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sabato 30 maggio 2015

L'Orso Bruno della Norvegia, Highlands Occidentali (Scozia) - Andrew Lang - Traduzione Mia



Edward Dubs Shimer



'era una volta in Irlanda* un Re. E questo Re aveva tre figlie. E meravigliosamente belle erano le tre Principesse. Un giorno, mentre passeggiavano sul prato, il Re chiese loro, per gioco, chi avrebbero voluto come sposo.
"Io prenderò per marito il Re dell'Ulster*", disse una.
"E io il Re del Munster*", disse un'altra.
"E io non avrò altro sposo che l'Orso Bruno della Norvegia", disse la più giovane.
Una delle loro balie era solita raccontarle la fiaba di un principe stregato che chiamava proprio così - l'Orso Bruno della Norvegia - e la fanciulla se n'era innamorata, così quello fu il primo nome che le salì alle labbra, anche perché, giusto la notte precedente, aveva sognato di lui.
Beh, una sorella scoppiò a ridere, e l'altra anche, e continuarono per tutta la sera, e la Principessa rideva con loro; ma, quella stessa notte, si risvegliò all'improvviso in una grande sala illuminata da migliaia di lampade. Rari e preziosi tappeti ricoprivano i pavimenti e tappezzerie intessute d'oro e d'argento le pareti.
La sala era affollata di invitati, e il bellissimo Principe che aveva visto nei suoi sogni era là, davanti a lei; ed ecco, in un attimo, posava un ginocchio a terra e le diceva quanto profondo fosse il suo amore, e le chiedeva di diventare la sua regina. Le mancò il cuore di rifiutarlo e si sposarono quella notte stessa.
"Ora, mia cara - le disse lui, quando li lasciarono soli - devi sapere che sono prigioniero di un incantesimo. Una Maga, che ha una bellissima figliuola, mi voleva per genero. Ella aveva un grande potere, e, quando mi rifiutai di sposare sua figlia, mi condannò ad assumere le sembianze di un orso durante il giorno, e tale condanna sarebbe cessata solo quando una Dama avesse accettato di sposarmi di sua spontanea volontà e avesse sopportato per me cinque anni di grandi patimenti".
Bene, quando, il mattino dopo, la Principessa si svegliò, si accorse di non avere più il suo sposo accanto, e la giornata trascorse assai tristemente. Ma, non appena le lampade furono accese nella grande sala in cui lei era seduta su un divano ricoperto di seta, le porte si spalancarono, e, un attimo dopo, il marito era seduto al suo fianco. Trascorsero insieme un’altra notte felice, ma il Principe la ammonì che, se un giorno si fosse stancata del suo sposo o avesse smesso di fidarsi di lui, sarebbero stati separati per sempre, e il Principe avrebbe dovuto sposare la figlia della Strega. Così la Principessa si abituò a trascorrere le sue giornate in solitudine, e, dopo un anno di grande felicità, le nacque un bellissimo maschietto. Adesso, ella era doppiamente felice poiché aveva il suo bambino a tenerle compagnia durante il giorno, quando non le era possibile vedere il marito. Un'afosa sera d'estate, i due sposi erano seduti accanto ad una finestra spalancata con il loro bambino, quando un'aquila entrò in volo nella sala, afferrò con il becco le fasce del bimbo e fuggì via dalla finestra portandolo con sé.



Ford H.J.



La Principessa urlò e stava per lanciarsi dalla finestra dietro suo figlio, quando il Principe la afferrò, e la fissò severamente. Lei si sovvenne di ciò che le aveva raccomandato subito dopo le loro nozze, e soffocò le grida e i lamenti che le salivano alle labbra.
Dopo un lungo anno di grande solitudine, le nacque una stupenda bambina, e lei si ripromise di sorvegliarla con grande attenzione, e di non permettere che le finestre fossero dischiuse più di qualche centimetro. Ma ogni precauzione risultò inutile. Una sera, mentre erano tutti e tre riuniti e felici, e il Principe cullava la bimba fra le sue braccia, comparve all'improvviso davanti a loro un magnifico levriero che, in un batter d'occhio, strappò la bimba dalle mani del padre e infilò la porta con lei. Questa volta la Principessa urlò e si precipitò nella stanza accanto, ma lì c’erano alcuni domestici che dichiararono di non aver visto passare né il levriero né la bimba. Lei sentiva che, in un modo o nell'altro, era colpa del marito, ma riprese il dominio di sé e non si lasciò sfuggire neanche un rimprovero.
Quando le nacque il terzo figlio, la Principessa proibì che si lasciassero aperte anche solo per un attimo porte e finestre, ma non le servì a salvare il suo bambino. Una sera, mentre la famigliuola era seduta accanto al focolare, ecco una dama ritta davanti a loro. La Principessa spalancò gli occhi per il gran terrore e la fissò, e mentre la fissava, la dama avvolse uno scialle intorno al bambino, che era seduto sulle ginocchia del padre, e scomparve con lui, giù nel pavimento o, forse, su per l'ampia cappa del camino. Questa volta, la madre rimase a letto per un mese.
"Mio caro, - disse al marito, quando incominciò a riaversi - penso che sarebbe un bene per me se potessi rivedere una volta ancòra mio padre, mia madre e le mie sorelle. Se mi lascerai tornare a casa mia per qualche giorno, ne sarò felice."
"Va bene - disse lui - acconsento, e, quando avrai voglia di tornare, devi solo esprimerne il desiderio al momento di coricarti".
Il mattino seguente, la Principessa si svegliò nella sua vecchia camera nel Palazzo paterno. Suonò il campanello, e, in un attimo, eccola circondata dalla madre, dal padre e dalle sorelle - che, nel frattempo, s'erano maritate - e tutti risero e piansero di gioia nel riaverla a casa sana e salva.
Un po' per volta, raccontò loro tutto ciò che le era capitato, ma la sua famiglia non sapeva proprio cosa consigliarle.
Era sempre innamorata del marito e dichiarò di essere sicura che lui avrebbe impedito che i loro bimbi le fossero strappati, se ne avesse avuto il potere, tuttavia, aveva paura di dare alla luce un altro figlio e che anch'egli le venisse portato via. Allora, la madre e le sorelle consultarono una donna saggia, la Comare-dei-Polli** che solèva portare le uova al Castello, poiché avevano grande fiducia nella sua sapienza. La donna disse che l’unica via d'uscita era riuscire a mettere le mani sulla pelle d’orso che il Principe era costretto ad indossare ogni mattina, per poi bruciarla, così avrebbe spezzato l’incantesimo, e lui sarebbe stato un uomo sia di giorno che di notte. Incalzata dalla famiglia perché seguisse il buon consiglio della donna saggia, la Principessa promise che lo avrebbe fatto.
Otto giorni più tardi, fu presa da una tale nostalgia del marito che, quella stessa sera, espresse il desiderio di rivederlo, e, quando si svegliò, si ritrovò nel Palazzo del suo sposo, e lui in persona era chino su di lei e la guardava.
Si riabbracciarono al colmo della gioia, e trascorsero insieme molti giorni felici. Poi, la Principessa prese a riflettere: come mai non si svegliava quando suo marito la lasciava ogni mattina? E perché il Principe non dimenticava mai di offrirle con le sue stesse mani, ogni sera, al momento di coricarsi, una bevanda dolce in una coppa d’oro?
Una sera, finse di bere. Così, il mattino dopo, era ben sveglia, e, benché tenesse gli occhi appena dischiusi, vide il marito lasciare la camera attraverso una porta segreta.
La notte seguente, versò nella bevanda serale del marito qualche goccia del sonnifero che era riuscita a mettere da parte la sera prima, e il Principe si addormentò più profondamente del solito. Verso mezzanotte, la Principessa si alzò, aprì la porta segreta, e trovò una magnifica pelle d'orso bruno appesa in un angolo. Allora, la prese, si recò in salotto, e la gettò nel fuoco, dove essa bruciò fino a ridursi in cenere. Poi, si coricò al fianco del marito, lo baciò sulla guancia e si addormentò.
Se avesse vissuto cent'anni, non avrebbe mai dimenticato la disperazione mista a rabbia dipinta sul volto del Principe, che stava ad osservarla, al suo risveglio, il mattino dopo.
"Povera infelice - le disse il marito - ci hai separati per sempre! Perché non hai pazientato per cinque anni? Adesso, sono costretto - mi piaccia o no - a viaggiare per tre giorni fino al castello della Strega e a sposare sua figlia. La mia unica protezione era proprio la pelle che hai ridotto in cenere, e la Comare-dei-Polli che ti ha consigliato altri non era che la Strega in persona. Non voglio rimproverarti oltre: il castigo che ti aspetta sarà fin troppo severo. Addio per sempre!"


Nielsen K.


Quindi, la baciò per l’ultima volta, e un attimo dopo era già uscito e si allontanava, camminando più in fretta che poteva. La Principessa lo chiamò a gran voce, ma, vedendo che non serviva a nulla, si vestì e lo inseguì. Lui non smise mai di correre, non si fermò mai, non si guardò mai indietro, e, tuttavia, la moglie non lo perdeva mai di vista: quando il Principe raggiungeva una collina, lei era già nella valle, e quando lui scendeva nella valle successiva, la Principessa era in cima alla collina.
Ella era sul punto di crollare per lo sfinimento, quando, proprio mentre il sole tramontava, il Principe svoltò per un viottolo, ed entrò in una casetta. Si trascinò dietro di lui, e, quando entrò, vide che teneva sulle ginocchia un bellissimo bambino, e lo baciava e vezzeggiava.
"Povera cara - disse - ecco il tuo primogenito, e là - aggiunse, indicando una donna che li guardava sorridendo - ecco l’aquila che te lo ha portato via."
La Principessa dimenticò tutte le sofferenze patite quando abbracciò il suo bambino, e rise e lo bagnò con lacrime di gioia.
La donna lavò loro i piedi e li massaggiò con un unguento che cancellò ogni dolore, lasciandoli freschi come una rosa.
Il mattino seguente, poco prima dell’alba, il Principe era già in piedi e pronto a partire.
"Ecco qualcosa che potrebbe esserti utile - le disse - un paio di forbici che trasformerà in seta qualsiasi tessuto taglierai. Nel momento in cui il sole sorgerà, perderò ogni memoria di te e dei bambini, ma la ritroverò al tramonto. Addio!"
Ma il Principe non riuscì a correre tanto lontano che lei non riuscisse nuovamente ad avvistarlo, dopo aver lasciato il suo bambino. Tutto accadde esattamente com'era andata il giorno precedente: al mattino, le loro ombre li precedevano, e, la sera, li seguivano. Lui non si fermò mai, lei non si fermò mai, e, al tramonto, il Principe deviò per un altro viottolo, e là ritrovarono la loro bimba. Trascorsero ore di gioia e di consolazione fino allo spuntar del sole, quando incominciò il terzo giorno di viaggio.
Prima di andarsene, egli le donò un pettine, e le disse che, ogni volta che lo avesse usato per ravviare i suoi capelli, ne sarebbero caduti perle e diamanti.
Il Principe ritrovava memoria di lei dal tramonto all’alba, ma, dall’alba al tramonto, viaggiava prigioniero dell'incantesimo, e non volgeva mai indietro lo sguardo.
Quella sera, giunsero dove si trovava il loro bambino più piccolo, e il mattino seguente, poco prima che sorgesse il sole, il Principe le parlò un'ultima volta.
"Ecco, mia povera moglie - disse - un piccolo arcolaio con un filo d’oro che non finisce mai, e metà del nostro anello nuziale. Se mai tu riuscissi a raggiungermi, e ricongiungessi la metà del tuo anello alla mia, io mi rammenterei di te. Ecco laggiù un bosco: nel momento stesso in cui vi entrerò, perderò memoria di tutto ciò che è accaduto tra di noi, come se fossi nato ieri. Addio, cara moglie e cari figli, addio per sempre!"
In quel momento, si levò il sole, e corse via il Principe, alla volta del bosco.
Lei vide i folti rami aprirsi davanti a lui, e richiudersi alle sue spalle, ma, quando la Principessa giunse sul limitare del bosco, non riuscì a entrarvi, proprio come se avesse tentato di aprirsi un varco in un muro di pietra.


H. P. Hansen


Pianse e si disperò, poi, rientrò in sé e gridò:
"Bosco, per i miei tre doni magici, le forbici, il pettine e l’arcolaio, ti comando di lasciarmi passare!"
Allora, il bosco si aprì e la Principessa percorse un sentiero che la condusse dov'erano un palazzo, un prato e la casetta di un boscaiolo, che sorgeva all’estremità del bosco più vicina al palazzo. Entrò nella casetta e chiese al boscaiolo e a sua moglie di prenderla a servizio. Sulle prime, storsero la bocca, e lei disse che non avrebbe chiesto alcun compenso, ma, anzi, avrebbe dato loro diamanti, perle, pezze di seta e filo d’oro ogni volta che ne avessero espresso il desiderio, e, allora, acconsentirono a farla restare.
Non passò molto tempo che sentì parlare di un giovane principe, appena arrivato, che viveva nel palazzo della giovane Signora. Si mostrava molto raramente in pubblico, ma chi lo aveva visto non poteva fare a meno di osservare quanto apparsse silenzioso e sofferente, come una persona in cerca di qualcosa che aveva perduto.
I servitori della grande casa vennero a sapere della bellissima giovane donna nella casetta del boscaiolo, e presero ad importunarla con la loro impudenza.
Il primo valletto si dimostrò il più molesto, e la Principessa, un bel giorno, lo invitò a prendere il té con lei. Oh, quanto gongolò e come se ne vantò nella stanza della servitù! Ebbene, giunse la sera e il primo valletto si recò alla casetta e venne ricevuto nel salottino della Principessa, poiché il padrone di casa e sua moglie avevano soggezione di lei, e le avevano riservato l'uso di due graziose camerette. Il valletto sedeva dritto e rigido come un fuso, e, mentre lei preparava il té e il pane tostato, chiacchierava con sussiego della grandiosità della vita a Palazzo.
"Oh, -  gli dice la Principessa - vi dispiace allungare la mano fuori dalla finestra per prendermi un ramoscello o due di caprifoglio?"
Lui si alzò baldanzosamente e sporse una mano e la testa fuori dalla finestra, e lei disse:
"Per i miei doni magici, che ti spunti sulla testa un bel paio di corna!"
Detto, fatto: un corno gli spuntò davanti a ciascun orecchio, allungandosi verso la nuca. Oh, povero disgraziato: quanto urlava e strepitava! E i servi con i quali era solito vantarsi scesero in massa dal castello, e sghignazzavano e lanciavano grida di giubilo, sbattendo con gran fracasso tenaglie, pentole e badili, mentre lui imprecava e bestemmiava, con gli occhi fuori dalle orbite, e scalciando come un matto. Infine, la Principessa ne ebbe pietà e annullò l’incantesimo: le corna caddero a terra, e lui l’avrebbe ammazzata seduta stante, se non fosse stato debole come un bambino, e gli altri domestici entrarono in casa, lo presero e lo riportarono al castello.
Bene, in un modo o nell’altro, questa storia arrivò all'orecchio del Principe, che andò a passeggiare da quelle parti. La Principessa cuciva accanto alla finestra, e indossava una veste da povera contadina che non riusciva a nascondere la sua grande bellezza, e il Principe, dopo che l'ebbe rimirata, rimase confuso così come è confuso chi si domanda se qualcosa gli sia accaduto davvero, magari tanti anni prima, o sia solo frutto di un sogno.
Ma anche la figlia della Strega aveva sentito parlare di quella strana ragazza, e andò a trovarla, e che cosa vide se non che era impegnata a ritagliare il modello di una veste da un foglio di carta marrone, e che, ad ogni sforbiciata, la carta si trasformava nella seta più ricca che lei avesse mai visto? Gli occhi della figlia della Strega luccicarono di bramosia, e le disse:
"Quanto vorresti per quelle forbici?"
"Non voglio nient'altro che una notte nella camera del Principe", rispose la ragazza.
Ebbene, l’altezzosa signora si infuriò e stava per rivolgerle parole terribili, ma le forbici continuavano a tagliare e la seta continuava ad ammassarsi, sempre più ricca, centimetro dopo centimetro. Così accordò alla ragazza ciò che aveva chiesto.
Al calar della sera, la Principessa venne condotta al castello, dove si coricò, ma il sonno del Principe era talmente profondo che, per quanti sforzi facesse, non riuscì a svegliarlo. Ella gli cantò questi versi, sospirando e singhiozzando, e continuò a cantare per tutta la notte, ma inutilmente:

Quattro lunghi anni sono stata sposata con te;
Tre dolci bimbi ho messo al mondo per te;
Orso Bruno della Norvegia, non vuoi tornare da me?


Ford H.J.


Alle prime luci dell’alba, l’altezzosa signora entrò nella camera e la mandò via; e il valletto - quello delle corna - le mostrò la lingua mentre lasciava il palazzo.
Quella volta non aveva avuto fortuna, ma, il giorno dopo, il Principe passò di nuovo, la guardò e la salutò con la cortesia che un principe può riservare alla figlia di un contadino, e continuò per la sua strada.
Non passò molto che anche la figlia della Strega passò di lì e scopri che, mentre la Principessa si ravviava i capelli con il pettine magico, ne cadevano perle e diamanti. In breve, dopo una contrattazione in tutto simile alla precedente, la Principessa trascorse un’altra notte di dolore, poi, all'alba, lasciò il castello, e il valletto era sempre là, al suo posto, a godersi la sua vendetta.
Il terzo giorno, il Principe tornò da quelle parti e si fermò a parlare con la strana donna. Le chiese se poteva esserle utile in qualche modo, e lei rispose di sì e gli domandò se gli capitasse mai di svegliarsi nel cuore della notte. Il Principe rispose che gli succedeva spesso; però, durante le ultime due notti, aveva sentito in sogno una dolce canzone, ma non era riuscito a svegliarsi, e soggiunse che la voce doveva appartenere a qualcuno che aveva conosciuto e amato in un altro mondo e in un altro tempo.
Lei disse:
"Avete bevuto una qualche pozione soporifera, prima di andare a letto?"
"Le ultime due notti mia moglie mi ha dato qualcosa da bere, ma non so se fosse una bevanda soporifera o meno."
"Ebbene, Principe - disse lei - dal momento che vi siete impegnato a fare qualcosa per me, non assaggiate alcuna bevanda, stanotte."
"Non berrò nulla",  disse il Principe, e continuò per la sua strada.
Poco dopo, arrivò la  gran dama e trovò la straniera che lavorava ad un arcolaio e ne ricavava un interminabile filo d’oro, e così combinò il terzo affare.
Quella sera, al crepuscolo, il Principe era sdraiato sul suo letto, con la mente turbata; la porta si aprì, la Principessa entrò nella camera, sedette al suo capezzale, e cantò:

Quattro lunghi anni sono stata sposata con te;
Tre dolci bimbi ho messo al mondo per te;
Orso Bruno della Norvegia, non vuoi tornare da me?

"Orso Bruno della Norvegia? - disse lui - Non capisco."
"Non rammentate, Principe, che sono stata la vostra devota sposa per quattro anni?"
"No, ma vorrei che fosse la verità”, disse lui.
"Non rammentate i nostri tre bambini, e che essi sono vivi?"
"Mostrameli. Sono così confuso..."
"Cercate la metà del nostro anello nuziale che tenete appesa al collo e ricongiungetela a questa."
Lui obbedì, e, in quell’istante, l’incantesimo fu spezzato, riebbe indietro tutti i suoi ricordi, e gettò le braccia al collo della moglie, ed entrambi scoppiarono in lacrime.
Dall’esterno si udì un gran grido, mentre le mura del castello si fendevano e scricchiolavano. Gli abitanti del castello, terrorizzati, fuggirono, e il Principe e la Principessa si unirono a loro, mettendosi in salvo sul prato, mentre il palazzo crollava, facendo tremare il suolo per miglia e miglia intorno. E, da allora, nessuno rivide mai più la Strega e sua figlia.
Ben presto, il Principe e la Principessa si riunirono ai loro bambini, e tornarono a Palazzo.
I Re di Irlanda, del Munster e dell'Ulster vennero a far loro visita accompagnati dalle rispettive spose... e che chiunque lo meriti, possa essere felice come l’Orso Bruno della Norvegia e la sua famiglia.


Lacca di Fedoskino


Da "The Lilac Fairy Book", Andrew Lang.
Traduzione: Mab's Copyright

*
Poiché, sul finale della fiaba, il Re padre verrà chiamato genericamente "il Re d'Irlanda", dovrebbe essere l'Ard Rì, cioé, il Re Supremo. L'antica Eriu o Erin (l'odierna Irlanda) era suddivisa in cinque Regni, ognuno retto da un Re di eguale dignità, mentre l'Ard Rì, che risiedeva a Tara, veniva eletto (la carica non era ereditaria) Capo e Giudice Supremo dell'Isola. Il Munster e l'Ulster - i cui Re sono gli sposi desiderati dalle sorelle della Principessa - erano due delle cinque antiche Province.

**
La Comare-dei-Polli è un personaggio ricorrente nelle antiche fiabe scozzesi. Ricopre molti ruoli (=funzioni) sia di Aiutante Magica che (come in questo caso) di Antagonista. Come spesso accade, Donna Saggia è il sinonimo per Strega Buona (o anche Fata), un concetto non ammissibile, e che non era prudente inserire in un racconto.

lunedì 29 settembre 2014

La Guardiana d'Oche, Grimm n.89, Traduzione Mia

'era una volta una vecchia Regina, vedova da molti anni, che aveva una bella figlia, promessa ad un Principe che abitava in terre lontane. Approssimandosi la data stabilita per le nozze, la Principessa si apprestò a partire per il Regno straniero, e la vecchia madre preparò per lei preziosi arredi e gioielli, coppe e ornamenti, sia d'oro che d'argento: ogni cosa era degna di una dote regale poiché la Regina amava teneramente sua figlia. Le diede inoltre un'ancella perché si prendesse cura di lei durante il viaggio, e la consegnasse nelle mani dello sposo. Entrambe ebbero un cavallo: quello della Principessa si chiamava Falada e sapeva parlare.
Arrivato il momento del commiato, la vecchia madre condusse la Principessa nella propria camera, prese un coltellino e si ferì un dito lasciando cadere tre gocce del suo sangue su di un candido fazzoletto che porse alla figlia, raccomandandole di serbarlo con cura e di non separarsene mai, perché le sarebbe stato utile durante il viaggio. Poi si salutarono con grande dolore; la Principessa ripose il fazzoletto nel corsetto, salì a cavallo e partì per raggiungere il suo promesso.
Cavalcavano da un'ora, quando alla Principessa venne una gran sete e disse alla sua ancella:
"Scendi, e riempi la coppa che hai portato per me con l'acqua dal ruscello: sono assetata."
"Se avete sete - rispose l'ancella - scendete voi stessa da cavallo, inginocchiatevi sulla riva e bevete: non ho intenzione di farvi da serva!"
La Principessa aveva tanta sete che smontò da cavallo, si inginocchiò sulla sponda del ruscello e bevve senza poter usare la sua coppa d'oro.
Allora disse: "Ah, Dio mio!"
E le tre gocce di sangue udirono e risposero:
"Se lo sapesse tua madre, le si spezzerebbe il cuore!"
Ma la Principessa non disse nulla e risalì a cavallo.


Vogel H.


Proseguirono per alcune miglia. La giornata era calda, il sole scottava, e, ben presto, la Principessa ebbe nuovamente una gran sete. Giunte nei pressi di un altro corso d'acqua, ella disse all'ancella:
"Scendi, e dammi da bere nella mia coppa d'oro", poiché aveva dimenticato l'accaduto.
Ma l'ancella le rispose ancòra più sgarbatamente:
"Avete tanta sete? Scendete e bevete, non ho più voglia di farvi da serva!"
La Principessa aveva tanta sete che smontò da cavallo, si chinò sull'acqua e disse piangendo: "Ah, mio Dio!"
E le gocce di sangue udirono e risposero:
"Se lo sapesse tua madre, le si spezzerebbe il cuore!"
E, mentre era curva sull'acqua, intenta a dissetarsi, il fazzoletto con le tre gocce di sangue le cadde dal corsetto e sparì nella corrente, ma la Principessa, oppressa dalla pena, non se ne accorse neanche.
L'ancella, però, aveva visto tutto e, in cuor suo, se ne rallegrò perché adesso la sposa era in suo potere: aveva perduto le tre gocce del sangue materno ed era debole e senza alcuna difesa. E, quando la Principessa si apprestò a risalire sul suo cavallo - Falada - l'ancella disse:
"Falada spetta a me, tu prendi il mio ronzino!"
La Principessa fu costretta a ubbidirle. Poi, l'ancella le ordinò, con parole ancòra più dure e crudeli, di spogliarsi delle vesti regali per indossare il suo abito disadorno, e, infine, la costrinse a giurare che, una volta giunte a destinazione, non avrebbe detto una parola dell'accaduto, e minacciò di ucciderla se si fosse rifiutata. Intanto, Falada aveva osservato e ascoltato ogni cosa.
L'ancella montò in sella a Falada, mentre la vera sposa saliva sul ronzino, e proseguirono il viaggio finché giunsero alla reggia del promesso sposo.
Il loro arrivo fu salutato con grande gioia, e il Principe corse loro incontro e aiutò l'ancella a smontare da cavallo, pensando che si trattasse della sua sposa. Così, mentre quella veniva scortata su per lo scalone, la vera Principessa dovette restare in cortile. Ma alla finestra c'era il vecchio Re, che notò, laggiù, quella fanciulla immobile, così fine, delicata e bella. Andò, allora, nella sala del trono e domandò alla promessa sposa chi fosse la sua accompagnatrice.
"L'ho presa con me durante il viaggio per avere un po' di compagnia, ma datele qualcosa da fare, ché non resti con le mani in mano."
Il vecchio Re non sapeva proprio che lavoro assegnarle. Infine, le disse:
"C'è un ragazzino che custodisce le oche: potrebbe aiutarlo."
Il ragazzo si chiamava Konrädchen e la vera sposa dovette aiutarlo a governare le oche. Non passò molto tempo che la falsa sposa disse al Principe:
"Caro sposo, vi prego di farmi un piacere!"
"Con tutto il cuore!", rispose lui.
"Fate chiamare il macellatore perché tagli la testa del mio cavallo: durante il viaggio mi ha fatto tribolare."
In realtà, temeva che il cavallo rivelasse cosa aveva fatto alla Principessa.
E, quando si sparse la voce che Falada doveva morire, anche la vera Principessa venne a saperlo. Si recò in gran segreto dal macellatore e gli promise una moneta d'oro se le avesse reso un servizio. Nelle mura della città c'era un grande, buio passaggio che lei doveva attraversare di buon mattino e la sera con le sue oche:
lo pregò di inchiodare sopra il passaggio la testa di Falada, perché potesse vederlo ancòra, ogni tanto. Il macellatore promise. Tagliò la testa del cavallo e la inchiodò sopra il buio passaggio.
La mattina, di buon'ora, quando la Principessa attraversò il passaggio con Konrädchen, disse:
"O Falada, appeso lassù!"
E la testa rispose:
"O disgraziata Principessa che passi laggiù! Se lo sapesse tua madre, le si spezzerebbe il cuore!"
Ella uscì dalla città, conducendo le oche al pascolo. E, giunta in mezzo al prato, si mise a sedere e si sciolse i capelli, che erano d'oro fino; e, quando Konrädchen vide come risplendevano, avrebbe voluto strappargliene qualcuno per sé.
Allora, la Principessa disse:

"O vento, forte devi soffiare,
il suo cappello lontano fai volare,
e che a lungo lo debba cercare
ché i miei capelli io possa pettinare,
e in decorosa foggia intrecciare."

E si levò una folata di vento così forte che strappò via il cappello a Konrädchen, e il ragazzo fu costretto a rincorrerlo. Quando ritornò, la Principessa aveva già intrecciato i suoi bei capelli, e Konrädchen non poté averne neanche uno. Allora, si imbronciò e non le rivolse più una parola; così, governarono le oche fino a sera, e, poi, se ne tornarono a casa.



Anderson Anne


Il mattino dopo, nell'attraversare il buio passaggio, la fanciulla disse:
"O Falada, appeso lassù!"
E Falada rispose:
"O disgraziata Principessa che passi laggiù! Se lo sapesse tua madre, le si spezzerebbe il cuore!"
E, una volta in mezzo ai prati, si mise a sedere sull'erba e incominciò a pettinarsi i capelli.  Konrädchen corse per rubargliene qualcuno, ma la Principessa, presto presto, disse:

"O vento, forte devi soffiare,
il suo cappello lontano fai volare,
e che a lungo lo debba cercare
ché i miei capelli io possa pettinare,
e in decorosa foggia intrecciare."



Nielsen K.


E il vento soffiò forte e portò lontano il cappello del ragazzo, e lui dovette rincorrerlo. Quando ritornò, la fanciulla si era acconciata i capelli da un bel pezzo e Konrädchen non poté rubargliene neanche uno; così governarono le oche fino a sera. Ma, una volta tornati a casa,  Konrädchen andò davanti al vecchio Re e disse:
"Non voglio più custodire le oche con quella!"
"Perché mai?" domandò il vecchio Re.
"Mi dà il tormento tutto il giorno!"
Allora il vecchio Re gli ordinò di raccontare ogni cosa.
E Konrädchen disse:
"Al mattino, quando attraversiamo con le oche il passaggio nelle mura, sul muro è appesa una testa di cavallo, e lei gli parla: 'O Falada, appeso lassù!' E la testa risponde: 'O disgraziata Principessa che passi laggiù! Se lo sapesse tua madre, le si spezzerebbe il cuore!'"
E Konrädchen continuò a raccontare come, una volta in mezzo al prato, egli dovesse rincorrere tutto il giorno il suo cappello portato dal vento.



Cramer R.


Ma il vecchio Re gli ordinò di condurre le oche al pascolo anche il giorno seguente, e, di buon'ora, si nascose all'ingresso del passaggio buio, e ascoltò il dialogo della fanciulla e di Falada. Poi la seguì fino al prato, e si nascose dietro un cespuglio.
E vide con i propri occhi la fanciulla sedersi sull'erba, e la osservò mentre scioglieva e pettinava i capelli d'oro lucente. Subito, ella disse:

"O vento, forte devi soffiare,
il suo cappello lontano fai volare,
e che a lungo lo debba cercare
ché i miei capelli io possa pettinare,
e in decorosa foggia intrecciare."

Ed ecco, si levò una folata di vento e si portò via il cappello di Konrädchen, che dovette corrergli dietro. La fanciulla pettinò  e intrecciò i suoi bei capelli, e il vecchio Re osservava ogni suo gesto. Poi, non visto, si avviò alla Reggia, e, a sera, quando la guardiana d'oche rincasò, la mandò a chiamare e le chiese una spiegazione.
"Non posso confidarmi né con Voi né con altri giacché, minacciata di morte, ho fatto un solenne giuramento".
Ma il Re non si arrese e continuò a tormentarla, senza ottenere, però, alcuna risposta.
"Se non puoi parlare con me - disse, infine - confidati con il forno."
"Sì, lo farò", rispose la fanciulla. Così, si rannicchiò nel forno di ferro e aprì il suo cuore, raccontando per filo e per segno il misfatto della crudele ancella.
Ma il forno aveva un'apertura in alto e il vecchio Re si mise in ascolto e udì ogni parola. Immediatamente, ordinò che la rivestissero con abiti regali, e la Principessa pareva un miracolo, tanto era bella.
Il vecchio Re chiamò il Principe e gli rivelò che al suo fianco c'era la falsa sposa - una semplice ancella -  e che la vera sposa era lì, davanti a lui, ed era la guardiana d'oche. Il Principe fu felicissimo, colpito dalla sua grande bellezza.
Venne allestito un gran banchetto e furono invitati tutti i Nobili di Corte e gli amici.
A tavola, lo sposo sedeva tra la Principessa  e l'ancella, che, abbagliata dalla magnificenza delle vesti e degli ornamenti, non riconobbe la vera sposa. Quando i convitati ebbero mangiato e bevuto, ed erano tutti allegri, il vecchio Re si rivolse all'ancella chiedendole cos'avrebbe meritato qualcuno che avesse ingannato i suoi Signori nel peggiore dei modi. E raccontò tutta la storia per filo e per segno, concludendo:
"Quale condanna meriterebbe?"
Allora, la falsa sposa rispose:
"Non meno severa che l'essere spogliata e rinchiusa in una botte foderata di chiodi acuminati. E che la botte sia legata a due cavalli bianchi che la trascinino su e giù per le strade fino alla sua morte."
"Hai pronunciato tu stessa la tua condanna - esclamò il vecchio Re - e sarà fatto ciò che hai detto."
Eseguita la condanna, il Principe si unì in matrimonio alla vera sposa, e regnarono da allora e per sempre felici e contenti.



Rackham A.


Grimm n.89, "Die Gänsemagd".
Classificazione: AaTh 533 [The Speaking Horsehead]
                          AaTh 403  [La Sposa Bianca e la Sposa Nera]

Traduzione: Mab's Copyright

Il testo in lingua originale è nella Pagina: "Brüder Grimm"

giovedì 18 luglio 2013

Il Pescatore e Sua Moglie,( o l'Avidità Punita), Grimm n.19

'era una volta un pescatore e sua moglie; abitavano in un lurido tugurio presso il mare, e il pescatore andava tutti i giorni a pescare con la lenza, e così fece per molto tempo. Una volta se ne stava seduto vicino alla lenza a guardare nell'acqua liscia come l'olio. Se ne stava così quando la lenza andò a fondo, giù giù, e quand'egli la sollevò c'era attaccato un grosso rombo. E il rombo gli disse:
“Ti prego, lasciami vivere; io non sono un vero rombo, sono un principe stregato. Rimettimi in acqua e lasciami andare!”
 “Eh, - disse l'uomo - non hai bisogno di fare tanti discorsi: un rombo che parla, l'avrei certo lasciato libero.” Lo rimise in acqua e il rombo si tuffò e lasciò dietro di sé una lunga striscia di sangue. L'uomo andò da sua moglie, nella lurida catapecchia, e le raccontò che aveva preso un rombo. Questi diceva di essere un principe stregato; poi lo aveva lasciato andare.
“E non gli hai chiesto niente?”, disse la donna.
“No - disse l'uomo - cosa dovrei chiedere?”
“Ah! - disse la donna - è pur brutto abitare sempre in questo buco! Puzza ed è così sporco! Vai e domandagli una piccola capanna.” L'uomo non voleva, tuttavia andò sulla riva del mare e, quando giunse, il mare era tutto verde e giallo. Egli andò fino all'acqua, si fermò e disse: 

Piccolo rombo, 
ticchete tacchete, 
Stammi a sentire, 
zicchete zacchete, 
Mia moglie parlar troppo suole, 
E ciò ch'io voglio lei non vuole!” 

Allora il rombo giunse nuotando e disse: “Be', che vuole dunque?”.
“Ah! - disse l'uomo - io ti avevo pur preso; ora mia moglie mi ha detto che avrei dovuto chiederti qualcosa. Non vuole più abitare in un buco, vorrebbe una capanna.”
“Va' a casa - disse il rombo - ce l'ha già.”
Allora l'uomo andò a casa e sua moglie era sulla porta di una capanna e gli disse:
“Vieni dentro, guarda, adesso è molto meglio”. E dentro alla capanna c'era una stanza, una camera da letto e una cucina. E dietro c'era anche un giardinetto con verdura e alberi da frutta e un cortile con polli e anitre. “Ah! - disse l'uomo - ora vivremo felici.”
“Sì - disse la donna - ci proveremo.”


Nielsen K.

Dopo un paio di settimane, la donna disse:
“Marito mio, la capanna è troppo stretta e il cortile e il giardino sono così piccoli! Vorrei abitare in un gran castello di pietra; va' dal rombo, che ce lo regali“.
“Ah, moglie - disse l'uomo - il rombo ci ha già dato la capanna: non posso tornare, se ne potrebbe avere a male.”
“Macché‚ - disse la donna - può benissimo farlo e lo farà volentieri!” Allora l'uomo andò con il cuore grosso, ma quando giunse al mare, l'acqua era tutta violetta azzurro cupa e grigia; però era ancora calma. Egli si fermò e disse:

Piccolo rombo, 
ticchete tacchete, 
Stammi a sentire, 
zicchete zacchete, 
Mia moglie parlar troppo suole, 
E ciò ch'io voglio lei non vuole!” 

“Be', cosa vuole?” disse il rombo.
“Ah! - disse l'uomo tutto turbato - mia moglie vuole abitare in un castello di pietra.”
“Va', è già davanti alla porta” disse il rombo.
Allora l'uomo andò a casa e sua moglie stava davanti a un gran palazzo.
“Guarda, marito mio - ella disse - com'è bello!” Entrarono insieme e dentro c'erano tanti servi, le pareti risplendevano e nelle stanze c'erano sedie e tavole tutte d'oro. E dietro il castello c'erano un giardino e un parco che si estendeva per un mezzo miglio, dov'erano cervi, caprioli e lepri; e un cortile con stalla e scuderia.
“Ah! - disse l'uomo - in questo bel castello si può essere contenti!”
“Vedremo - disse la donna - intanto dormiamoci su.” E andarono a letto. Il mattino dopo la donna si svegliò allo spuntar del giorno, diede una gomitata nel fianco dell'uomo e disse:
“Alzati, marito, potremmo diventare Re di tutto il paese”.
“Ah, moglie - disse l'uomo - perché mai dovremmo diventare Re; io non voglio!”
“Bene, allora voglio esserlo io.”
“Ah, moglie - disse l'uomo - perché‚ vuoi essere Re? Al rombo non piacerà.”
“Marito, - disse la donna - vacci difilato, io devo essere Re.” Allora l'uomo andò ed era tutto turbato che sua moglie volesse diventare Re. E quando arrivò al mare, il mare era tutto plumbeo e nero e l'acqua ribolliva dal profondo. Egli si fermò e disse:

 “Piccolo rombo, 
ticchete tacchete, 
Stammi a sentire, 
zicchete zacchete, 
Mia moglie parlar troppo suole, 
E ciò ch'io voglio lei non vuole!” 

“Be', che cosa vuole?” disse il rombo.
“Ah! - disse l'uomo - mia moglie vuole diventare Re.”
“Va' pure, che lo è già” disse il rombo. Allora l'uomo tornò a casa e quando arrivò al palazzo c'erano tanti soldati, trombe e timpani. Sua moglie sedeva su di un alto trono d'oro e diamanti e aveva una grande corona d'oro in testa; e al suo fianco stavano in fila sei damigelle, dalla più alta alla più piccola, così da formare una scala.
“Ah! - disse l'uomo - adesso sei Re?”
“Sì - rispose la donna - adesso sono Re”.
Dopo averla guardata per un po', egli disse:
“Ah, moglie, che bellezza che tu sia Re! Non c'è più niente da desiderare”.
“No, marito - disse la donna - mi viene in uggia, non posso più resistere: sono Re, ora voglio diventare Imperatore!”
“Ah, moglie - disse l'uomo - perché‚ vuoi diventare Imperatore?”
“Marito, - diss'ella - va' dal rombo: voglio essere Imperatore.”
“Ah, moglie - disse l'uomo - egli non può fare Imperatori, non posso dir questo al rombo.”
“Io sono Re - disse la donna - e tu sei mio marito, vacci subito!” Allora l'uomo andò e mentre camminava pensava: 'Non va, non va, Imperatore è troppo sfacciato; alla fine il rombo si stancherà.' Così arrivò al mare, l'acqua era tutta nera e gonfia e ci soffiava sopra un gran vento che la sconvolgeva. L'uomo si fermò e disse:

 “Piccolo rombo, 
 ticchete tacchete, 
 Stammi a sentire, 
 zicchete zacchete, 
 Mia moglie parlar troppo suole, 
 E ciò ch'io voglio lei non vuole!” 

“Be', che vuole?” disse il rombo.
“Ah! - disse egli - mia moglie vuole diventare Imperatore.”
“Va' pure, - disse il rombo - lo è già.” L'uomo se ne andò e, quando arrivò a casa, sua moglie sedeva su di un trono altissimo fatto di un solo pezzo d'oro, e aveva in testa una gran corona alta tre braccia; al suo fianco stavano gli alabardieri, l'uno più piccolo dell'altro, dall'enorme gigante al piccolissimo nano, grosso come il mio mignolo. E davanti a lei c'erano tanti principi e conti. L'uomo passò in mezzo a loro e disse:
“Moglie, sei Imperatore adesso?”.
“Sì - diss'ella - sono Imperatore.”
“Ah! - disse l'uomo contemplandola - che bellezza che tu sia Imperatore!”
“Marito - disse la donna - non incantarti! Ora sono Imperatore, ma voglio anche diventare Papa.”
“Ah, moglie - disse l'uomo - perché‚ vuoi diventare Papa? Di Papa ce n'è uno solo nella cristianità.” “Marito - diss'ella - voglio diventare Papa oggi stesso.”
“No, moglie - disse l'uomo -il rombo non può far Papi, questo non va.”
“Chiacchiere, se può fare Imperatori può fare anche Papi. Vacci subito!” Allora l'uomo andò, ma era tutto fiacco, le gambe e le ginocchia gli vacillavano, e soffiava un gran vento e l'acqua sembrava che bollisse. Le navi, in pericolo, invocavano soccorso, danzavano e saltavano sulle onde. Tuttavia il cielo era ancora un po' azzurro al centro, ma ai lati saliva un color rosso, come durante un gran temporale. Allora egli si fermò, sconfortato, e disse:

Piccolo rombo, 
 ticchete tacchete, 
 Stammi a sentire, 
 zicchete zacchete, 
 Mia moglie parlar troppo suole, 
 E ciò ch'io voglio lei non vuole!” 

“Be', cosa vuole?” disse il rombo.
“Ah! - disse l'uomo - mia moglie vuole diventare Papa.”
“Va' pure, - disse il rombo - lo è già.” Egli se ne andò e quando arrivò a casa sua moglie sedeva su di un trono alto tre miglia e aveva tre grandi corone in testa, intorno a lei c'erano tanti preti, e ai suoi lati c'erano due file di lumi, dal più alto, spesso e grosso come un'enorme torre, fino alla più piccola candela da cucina.
“Moglie - disse l'uomo guardandola - sei Papa adesso?”
“Sì - diss'ella - sono Papa.”
“Ah, moglie - disse l'uomo -che bella cosa che tu sia Papa! Moglie, ora sarai contenta: sei Papa, non puoi diventare niente di più.”
“Ci penserò” disse la donna. E andarono a letto, ma ella non era contenta e la cupidigia non la lasciava dormire: pensava sempre che cosa potesse ancora diventare. Quand'ella vide dalla finestra il Sole che sorgeva, pensò: 'Ah, non potrei forse far sorgere anche il Sole?'
Piena di rabbia, diede una gomitata al marito e disse: “Marito, vai dal rombo, voglio diventare come il buon Dio!”.
L'uomo era ancora addormentato, ma si spaventò tanto che cadde dal letto. “Ah, moglie - diss'egli - rientra in te e contentati di essere Papa.”
“No! - gridò la moglie e si strappò la camiciola di dosso - non sono tranquilla e non posso resistere quando vedo sorgere il Sole e la Luna e non posso farli sorgere io stessa. Voglio diventare come il buon Dio.”
“Ah, moglie, il rombo questo non lo può fare. Può fare Imperatori e Papi, ma questo non lo può fare!” “Marito - diss'ella, e gli rivolse uno sguardo terribile - voglio diventare come il buon Dio, va' subito dal rombo.” Allora l'uomo andò pieno di paura; fuori infuriava la tempesta che sconvolgeva i campi e sradicava gli alberi, il cielo era tutto nero, lampeggiava e tuonava; il mare si gonfiava in onde nere, alte come montagne e tutte avevano una bianca corona di spuma. Egli gridò:

Piccolo rombo, 
ticchete tacchete, 
Stammi a sentire, 
zicchete zacchete, 
Mia moglie parlar troppo suole, 
E ciò ch'io voglio lei non vuole!” 

“Be', cosa vuole?” disse il rombo.
“Ah! - rispose l'uomo - vuole diventare come il buon Dio.”
“Va' pure, che è tornata nel suo lurido tugurio.”
E ci stanno ancora.




Grimm n.19, "Von den Fischer und siine Fru"
Classificazione: AaTh 555 [The Fisherman and His Wife]

Il testo in lingua originale è nella pagina Brüder Grimm.


mercoledì 15 maggio 2013

The False Lover, di LanAwnShee

"Quella che segue è una sintesi di un mio breve saggio dal titolo:
The false lover – I mille nomi di Barbablu. Il predatore di donne nella tradizione popolare e folklorica occidentale.




Nielsen K.



Era il 1697 quando, in Francia, Charles Perrault diede alle stampe la raccolta di fiabe intitolata "Histoires ou contes du temps passé". Tre la storie raccontate, senz’altro la celeberrima e più vastamente conosciuta è, e resta, quella di Cappuccetto Rosso, narrazione del resto non scevra da un certo gusto macabro e violento [1] – segno che allora il genere della fiaba non era ancora sentito come una sorta di surrogato allo zucchero da propinare ai bambini per far credere loro che nel mondo tutto sia bello e buono e orientato per volontà superiore verso un lieto fine. Tuttavia, se Cappuccetto Rosso continua a trovare largo spazio a tutt’oggi nelle varie raccolte per l’infanzia, un’altra fiaba tra quelle raccolte e riscritte da Perrault era destinata ad esercitare un forte fascino nell’immaginario collettivo. E il fenomeno interessante è che – se è vero che è raro trovare questa fiaba nel ‘canone’ di quelle normalmente presenti nelle collane per bambini – uscendo dagli angusti confini della letteratura infantile ecco che cominciano a fioccare le riproposizioni e le reinterpretazioni destinate ad un pubblico adulto. Da Angela Carter a Margaret Atwood, da Anatole France a Neil Gaiman, dagli studi della Pinkola Estés a quelli di Bettelheim e della Tatar. Sto parlando del racconto che Perrault intitolò "La Barbe Bleue", e che oggi è universalmente noto come Barbablu [2]. Riflettendoci, non è così strano che una trama come quella finisca per colpire di più la sensibilità di una persona matura: al di là del motivo della curiosità punita, infatti, Barbablu concentra l’attenzione su una dimensione fortemente morbosa e connessa ad una sessualità deviata e violenta che spaventa l’adulto, e che invece il bambino non coglie (o non coglie del tutto). 

sabato 11 maggio 2013

La Donna Che Non Voleva Figli - (Raccontata da una Donna)


Nielsen K.


'era un giovane prete che aveva una fidanzata. Appena venne nominato pastore e fu destinato a una canonica, decise di prenderla in moglie. La ragazza era restia a sposarsi e continuava a trovare mille scuse per rimandare la cerimonia, perché aveva paura di avere figli. Mentre lui era impaziente di arrivare alle nozze, lei continuava a sfuggirgli, con la scusa che non aveva il coraggio di affrontare quella nuova condizione.
Un giorno che la ragazza camminava lungo un sentiero nel bosco, passò una mendicante con un vestitaccio, un cappello e un lungo bastone.
La vecchia le disse "Sei in cerca di ventura o sfuggi la sventura? Non hai l'aria felice di una giovane donna che deve andare a nozze. Molto saprai, presto invecchierai".
"A volte fuggo la sventura e a volte cerco doppia avventura" rispose la ragazza sullo stesso tono misterioso.
Presto, però, la giovane donna raccontò alla vecchia il suo cruccio secondo verità, e la vecchia la esortò a seguirla. La portò a un mulino e le ordinò di far girare la macina tre volte all'inverso.
"Quando senti un botto, fermati. Quel che hai seminato raccoglierai."
Gli alberi scrosciarono, le foglie scricchiolarono e la macina diede un colpo. A questo punto, la ragazza si mise il cuore in pace e si allontanò, presto dimenticando l'accaduto.
Passò del tempo e il pastore e la ragazza si sposarono. Tutti in paese dicevano che la moglie del prete era così buona come il giorno è lungo, e nessuno si accomiatava da lei senza aver ricevuto aiuto e conforto. I due sposi erano felici e contenti ma non avevano figli.
Un giorno erano fuori a passeggio, il sole risplendeva chiaro sulle montagne e sulla valle, e il pastore si accorse di colpo che la moglie non aveva ombra. Era uno di quegli uomini che pensava che bisognasse difendersi dal bue davanti, dal mulo di dietro e dalla donna da entrambi i lati e, sospettoso, chiese alla moglie:
"Cosa hai fatto? Devi aver compiuto un'azione terribile se non hai ombra".
Ma lei non ricordava di aver fatto nulla di male.
Giorno dopo giorno, il pastore la tormentò insinuando che doveva aver commesso una grave colpa.
Alla fine, la moglie gli raccontò che l'unica cosa che le veniva in mente era che un giorno per tre volte aveva girato all'inverso la macina di un mulino.
" Non sai che è una stregoneria? Te l'hanno insegnato i troll? "chiese il marito colto dal terrore.
Allora la moglie spiegò come realmente erano andate le cose e la ragione che l'aveva spinta ad agire  in quel modo.
Il pastore andò su tutte le furie e le disse ciò che doveva fare. Doveva restare seduta in chiesa, immobile e sola per tre notti, e non parlare fino allo scadere della terza notte. In seguito, finché il pastore non gliene avesse dato il permesso, non avrebbe dovuto rivelare una sola parola di ciò che le fosse successo in quelle notti.
La prima notte entrò in chiesa un ariete bianco. Prese a cornate la povera donna, percuotendola malamente e le disse: "E' colpa tua se non sono nato, perché oggi sarei un grand'uomo". E prese a inveire con cattiveria e violenza. Nell'uscire di chiesa, la mattina dopo, la moglie del pastore si reggeva a malapena in piedi, e fu costretta a mettersi a letto.
Venne la seconda notte e adesso apparve un ariete nero dal petto bianco che la aggredì con violenza ancora maggiore dell'altro ariete e le disse: "E' colpa tua se non sono diventato prete. Oggi sarei vescovo".
E la maltrattò nel peggiore dei modi. All'alba, la donna rientrò a casa in condizioni pietose.
La terza notte si presentò una ragazza minorata e la supplicò di non sentirsi colpevole per non averla messa  al mondo perché sarebbe stata un'invalida, destinata solo a soffrire.
Rientrata in casa del prevosto, la donna giacque a letto priva di forze.
Trascorso il tempo del forzato silenzio, il pastore le chiese un resoconto delle tre notti.
La donna raccontò ogni cosa, e il pastore si arrabbiò nell'udire dell'ariete bianco destinato a diventare un gran personaggio, diventò furibondo quando seppe dell'ariete nero che sarebbe diventato prete e vescovo e il sangue gli salì alla testa. Senza darsi pena di ascoltare il resoconto della terza notte disse alla moglie: "Non riceverai clemenza, né indulgenza, fin quando dalle tue scarpe che stanno davanti al letto non cresceranno rose e gigli".
E sbattendo la porta, uscì di casa.
Al suo rientro, trovò la moglie morta. E rose e gigli erano cresciuti nelle sue scarpe.

Tradotta, curata e annotata da Annuska Palme Sanavio.

Vedi"La Donna Che Non Voleva Figli" (Raccontata da un Uomo)

"Appunti su La Donna che Non Voleva Figli"