, si lasciò cadere a terra e pianse. Mentre versava tutte le sue lacrime, le venne in mente l'uovo che le aveva donato la Luna. Lo ruppe e ne uscirono una chioccia e dodici pulcini tutti d'oro zecchino, ma vivi e svelti. Correvano qua e là pigolando e becchettando, per poi tornare a rifugiarsi sotto le ali della madre: al mondo non si era mai vista una tale meraviglia. Allora la giovane si alzò, si asciugò le lacrime e spinse dolcemente la chioccia e la sua nidiata innanzi a sé, fin sotto le finestre della fidanzata. Appena li vide, la fidanzata se ne incapricciò e scese subito per domandarle se fosse disposta a venderglieli.
Ed ella rispose:
"Non per oro o per denaro. Carne e sangue sono il loro prezzo. Lasciatemi dormire ancòra una notte nella camera dello sposo."
La fidanzata accettò, decisa ad ingannarla come la sera precedente.
Ma, quando il principe andò a letto, chiese al suo cameriere che cosa era stato tutto quel sussurrare nella notte. Allora, il cameriere gli confessò ogni cosa: lo avevano obbligato a somministrargli di nascosto un potente sonnifero perché una povera fanciulla aveva dormito nella sua camera, e aveva ricevuto gli stessi ordini per quella notte. Il principe allora gli disse:
"Versa il sonnifero accanto al letto."
Più tardi, quando la giovane donna fu condotta nella camera e prese a ricordargli la sua triste storia, il principe riconobbe immediatamente la voce della sua cara sposa; balzò in piedi e disse:
"Adesso sono libero, finalmente! Mi pareva di vivere in uno strano sogno poiché quella principessa sconosciuta mi aveva stregato affinché mi dimenticassi di te, ma Dio mi ha salvato in tempo da questo maleficio dello spirito e dei sensi!"






Poi, protetti dalla notte, scivolarono fuori dal castello, poiché temevano il padre della principessa che era un grande Incantatore. Montarono in groppa al grifone, che li portò al di là del mar Rosso; e, quando furono in mezzo al mare, ella lasciò cadere la noce: subito crebbe un grande albero di noci sul quale il grifone poté riposare, quindi li condusse a casa, dove rividero il figlio, che, nel frattempo, si era fatto grande e bello. E, da quel giorno in poi, vissero sempre insieme, felici e contenti, fino alla morte.





Grimm n.88, "Das singende springende Löweneckerchen".
Classificazione: AaTh 425C [La Bella e la Bestia]
Traduzione: Mab's Copyright

Il testo in lingua originale è nella Pagina: "Brüder Grimm"

martedì 21 ottobre 2014

La Principessa nel Globo di Terra (Svezia)

nticamente c'era al mondo un Re, che abitava in un certo reame ai confini della terra. Aveva una figlia così bella e rosea e con la pelle così trasparente che le si poteva vedere il midollo passare da un osso all'altro come le perle quando si sfilano. Quando crebbe, molti principi e cavalieri si contesero la sua mano, e tra loro c'era il figlio di un re. Si incontrarono, si parlarono a lungo e subito si giurarono reciproco amore.
D'improvviso scoppiò una guerra e il reame fu travolto da quel tragico evento. I nemici occuparono il Paese con un possente esercito e il Re fece costruire un gran globo di terra dove nascondere la Principessa e proteggerla dai pericoli dell'invasione. Le diede un'ancella per servirla, un cane per difenderla e un gallo per aiutarla a distinguere la notte dal giorno. Nel globo vennero immagazzinati viveri che bastassero per un lungo periodo.
Poi il Re riunì la sua armata e si preparò alla battaglia, accompagnato dal giovane Principe che aveva deciso di stargli a fianco. Separarsi fu molto difficile per i due giovani rampolli reali, soprattutto per la Principessa.


Stokes M.


"Ho il presentimento - disse al Principe - che non ci vedremo per molto tempo. Devo perciò rivolgerti una preghiera, che ti chiedo di non rifiutare. Devi giurarmi di sposare solo chi sarà capace di lavare le macchie dal mio asciugamano e tessere fino alla fine questo panno dorato". Con queste parole diede al Principe un asciugamano e un pezzo di tessuto, riccamente ricamato di seta e oro. Il Principe accettò questi due pegni e giurò di non dimenticare mai le parole della sua cara. Così si dissero addio.
La Principessa si chiuse nel suo globo di terra, e il Principe e il vecchio Re partirono  per difendere il Paese dal nemico.
Quando i due eserciti si scontrarono, ci fu un'aspra battaglia all'ultimo sangue.
La stella della fortuna non protesse il Re che cadde in combattimento, e il giovane Principe fu costretto a battere in ritirata e rifugiarsi nella sua terra. I nemici invasero il Paese e misero tutto a ferro e fuoco. Il castello del Re venne incendiato e, dopo il loro passaggio, il reame divenne una terra desolata. Non c'erano tracce della figlia del Re, e non si sapeva se fosse morta o fosse finita prigioniera.
Intanto la Principessa viveva nel suo globo di terra con l'ancella e aspettava che il Re tornasse a casa, ma i giorni passavano, uno dopo l'altro, e nessuno veniva a liberarle dalla loro prigionia. In tal modo trascorsero sette lunghi anni. Le provviste erano finite e le due donne, non avendo di che sopravvivere, furono costrette ad ammazzare il gallo. Da quel giorno vissero nell'oscurità del globo, ignorando il trascorrere dei giorni e non distinguendo più l'alba dal tramonto.
Poco dopo l'ancella morì e la Principessa rimase tutta sola nella sua cella. La poveretta non sapeva come sfuggire alla morte che sicuramente l'aspettava. Spinta dalla disperazione, prese un coltello e cominciò a scavare un buco fra le travi di legno del soffitto, lavorando giorno e notte senza interruzione.
All'alba del terzo giorno era sfinita, ma, a forza di intaccare il legno delle travi, spaccò la terra che ricopriva il globo e all'improvviso apparve uno spiraglio di cielo azzurro. Allargando la fessura, scivolò all'aperto, e dopo tanti anni l'aria fresca colorò di rosa le sue pallide gote.
Senza indugiare, indossò gli abiti dell'ancella e, con il cane alla corda, prese a vagare in quel terreno deserto. Dopo aver camminato a lungo senza incontrare anima viva, vide un film di fumo levarsi tra gli alberi e si imbattè in un uomo che bruciava legna per far carbone.
Si avvicinò al carbonaio, gli chiese qualcosa da mangiare e disse che lo avrebbe aiutato volentieri nel suo lavoro. L'uomo le diede un boccone di pane e in cambio lei lo aiutò a bruciar carbone.
Lavorando, cominciarono a parlare e la Principessa interrogò il vecchio sulle sorti della guerra e sugli ultimi avvenimenti. Venne così a sapere della sconfitta subita dall'esercito del suo Paese e della morte del Re.
Provò una profonda tristezza, capì di essere sola al mondo e mai come in quel momento le parve vero il vecchio proverbio che diceva che ha pochi amici chi può contare molte verdi tombe.
Passò qualche tempo e, quando fu pronta una bella provvista di carbone, l'uomo consigliò alla ragazza di andare a cercar lavoro in qualche castello, dato che gli sembrava non fosse abituata ai lavori pesanti. La Principessa ringraziò e disse:
"Se mi benedici, vado, e, se non mi benedici, vado lo stesso!"



Stokes M.


Decise così di partire e, come una viandante, si mise in cammino con una borsa a tracolla. Allegri gli uccelli cantavano, minacciosi i leoni ruggivano, finché giunse alla costa. Sedette afflitta lungo la riva del mare spumeggiante ed ecco che dal bosco sbucò un lupo. E disse:

"Dammi il tuo cane,
e in cambio scanserai le fiere
quando usciranno dalle tane!"

 A malincuore, la Principessa si vide costretta ad assecondare il desiderio del lupo e gli diede il cane. Mangiato che ebbe a sazietà, il lupo le disse:

"Tu siedimi sul dorso,
che verso un altro reame drizzerò il mio corso!"

La Principessa sedette sul dorso del lupo che la portò in un altro reame, mentre la giovane, vivida luna nasceva in cielo.
Lungo la riva sorgeva un castello.



Laurel Long


Dalle insegne sulla bandiera che svettava sulla torre più alta la Principessa lo riconobbe per quello del Principe che un tempo le aveva giurato eterno amore e fedeltà.
Mentre la Principessa era stata prigioniera nel suo globo di terra, il padre del Principe era morto e lui a sua volta era diventato Re. Con il passare degli anni, i baroni volevano che il nuovo Re prendesse moglie, ma questi non li ascoltava: pensava alla bella Principessa alla quale aveva giurato fedeltà in gioventù.
Erano passati sette anni da allora e non aveva saputo nulla di lei, tanto che ormai la riteneva morta. Si lasciò convincere dunque ad emanare un editto che diceva che sarebbe diventata sua sposa chi era capace di smacchiare alla perfezione un asciugamano e di portare a termine la tessitura di un panno ricamato di seta e oro. Giunsero in lunghe file molte fanciulle da Oriente e Occidente, perché tutte volevano diventare la sua regina. Ma nessuna fu capace né di lavare né di tessere a dovere.
Proprio in quei giorni era arrivata una nobile fanciulla che voleva tentare la fortuna. La Principessa disse di chiamarsi Asa, si offrì come ancella e venne assunta dalla giovane straniera. Nessuno immaginava chi fosse lei in realtà.
La padrona di Asa tentò di ultimare la tessitura del panno, ma fallì come tutte le altre. Era disperata e non sapeva cosa fare.
Un giorno che la padrona era fuori, la falsa Asa sedette al telaio e compose con arte un bel pezzo di tessuto. Quando la padrona tornò a casa e se ne accorse, le chiese chi l'avesse aiutata nel lavoro. All'inizio la Principessa non voleva rivelare la verità, ma dovette ammettere di essere lei l'artefice dell'opera. La padrona si rallegrò e le disse di andare avanti. Nessuno avrebbe immaginato che in realtà era l'ancella a tessere la stoffa per la padrona.
Al castello si diffuse la voce che la forestiera era capace di intrecciare con maestria i fili dell'ordito, con un mirabile risultato, e si riparlò del progetto di matrimonio. Lo stesso Re andava spesso in camera della fanciulla a vedere come procedeva la tessitura. Ma, quando entrava, il telaio era sempre fermo e nessuna mano di donna intrecciava i fili d'oro. Al Re pareva bizzarro, e chiese alla fanciulla perché non sedesse mai al telaio in sua presenza.
"Signore, sono troppo timida per lavorare al suo cospetto", rispondeva con malizia la fanciulla.
Il Re dovette accontentarsi di questa risposta e, entro breve tempo, il tessuto fu pronto.
Come secondo compito, toccava ora alla fanciulla lavare l'asciugamano macchiato, ma più strofinava, più le macchie scurivano. Era disperata e non sapeva cosa fare.
Un giorno che la padrona era fuori, Asa, ovvero la Principessa travestita, si mise a lavare l'asciugamano.
Appena la toccò con le sue abili mani, la stoffa cominciò a sbiancare. Quando la padrona tornò a casa e se ne accorse, le chiese chi l'avesse aiutata a lavare. All'inizio, la Principessa non voleva rivelare la verità, ma dovette poi ammettere di essere lei l'artefice del lavoro. La Principessa si rallegrò e le disse di andare avanti. Nessuno sospettava che in realtà fosse l'ancella a lavare la stoffa per la padrona.
Al castello si diffuse la voce che la forestiera era anche capace di lavare a dovere, e si riparlò del progetto di matrimonio. Lo stesso Re andava spesso in camera della fanciulla a vedere come procedeva la prova. Ma quando entrava, nessuno aveva le mani in acqua. Al Re parve bizzarro, e chiese alla fanciulla perché non lavasse mai in sua presenza. Il Re ottenne la stessa risposta elusiva e dovette accontentarsi. Entro breve tempo, la stoffa risultò completamente pulita.
Al diffondersi di questa notizia, si fece festa nel Reame, e si apprestarono i preparativi per le nozze del Re.
Ma il giorno del matrimonio la sposa si ammalò improvvisamente e non fu in grado di compiere, alla testa del suo seguito, la lunga cavalcata fino alla chiesa. Tenne segreta la sua malattia, e si confidò soltanto con la sua ancella, pregandola di andare lei in sua vece. La Principessa accettò e indossò l'abito da sposa. A cavallo aveva un nobile portamento eretto e nessuno poteva mettere in dubbio che si trattasse della futura sposa. Il corteo nuziale percorreva le strade intorno al castello, secono una vecchia usanza, accompagnato dal tripudio della folla. Poi si sarebbero allontanati verso la chiesa, che era la stessa chiesa dove la Principessa si recava prima della guerra. Suoni e canti non servivano ad attutire il dolore della poverina, che doveva sostituire la sposa alle nozze con l'uomo che un tempo le aveva giurato fedeltà e amore.
La Principessa sedeva pallida sul suo destriero con la corona d'oro in testa, e accanto a lei cavalcava lo sposo ignaro del dolore che le spaccava il cuore. Quando ebbero percorso un tratto di strada, giunsero a un ponte che, secondo una profezia, sarebbe caduto se l'avessero attraversato sposi che non erano di sangue reale. La Principessa pronunciò le seguenti parole:

Bel ponticello, reggi quando cavalcando
due nobili rampolli ti stanno attraversando.

"Cosa dici, mia cara fidanzata?", domandò il Re.
"Niente, niente! - replicò la sposa - Parlavo con Asa, la mia ancella."
Cavalcarono per un po' finché giunsero al castello dove la Principessa aveva abitatato. Ma l'edificio era bruciato, e al suo posto crescevano sterpi e rovi. Lì la Principessa disse:

Crescono spini e cardi
dove prima era oro fino;
ci sarà cibo per porci più tardi,
dove un tempo versavo idromele e vino!

"Cosa dici, mia cara fidanzata?", domandò nuovamente il Re.
"Niente, niente! Parlavo con Asa, la mia ancella."
Continuarono a cavalcare finché giunsero a un bel tiglio. Lì la Principessa disse:

Sei qui, mio vecchio tiglio
Ai tuoi rami ho legato
anelli d'oro, e mi ha offerto un giglio
il mio amato.

"Cosa dici, mia cara fidanzata?", domandò di nuovo il Re.
Ma la sposa rispose come prima:
"Niente, niente! Parlavo con Asa, la mia ancella."
Il corteo nuziale doveva raggiungere la chiesa. D'un tratto arrivarono al volo due colombe. La sposa disse allora:

Tu voli felice con tuo marito,
ma io lo sto perdendo in questo sito!

"Cosa dici, mia cara fidanzata?", chiese il Re un'altra volta.
"Oh, parlavo con Asa, la mia ancella!", disse la Principessa. Quando ebbero cavalcato ancora un po', cantò il gallo. Allora lei disse:

Il gallo ha cantato sul pino,
nella stalla la sposa ha un bambino.

"Cosa dici, mia cara?", chiese il Re.
"Oh, nulla! - disse la sposa - parlavo solo con Asa, la mia ancella."
Il corteo proseguì finché penetrò nell'oscurità della foresta, dove c'era il globo di terra. Passandoci davanti, il Re domandò alla sua giovane sposa di raccontare una fiaba per accorciare il cammino. La Principessa sospirò e disse:

Nel globo di terra sette anni ho passato,
fiabe e indovinelli ho raccontato,
carbone ho bruciato
e lacrime ho versato,
dolori ho attraversato
e il lupo ho cavalcato.
Per la mia giovane padrona
vado sposa con in testa la corona.

A questo punto, il Re fu incuriosito e disse:
"Cosa stai dicendo, mia cara fidanzata?"
"Oh, nulla! Parlavo solo con Asa, la mia ancella."
Stavano arrivando alla chiesa dove il matrimonio avrebbe avuto luogo. La Principessa disse:

Qui mi battezzarono, Maria, Rosa e Stella.
Ora mi chiamo Asa, come la mia ancella.

Il corteo fece il suo ingresso trionfale in chiesa. Lo apriva in testa il suonatore di flauto, seguito dal violinista, dal tamburo e da altri suonatori. Poi venivano i paggi e i cavalieri e ultima la sposa con le damigelle d'onore, accompagnata dal Re. La giovane coppia sedette nel banco riservato agli sposi e la cerimonia si svolse con gran solennità, come si conveniva a gente di stirpe reale. Tutto filò liscio e nessuno sospettò dell'avvenuta sostituzione.


Stokes M.


La sera, il Re era seduto a conversare con la giovane moglie nel suo appartamento. Parlando, il Re le domandò:
"Dimmi, mia bella amica, che hai detto quando attraversavamo il ponte? Vorrei proprio saperlo!"
"Mio caro, l'ho dimenticato, ma aspetta che lo chiedo ad Asa, la mia ancella".
Andò dall'ancella e le chiese cosa aveva  detto strada facendo. Poi tornò pronta dallo sposo e disse:
"M'è venuto in mente. Ecco:

Bel ponticello, reggi quando cavalcando
due nobili rampolli ti stanno attraversando.


"Perché l'hai detto?", chiese il Re.
La sposa tacque. Dopo un attimo, il Re domandò:
"Dimmi, mia bell'amica, che hai detto quando ci siamo avvicinati al castello in rovina? Mi farebbe piacere saperlo."
"L'ho completamente dimenticato, ma lo chiederò ad Asa, la mia ancella."
Ritornò dall'ancella e le chiese cosa aveva detto strada facendo. Poi ritornò dal Re e disse:

Crescono spini e cardi 
dove prima era oro fino; 
ci sarà cibo per porci più tardi, 
dove un tempo versavo idromele e vino! 

"Perché l'hai detto?", chiese il Re.
La sposa tacque. Dopo un po', il Re domandò:
"Dimmi, mia bella amica, che hai detto quando abbiamo sorpassato a cavallo il tiglio? Mi farebbe piacere saperlo!"
La sposa non poteva rispondere neanche a questa domanda, ma dovette rivolgersi all'ancella. Poi ritornò e disse:

Sei qui, mio vecchio tiglio
Ai tuoi rami ho legato
anelli d'oro, e mi ha offerto un giglio
il mio amato.

"Perché lo hai detto?", chiese il Re.
Ma la sposa non rispose.
Tutto questo parve assai strano al Re, che continuò a interrogare la sposa su ciò che era stato detto strada facendo, e ogni volta la fanciulla doveva rivolgersi all'ancella.
Si era fatta notte ed era tempo per gli sposi di andare in camera da letto.
"Dimmi, mia bell'amica, dov'è la cintura che ti ho dato quando siamo usciti dalla chiesa?"
"Quale cintura? - chiese la sposa impallidendo - Beh, ma... l'ho data ad Asa, la mia ancella."
Si mandò a chiamare l'ancella, e quando essa giunse dal Re, aveva la cintura alla vita, chiusa da un lucchetto che solo il Re poteva aprire. La sposa bugiarda si vide scoperta. Sparì dalla stanza e fuggì per sempre dal castello.
Il Re riconobbe la sua vera sposa e la Principessa gli raccontò tutto ciò che le era successo durante i lunghi anni di separazione. Ci fu gaudio tra gli ospiti, e il Re sentì di essere stato ricompensato per tutte le sue sofferenze.
La coppia venne condotta in camera da letto, preceduta da paggi e damigelle che portavano delle candele, come si usava un tempo. Quando il Re e la sua giovane sposa furono a letto, i giovani del corteo nuziale intonarono in coro la vecchia canzone:

Spegni la candela sulla corona
e alla sposa il tuo amore dona.

Ci fu un gran festeggiamento, perché Dio aveva voluto che i due innamorati, che avevano avuto la felicità a portata di mano, finalmente ne entrassero in possesso.

Raccolta e tradotta da Annuska Palme Sanavio.




martedì 11 giugno 2013

Le Danze Notturne, Russia (Afanas'ev)

'era una volta un Re che era vedovo e che aveva dodici figlie, una più bella dell'altra. Ogni notte queste principesse uscivano e non si sapeva dove andavano, solo che consumavano un paio di scarpe a notte. Il Re non faceva in tempo a far confezionare loro scarpe a sufficienza e avrebbe tanto voluto sapere dove andavano e cosa facevano. Allestì dunque un banchetto, invitò da ogni parte del mondo re e principi, nobili e mercanti e gente semplice e domandò:” Qualcuno di voi è in grado di risolvere questo enigma? Chi riuscirà nell'impresa avrà in moglie la mia figliola preferita e in più la metà del mio regno”. Nessuno si decideva ad assumersi l'incarico di scoprire dove andassero, di notte, le principesse, si fece allora avanti un nobile povero. “Maestà, indagherò io.” “Va bene, allora indaga tu!” Dopo un po' però il nobile povero ci ripensò:' Cos'ho fatto! Ho deciso di propormi io e non so neanche dove sbattere la testa. Se fallirò, il re mi farà passare per le armi'. Uscì da palazzo e si allontanò dalla città; mentre camminava s'intristiva sempre più; gli venne incontro una vecchia che gli chiese:” Perché, buon giovine, sei così assorto?”.
Quello rispose:” E come potrei non essere assorto? Mi sono impegnato col re a scoprire dove vanno di notte le sue figlie”.
“ Non è una faccenda facile, ma è possibile scoprirlo. Eccoti un cappello invisibile, con questo potrai vedere molte cose, ma ricordati: quando ti coricherai, le principesse ti daranno da bere delle gocce di sonnifero; tu non berle, girati verso il muro e gettale nel letto!”. Il nobile povero ringraziò la vecchia e tornò a palazzo. La notte era ormai vicina; gli assegnarono una stanza vicina a quella in cui dormivano le principesse. Egli si sdraiò sul letto e si mise in guardia. Una delle principesse gli portò allora delle gocce di sonnifero sciolte nel vino e gli chiese di bere alla sua salute. Non potendo rifiutare egli prese il bicchierino, si girò verso il muro e versò tutto nel letto. A mezzanotte in punto le principesse vennero a vedere se dormiva. Il nobile povero aveva l'aria di chi se la dorme profondamente, senza possibilità di risveglio, mentre in realtà stava attento al più piccolo rumore.
“ Ebbene, sorelle, la nostra guardia si è addormentata, possiamo andare alla festa!”
“ E' ora, è ora!”
Indossarono i loro abiti più belli, poi la maggiore si avvicinò al suo letto, lo spinse un po' e, improvvisamente, si aprì un varco al regno sotterraneo, dallo zar stregato. Cominciarono a scendere una scala; il nobile povero si alzò piano piano dal letto, indossò il cappello invisibile e le seguì. Involontariamente, mise un piede sul vestito della sorella minore; lei si spaventò e disse alle sorelle: “Ehi, sorelle, mi pare che qualcuno mi abbia pestato il vestito; è un brutto segno!”.
“ Ma no, non succederà nulla!”.
Scesero le scale e arrivarono in un boschetto dove crescevano fiori d'oro. Il nobile povero spezzò un ramo e tutto il boschetto si mise a stormire.
“ Ehi, sorelle – disse la più giovane – c'è qualcosa che non promette nulla di buono! Sentite come stormisce il boschetto!”.
“ Non temere, è la musica dello zar stregato!”.
Arrivarono al palazzo e lo zar andò loro incontro con tutta la sua corte; iniziò la musica e presero avvio le danze; danzarono fino a che le scarpe non furono del tutto consumate. Lo zar ordinò allora di versare del vino e di distribuirlo agli ospiti. Il nobile povero prese un calice dal vassoio,bevve il vino e si ficcò in tasca il calice. La festa finì; le principesse si congedarono dai loro cavalieri e promisero di tornare la notte successiva. Poi andarono a casa, si spogliarono e andarono a letto.


Long L.


Al mattino il re convocò il nobile povero e gli chiese:
“ Allora. Sei riuscito a scoprire dove sono andate le mie figlie?”
“ L'ho scoperto, Maestà!”
“ Ebbene, dov'è che vanno?”
“ Vanno nel regno sotterraneo, dallo zar stregato, e lì danzano tutta la notte”.
Il re fece chiamare le figlie e cominciò a interrogarle: “ Dove siete state questa notte?”
Le principesse ostinatamente rispondevano:” Da nessuna parte!”
“ Ma non siete state dallo zar stregato? C'è qui il nobile povero che lo sostiene, che dice di avervi colto in flagrante.”
“ Ma come fa ad averci colto in flagrante, se ha dormito tutta la notte come un sasso!”
Il nobile povero prese dalla tasca il fiore d'oro e il calice ed esclamò:” Eccola, la prova lampante!”. C'era poco da fare, a quel punto. Le principesse ammisero tutto davanti al padre; il re ordinò che fosse tappato con la terra il passaggio al regno sotterraneo, diede in moglie la figlia minore al nobile povero e vissero tutti quanti felici e contenti.

Afanas'ev n.298
Traduzione di Eridano Bazzarelli, Emanuela Guercetti, Erica Klein.