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sabato 15 novembre 2014

Le Fate di Rahonain ed Elizabeth Shea, Jeremiah Curtin

Quando la compagnia tornò nella mia stanza la sera seguente, l'ospite portò un quarto uomo, Maurice Lynch, un muratore che sapeva molte cose sui fantasmi e sulle Fate. Quando, la sera precedente, ci eravamo salutati, John Malone mi aveva promesso di aprire la sessione attuale con una storia che sapeva essere vera, perché i protagonisti erano suoi amici "ed anche lui era presente". La storia venne richiamata da una domanda riguardo ad una pratica in uso tra le Fate (e che pare essere abbastanza comune), quella del portare via delle persone e lasciare dei sostituti al loro posto.
Pare che questi sostituti siano cadaveri, quando le persone rapite sono giovani donne in età da marito. Quando viene presa una donna sposata, viene messo al suo posto il simulacro di un defunto. Quando viene rapito un bambino, ne viene posta nella culla una imitazione vivente. Il sostituto appare ai genitori come il proprio figlio, ma a chiunque abbia la visione fatata l'inganno appare nella sua vera forma [vedi Changeling].


Christensen J.


irca trenta anni or sono - disse l'anziano uomo - viveva in un villaggio vicino a Rahonain Castle un uomo di nome James Kivane, mio fratellastro, che sposò una donna chiamata Elizabeth Shea.
Tre o quattro notti dopo la nascita del loro secondo figlio, la moglie di Kivane, di cui si stavano prendendo cura la madre e la suocera, si svegliò e vide il letto in fiamme. Chiamò la madre, che si era addormentata a fianco del letto. La madre balzò in piedi e, girandosi verso il focolare, vide una gatta con un volto di uomo e si spaventò, ma non ebbe tempo sufficiente per darle una seconda occhiata. Quando ebbe spento il fuoco, cercò la gatta, ma non ne trovò traccia nella casa e non la rivide mai più. Due giorni dopo, il neonato morì, e tre o quattro giorni più tardi,  Elizabeth Shea provò un terribile dolore ad un piede. Esso si gonfiò molto e, laddove era il gonfiore, la pelle aveva l'apparenza di corteccia d'albero. La povera donna soffriva terribilmente. Fu chiamato il prete varie volte e furono donati denari per fare dire delle messe. Offrirono ad un prete venti sterline per curarla, ma lui disse che, se anche gli fosse stato offerto tutto il denaro del Regno, lui non avrebbe voluto avere a che fare con questo caso. Aveva paura di prendersi lui stesso un colpo di Fata. Il piede continuava a gonfiarsi ed era di una misura tale che occorreva una yarda di lino per avvolgerlo una volta sola. La donna rimase in queste condizioni un anno e mezzo e, verso la fine, disse che ogni notte sentiva muoversi intorno alla casa dei cavalli e dei carri, ma non sapeva chi vi fosse dentro. La madre andò da un'anziana donna, un'erborista, e la pregò di andare a curare sua figlia, se poteva.
"Posso curarla - disse la donna - ma se lo faccio devi permettere che qualcun altro della famiglia muoia al posto suo."
Ora, siccome tutti i figli e le figlie erano sposati ed avevano le proprie famiglie, la madre disse che lei non aveva nessuno da scambiare con la propria figlia. La moglie di Kivane era solita alzarsi grazie ad una corda che pendeva sopra al letto. Quando era stanca e non riusciva più a tenersi, si sdraiava nuovamente. Elizabeth Shea soffrì in tal modo fino ad una settimana prima di morire. Disse ai suoi amici che era inutile darle medicinali o pagare del denaro per le messe a suo favore, ché non era in se stessa.
La notte che la madre vide la gatta con il volto di uomo seduta sul focolare, la vera moglie di Kivane venne presa dalle Fate e messa nel Rahonain Castle a nutrire un loro neonato. Nessuno era in grado di dire chi fosse la donna malata, ma, chiunque fosse, morì ed il corpo era così gonfio che la bara era come una scatola: tanto larga quanto lunga.
Circa un anno dopo il funerale, Pat Mahony, che lavorava per il gestore di un albergo a Dingle, venne a Listowel per una fiera. Alla fiera lo accostò uno strano uomo.
"Dove abiti?", chiese l‟uomo.
"A Dingle", disse Pat Mahony.
"Conosci le famiglie di Rahonain chiamate Shea e Kivane?"
"Certo, - disse Mahony - la moglie di Kivane è morta circa un anno fa."
"Bene,- disse lo strano uomo - ho un messaggio per te da dare ai genitori di quella donna, Elizabeth Shea. Sono nove mesi che viene nella mia casa. Arriva sempre dopo il tramonto. Vive in un Forte delle Fate che è sulla mia terra. Ecco come abbiamo scoperto la donna: circa nove mesi or sono, mettevamo da parte nella credenza delle patate e del latte per uno dei miei servitori che era lontano da casa e, prima che l'uomo arrivasse, questa donna fu vista andare alla credenza a mangiare le patate e bere il latte. Venne ogni sera per circa un mese prima che io avessi il coraggio di parlarle. Quando lo feci, mi disse che suo padre, sua madre, suo marito e suo figlio vivevano vicino a Rahonain Castle. Mi diede molte prove di chi fosse. 'Ho passato - disse - tre mesi a Rahonain, all'inizio nutrendo un bambino che vi era dentro, ma in seguito sono stata portata al Forte nel luogo dove vivo ora, a Lismore. Non ho ancora assaggiato cibo nel Forte - disse - ma, trascorsi sette anni sarò costretta a mangiare e bere, a meno che qualcuno non mi salvi. Non posso fuggire da sola.'"
Quando Mahony tornò a casa, a Dingle, andò dritto a Rahonain e riferì agli amici della donna tutto ciò che lo strano uomo gli aveva detto. Ella aveva anche detto all'uomo cosa dovevano fare i suoi amici: dovevano andare là con quattro uomini, un cavallo ed un carro e lei sarebbe andata loro incontro. Il padre ed il fratello della signora Kivane, io ed un altro vicino ci offrimmo per andare a Lismore, ma Kivane non andò, perché a quell'epoca aveva una seconda moglie.
Il mattino seguente, partimmo ed andammo dal prete locale per chiedere i suoi consigli. Egli ci disse di non andare e ci consigliò in ogni modo di rimanere a casa. Temeva, suppongo, che la donna potesse dare alla gente troppa conoscenza dell'Altro Mondo. Gli altri tre uomini vennero fermati dal prete. Di certo non sarebbe stato utile che andassi io da solo, e non lo feci. La moglie di Kivane sapeva che suo marito si era risposato, perché gli mandò a dire che non le importava, che lei sarebbe vissuta con suo padre e suo figlio.
Tutti dimenticarono questa storia per un paio di anni.
Quando un poliziotto in pensione di nome Bat O'Connor fu sulla strada per andare da Lismore a Dingle, la donna gli apparve davanti, lo salutò e gli chiese se stava andando a Dingle ed egli rispose di sì. Ella chiese se lui desiderava farle una cortesia, di andare dai suoi amici a Rahonain (e gliene diede i nomi) e dire loro che avevano avuto tempo in abbondanza per andare a reclamarla e che lei non aveva ancora mangiato cibo fatato. Egli promise di fare ciò che lei aveva chiesto. Raggiunse Dingle poco dopo, andò a Rahonain e riferì ai suoi amici ciò che lei gli aveva detto. O'Connor, tuttavia, non disse tutto fino a quando essi non ebbero promesso di andare. I parenti della seconda moglie, nell'udire questo, andarono da O'Connor e gli offrirono del denaro affinché non dicesse altro. Egli divenne dunque silenzioso e la gente non si interessò più della donna.


Serena Malyon



I sette anni passarono e, alla fine di quel periodo, il padre di Elizabeth Shea la vide una sera mentre stava tornando a casa dal mercato ed era a circa un miglio da Dingle. Lei gli si avvicinò a circa un miglio di distanza, ma non parlò. Nell'andarsene, gli soffiò in faccia. Il giorno seguente, lui dovette mettersi a letto e rimase cieco per sette-otto anni. Rimase a letto per la maggior parte del tempo, fino alla sua morte. Nel paio di giorni che trascorsero prima che perdesse la vista, Shea vide la figlia entrare e soffiare sul proprio figlio, che morì in maniera strana poco dopo. Né il prete né il dottore riuscirono a dire quale malattia avesse il bambino. Circa nel periodo in cui il bambino morì, la seconda moglie di Shea si ammalò e, da allora, non munse più una mucca né spazzò la casa. Non va al mercato o a messa da venti anni. Non prova dolore né soffre in alcun modo, ma è morta dentro. Lei aveva una bella figliola, ma le venne soffiato contro e morì due giorni dopo. Aveva tre figli maschi, ma Elizabeth Shea non fece mai loro alcun male.

"Fate, Folletti e Spiriti Inquieti", Jeremiah Curtin

Queste sono le storie per cui ho un debole. Sono Irlandesi, per lo più. Propongono infinite varianti, e, ad una prima lettura, potrebbero sembrare ripetitive nei contenuti e scarne  in quanto a stile. Eppure, presentano, a ben guardare, una varietà tale di dettagli, spunti, piccole rivelazioni, da costituire manuali per la decifrazione del motivo principale.
1) In Irlanda come in Italia e nel resto del mondo, il momento del parto e i giorni successivi,  rappresentano un tempo di sospensione, di totale vulnerabilità della donna e del neonato. Anche da noi, non si contano ricette, raccomandazioni, piccoli accorgimenti che garantirebbero la protezione della puerpera e del neonato contro il malocchio, gli spiriti maligni, le stregonerie. E, se si verifica qualche sventura, beh, vuol dire che le donne di casa non sono state ben attente. In questo racconto non si allude apertamente a qualche mancanza, ma la sensazione che la colpa sia della madre e della suocera, ovvero delle guardiane, è evidente. (Forse, la madre non avrebbe dovuto addormentarsi?). Nelle fiabe, soprattutto quelle sulla "sposa sostituita", è subito dopo il parto che la matrigna-strega e la sua orribile figlia, approfittando della "debolezza" della madre, uccidono (in genere, affogandola) l'eroina, che si trasformerà in anatra, o in una renna, o in una colomba. E la "debolezza" non riguarda soltanto lo stato di prostrazione fisica: in quel momento, la vera sposa è priva di quella speciale protezione magica che le ha garantito una difesa contro le trame della matrigna-strega e le ha donato fortuna e la regalità.

2) Lo "Stregatto". Principe tra gli animali demoniaci. Stranamente, con i due generi confusi: gatta, con volto d'uomo.

3) Il Changeling. Un fantasma irlandese potrebbe anche essere una donna rapita che ruba latte e patate per non essere costretta a toccare il cibo fatato, che le negherebbe per sempre il ritorno. Spesso, riaperta la bara, viene scoperto un ciocco di legno al posto del cadavere. Quando il Sostituto sopravvive, non ha più "vita dentro", se adulto, è un mostricciattolo maligno ed inquietante se è un neonato. La stranezza di questo racconto sta nei vagabondaggi della non-morta. In genere, mortali incauti capitano per caso o per curiosità nei pressi di un Forte e riportano i messaggi di una compaesana che credevano morta ed è, invece, prigioniera delle Fate, e fa da balia ad un loro piccolo.

4)  La Vendetta della non-morta, la cui natura, trascorsi i sette anni e grazie al cibo fatato, è divenuta affine a quella dei suoi rapitori. Il fiato che spegne o risucchia il fiato vitale delle vittime è in tutto simile al metodo omicida dei gatti demoniaci.

Su tutto ciò - e altro ancòra - il senso della tragedia, che, suggerita con parole più ridondanti, avrebbe perso tutta la sua forza. Elizabeth Shea, novella Alcesti, che, a più riprese, supplica per una salvezza possibile e tutto un contorno di "amici" pavidi e riluttanti - lo stesso narratore, in primis - poi, il prete meschino e pusillanime che spazza via le ultime speranze convincendo i già tiepidi "amici" a tornare sui proprii passi, timoroso della vendetta delle Fate, ma, ancor di più, dagli eventuali racconti "scomodi" sull'Altro Mondo che Elizabeth, una donna, potrebbe diffondere, e il marito, risposatosi alla velocità della luce, che si disinteressa completamente di lei, mentre la seconda moglie e i suoi parenti corrompono con l'oro gli scampati alla propaganda del prete. Solo la madre cerca una via di salvezza, ma non può sacrificare un altro dei suoi figli in cambio del suo riscatto. Quando, con una freddezza da serial killer, Elizabeth, ormai perduta, li colpisce uno dopo l'altro non mi incute più orrore o timore di quei bravi paesani.

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venerdì 16 agosto 2013

Tulipana, Fiaba Lombarda di un Principe Gatto-Ranocchio

'erano una volta quattordici sorelle, e la più giovane si chiamava Tulipana: era una lazzarona, che non aveva proprio voglia di comportarsi bene. La madre preparava le medicine, faceva l'erborista, e tutte le mattine mandava le figlie in montagna con la gerla a raccogliere le erbe medicinali. Partivano tutte e quattordici, ma tredici lavoravano, si davano da fare, mentre la quattordicesima tutto il giorno rincorreva le farfalle. Le sorelle la sera le davano tutte una manciata d'erba, e così anche lei riempiva la gerla; poi andavano a casa, nella grande cucina vuotavano le gerle, e dopo la cena dividevano le erbe una ad una, scegliendo una qualità e un'altra. Una sera, giunte a casa con le gerle, come al solito le vuotarono, ma da quella di Tulipana uscì una vipera che, s'ich s'ich s'ich si mise a correre per la cucina; la madre spaventata urlò:" Mi hanno portato la morte in casa!", poi chiese in quale gerla si trovasse la vipera. Le figlie risposero:" In quella di Tulipana", e lei subito rivolta alla madre disse:
" Sono state le mie sorelle a metterla dentro!".
" Ah sì! - la rimproverò la madre - Sono state loro? Bene, via, tutte a letto senza cena".
Avevano lavorato tutto il giorno ed erano affamate, allora arrabbiate, dissero a Tulipana:
" Questa ce la pagherai, ce la pagherai salata!"
Il mattino seguente si alzarono, fecero colazione, si caricarono le gerle sulla schiena e come al solito andarono a raccogliere le erbe; Tulipana rincorreva le farfalle e neppure guardava l'erba. Si fece sera, per tutta la giornata le sorelle non le avevano rivolto nemmeno una parola, e riempite le gerle si avviarono lasciandola indietro.
"Aspettatemi! - gridò loro Tulipana - cosa faccio qui da sola?".
Cominciava a farsi buio, e le sorelle neppure si voltarono; Tulipana continuava a chiamarle:
"Aspettatemi, ho paura!", ma nessuna si voltò. Allora si mise a piangere e pensava tra sé:'Mi hanno proprio abbandonato. Cosa posso fare adesso? Se avendo con la gerla vuota, cosa potrò raccontare a mia madre?'. E così d'un tratto si mise a gridare:" Lupi della foresta, venite in mio aiuto! Belve della foresta, venite in mio aiuto! Cani e gatti della foresta, venite in mio aiuto!". D'improvviso comparve un grosso gatto rosso, con due gobbe e due occhi di fuoco. Tulipana, appena lo vide, urlò spaventata:
" Via, brutta bestia!"
" Tu mi hai chiamato - disse il gatto - ed io sono venuto".
" Mi fai paura, vattene che non ti voglio", ripeteva Tulipana. Ma il gatto la consolò:
" Non far così, Tulipana, io ti aiuterò a raccogliere l'erba in fretta, io conosco anche le scorciatoie, e così potrai passare avanti alle tue sorelle!".
Poi si mise a raccogliere l'erba con le zampe, le riempì la gerla e gliela sistemò sulle spalle, quindi le disse:" Andiamo per questi sentieri, arriverai a casa prima delle tue sorelle". Tulipana prese la gerla e s'incamminò, ma di tanto in tanto guardava se il gatto la seguiva o se restava indietro: ma lui era sempre di qua o di là, e intanto pensava: ' Quando arriverò al cancello, entrerò e ti chiuderò fuori!".
Quando arrivarono davanti alla casa, Tulipana aprì il cancello, entrò e lo richiuse in fretta. Ma il gatto fece un balzo e la seguì.
'Bene, arriverò alla porta, e là non riuscirai più ad entrare!', pensava Tulipana. Infatti arrivò alla porta, lei entrò, e lo chiuse di fuori: 'Meno male, adesso non c'è più!'. Tulipana era ancora impaurita, andò in cucina, vuotò la gerla, si mise a mangiare, quando ebbe finito 'Vado a letto', si disse, e si avviò verso la sua stanza. Il gatto era scomparso. Quando fu sotto le coperte d'improvviso sentì:“Tirati in là! Ho lavorato tutto il giorno, voglio dormire anch' io!”.
“Santo cielo!”esclamò Tulipana: il gatto aveva fatto il giro della casa ed era entrato dalla finestra, ed ora si era infilato nel letto accanto a lei. Per tutta la notte non riuscì a chiudere occhio. AI mattino la madre svegliò le ragazze. Come era solita fare, Tulipana scese in cucina, ma nella scodella trovò solo metà del latte: “Come mai?”, disse meravigliata. Di sotto il tavolo il gatto le rispose: “Ho lavorato anch'io, voglio mangiare anch'io”. Tulipana mangiò la sua mezza scodella di latte, poi si disse: 'Devo partire affamata, e stare così tutto il giorno!'.
Era arrabbiata: per tutto il giorno non guardò mai il gatto, ma lui intanto le raccolse l'erba, le riempì la gerla, come aveva fatto la sera prima. 'Beh, riuscirò a disfarmene!', pensò alla fine Tulipana mentre si caricava la gerla sulle spalle. Ma non ci riuscì. Lui corse avanti, ed entrò in casa prima di lei. Tulipana andò per mangiare la sua minestra, le scodelle erano pronte, ma la sua era piena solo a metà: l'altra metà l'aveva mangiata il gatto. Al colmo della rabbia, Tulipana pensò: 'Mangia anche metà del mio cibo, come farò?', e rivolta al gatto gli disse: “Vattene, non ti voglio più!”.
“Ho lavorato anch'io - le rispose il gatto - ascolta, non arrabbiarti, stasera metti una trappola nella legna: prenderai un topo, sarà bianco, ti pregherà di lasciarlo andare, ma tu non lasciarlo, dallo a me, altrimenti io mangerò ancora il tuo cibo”
“Va bene”, disse Tulipana, ma per tutto il giorno rimase imbronciata. La sera, quando fu a letto, il gatto, che era accanto a lei, le disse: “Senti? La trappola è scattata!” Subito la ragazza si alzò, e dentro la trappola trovò un topolino bianco, tanto bello, che la implorava:
“Tulipana, non avrai il coraggio di farmi mangiare da quella brutta bestia! Guarda come sono bello, lasciami andare!". II topolino la pregava, la supplicava, ma lei non lo liberò, e lo diede da mangiare al gatto.
Il mattino seguente il gatto non aveva più le gobbe, era diventato bello, ma era ancora rosso.
"Come sei bello questa mattina!”, gli disse Tulipana.
“Guarda, stasera io non toccherò il tuo cibo, ma tu metti ancora la trappola", le disse il gatto. Tulipana così fece. Rimasero a lungo in attesa; la trappola non scattava mai. Quando finalmente scattò, scesero di corsa: trovarono un topino ancora più bello dell'altro, bianco anche quello, che la pregò e la pregò di lasciarlo andare. Ma Tulipana non si lasciò impietosire: lo diede al gatto e questi se lo mangiò.
Il mattino seguente il gatto era tutto bianco, un bel gattone tutto bianco.
 “Come sei bello!”, gli disse la ragazza tutta contenta. Rimasero insieme tutto il giorno. La sera il gatto di nuovo le disse: "Guarda che stasera ne prenderai un altro, ti pregherà tanto, ma tu non lasciarlo andare, dallo a me”.
“No, no, non lo lascerò davvero!”, lo rassicurò Tulipana.
Rimasero lì fino a mezzanotte, fino a quando la trappola scattò; allora scesero, e nella trappola c'era un topino tutto bianco, con le orecchie rosa e gli occhietti celesti, tanto bello! Tulipana tra sé e sé si diceva: “Domani mattina sarà così anche il mio gatto”.
Il topino la pregò di lasciarlo andare, piangeva e piangeva; “No, non ti lascio andare”, gli disse Tulipana, e anche quello lo diede al gatto.
Al mattino quando si svegliò, Tulipana vide il gatto sul balcone che la guardava: era così bello! Lei balzò in piedi per prenderlo, ma lui le disse:”Addio,Tulipana, io me ne vado al Castello di corallo rosso: se vorrai rivedermi, verrai là”.
Fece un balzo, e sparì.
Tulipana si mise a piangere, ma poi si vestì a festa, scese e disse:"Mamma, vado!"
“Dove vai?”, le chiese stupita la madre.
“Vado in cerca del Castello di corallo rosso”.
“Sei matta, non s'è mai sentito neppure nominare!”, ribattè la madre.
“Sì, io vado a cercarlo, deve esserci!”. E partì.
Cammina cammina, girò a lungo, domandò a tutti; nessuno ne aveva mai sentito parlare. Stanca, si trovò ad un certo momento su di un prato, lontano dalle case; faceva buio, e d'un tratto vide una casina; guarda: non c'era né uscio per entrare, né una finestra, solo sotto il tetto c'era una piccola finestrina. Rimase a lungo a guardare, domandandosi: “Come si farà ad entrare? Come si farà?” Dalla finestrina vide uscire una farfalla. 'Ah, adesso ti prendo!', pensò, e la prese per una ala. La farfalla continuava va a dibattersi, finché l'ala rimase in mano a Tulipana, e la farfalla fuggì. Tulipana allora mise l'ala nel fazzoletto, ben ripiegato, poi posò il fazzoletto in terra, come un cuscino, vi poggiò il capo e si addormentò. Prima di addormentarsi,però, guardando in alto, si diceva: "Se almeno uscisse qualcuno da quella finestrina!”. Ed ecco che si era affacciato un serpente.
Quando si svegliò la casina non c'era più, al suo posto Tulipana trovò un grande lago in cui nuotavano i cigni di mare. Stupita mentre guardava tutto questo, si chiedeva:
'Cosa è mai accaduto? Com'è tutto cambiato intanto che ho dormito!”
Uno dei cigni le si avvicinò e le disse: “Tulipana, sali che ti porto sull'altra sponda". Lei ubbidiente salì e si fece trasportare dall'altra parte.
Una volta che fu sul dorso del cigno gli chiese:
"Sai dove si trova il Castello di corallo rosso?"
"Quando ti poserò di là - le rispose il cigno - ti insegnerò una strada: andrai per quella via, incontrerai qualcuno che ti darà indicazioni". Quando giunsero sull'altra sponda, il cigno col becco si tolse una penna da un'ala, una penna dall'altra e una penna dalla coda, dicendo: "Prendi queste tre penne: quando incontrerai degli ostacoli, dei pericoli, toccali con queste penne, e i pericoli, gli ostacoli scompariranno". Tulipana lo ringraziò e si incamminò per la via che le era stata indicata. Cammina e cammina, incontrò un signore e gli chiese:
"Sapete dove si trova il Castello di corallo rosso?"
"Non ne ho mai sentito parlare!", le ri­spose quello meravigliato.
'Come farò?', si diceva Tulipana. Cammina ancora un poco, incontrò un altro signore:
"Sapete dove si trova il Castello di corallo rosso?", chiese anche al secondo.
"Vai avanti un poco e vedrai che lo troverai", le disse questo signore.
Allora tutta contenta, cammina e cammina, ad un tratto vide un bel Castello di corallo rosso: il cancello era aperto, la porta era aperta, fece per entrare, ma ecco che al cancello comparve un lupo. Tulipana con una penna lo toccò sulla testa, e Il lupo subito si trasse in disparte e la lasciò passare. Giunta alla porta, si vide davanti un leone: prese l'altra penna, lo toccò sulla testa, e anche il leone la lasciò passare. Cerca di qua cerca di là, nelle stanze non c'era nessuno. Si avvia su per le scale, ed ecco un serpente scendere fin giù, in modo che non poteva salire. Allora prese l'ultima penna e lo toccò sulla testa: il serpente si trasse da parte e la lasciò passare. Arrivata in cima alle scale, cerca e cerca, non tro­vava niente, finché vide una piccola porta, la aprì e si trovò in una stanzetta. Nel centro della stanzetta, tutta tappezzata d'oro, stava un tavolino, sopra il tavolino c'era un cuscino e su di esso dormiva il suo gatto. Tulipana si avvicinò: "Ah eccoti qui! - disse - Mi hai fatto tanto penare!".



Come il gatto si svegliò, balzò a terra e subito si trasformò in un giovane che le disse:
"Mi hai salvato! I maghi mi avevano confinato nel bosco, e se tu non avessi fatto questo lungo viaggio, io sarei rimasto qui per sempre. Sappi che io sono il figlio del re, ed ora che mi hai salvato, andremo a casa, dai miei genitori e ci faremo conoscere da loro".
E la storia è sempre la stessa: si sono sposati

han fatto pastino e pastone 
non ne hanno offerto nemmeno un boccone*


*Le formule finali di molte fiabe di magia (dove si presentano con più costanza rispetto alle novelle, o alle favole a catena) possono suggerire le occasioni in cui questi testi venivano spesso narrati. Senza dilungarmi qui in una analisi che richiederà un lungo lavoro, posso solo accennare all'ipotesi avanzata da Glauco Sanga, che cioè le formule finali siano in realtà in gran parte richieste di cibo, di aiuto materiale. Ipotesi che può essere confermata anche dal fatto che, come riferiscono molti narratori di professione, essi si spostavano specie d'inverno, di casa in casa a raccontare le loro storie aspettandosi in cambio alloggio e cibo per una o più notti. [N.d.A]


Da:
"Leggende e Racconti popolari della Lombardia", a cura di Lidia Beduschi

domenica 19 maggio 2013

Le Streghe Gatto - Paesi Baschi

I gatti, come sempre, nel bene e nel male, accompagnano le "storie di streghe". A volte sono "succubi", a volte, le streghe ne assumono l'aspetto (o è il contrario ?)... Il fatto strano è che, in giro per il mondo, le storie si assomiglino tanto. Naturalmente, il discorso è molto più ampio. Le leggende sui gatti sono solo un esempio.

De Morgan E.


Metamorfosi delle Streghe


el villaggio di Otaza viveva una coppia con un figlio. Questi si svegliava tutte le mattine con la faccia contusa. I genitori si erano accorti che ogni giorno all'alba la porta di casa era socchiusa e decisero un giorno di chiarire il mistero restando alzati tutta la notte. Improvvisamente, mentre vegliavano,
sentirono i pianti del bambino. Entrati nella stanza, si presentò loro questa scena: un gatto, sul letto, stava colpendo con la coda la faccia del bambino. Lo afferrarono immediatamente e questi riprese allora le sembianze di una persona conosciuta, una vicina di casa, i cui capelli intrecciati e trasformati in coda di gatto avevano costituito quella temibile sferza. La donna si gettò a terra, chiese perdono per i suoi malefici e non tornò più a molestarli. 

Un classico: l'insospettabile vicina.
Identico motivo del primo "Cappuccetto Rosso" di Angela Carter, dove il lupo mannaro è addirittura la nonna.

Altro classico: lo "smascheramento", ma, in questo caso, la strega viene perdonata, il che non accade spesso nei racconti di streghe prese in trappola... Spesso, la strega è punita mentre è ancòra sotto forma animale. Il castigo è anche la sua denuncia: perde una zampa, e ciò la tradisce poiché, tornata donna, è monca e terribilmente sofferente.

Altra costante: la vittima è un bambino. Qui non è chiara la natura del maleficio, né il vantaggio che ne ricava la strega. Sembra puro sadismo.
Le superstizioni più frequenti hanno un senso: di solito, le streghe-gatte "rubano" il respiro del bambino, cioè il suo spirito. Se ne nutrono. E' curioso come, con il "progresso"della civiltà contadina, tale superstizione sia riuscita a sopravvivere, assumendo altre forme, altri pretesti... Le bisnonne, più che le mamme, scacciavano il gatto "di casa" dai lettini dei nipoti tenacemente convinte che il fiato dell'animale fosse "velenoso" ed in grado di trasmettere la tubercolosi al bambino... Questo ai tempi in cui la tubercolosi era un male mortale ed innominabile come il cancro ai giorni nostri.

In questa piccola storia non manca neanche il dettaglio dei capelli. Storicamente, i capelli hanno sempre avuto un grandissimo potere magico attivo/passivo. Questo particolare è comunque interessante perché qui si accompagna ad un altro motivo di grande "potere": i nodi, gli intrecci...


La Strega di Escoriaza

n giorno che, come al solito, una donna stava filando nella sua cucina, improvvisamente vide un gatto calarsi per la cappa del camino. Raccontò l'accaduto al marito che escogitò questo stratagemma: si travestì da donna mettendosi sulla testa lo scialle bianco, simbolo delle donne sposate, e altri capi femminili. Poi si mise a filare. Quando il gatto arrivò ed ebbe visto la barba dell'uomo, capì subito che non si trattava della signora dei giorni precedenti e lo apostrofò:"Come mai, tu che sei un uomo, tessi?" E l'uomo al gatto:"Come mai, tu che sei un gatto, parli?" Poi, afferrato l'attizzatoio, uccise il gatto e lo scaraventò dalla finestra della cucina che dava sull'orto. Il giorno dopo, una donna del vicinato venne trovata morta nell'orto con la gonna strappata. 

 ....Eppure, questa storia ricorda infinite storie irlandesi, in cui non si parla di streghe, ma di Elfi, la parodia delle antiche divinità...

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