mercoledì 1 aprile 2015

Zezolla, ovvero la Gatta Cenerentola, e le Altre...

Dal commento di Anna Buia a La Gatta Cenerentola di G.B. Basile. Poiché io per prima, spesso, mi infastidisco a scorrere una pagina in cerca di una nota, ho collocato i miei appunti, in corsivo, immediatamente sotto gli argomenti salienti.


Il ciclo di Cenerentola include tre tipi narrativi:
Nel primo tipo, Aa Th 510A, Cenerentola, particolarmente diffuso in Europa, compaiono il motivo della fanciulla maltrattata, della matrigna e/o delle sorellastre e quello della scarpetta perduta. [...]
Il padre è morto o è completamente passivo rispetto al rapporto tra le donne della sua casa.
Mi autocito, da un personalissimo racconto del primo capitolo de Il Castello Errante di Howl (libro di cui raccomando la lettura).
"E arriviamo ad un altro stereotipo fiabesco: la Matrigna. Anch'esso, in un primo tempo, viene argutamente "smontato" per poi essere riproposto con uno stile da "novella" ottocentesca. Il padre di Sophie, come molti papà fiabeschi, adempie con bovina mitezza al suo dovere drammaturgico: muore improvvisamente lasciando sull'orlo della rovina economica la vedova e le amatissime figlie, ma, prima del sacrificio supremo condiviso con una moltitudine di sbiadite figure paterne, ha coscienziosamente adempiuto al dovere primario: introdurre in famiglia la Matrigna. Rimasto precocemente vedovo con due figlie in tenerissima età, Sophie e Lettie, aveva sposato in seconde nozze "la commessa più giovane del loro negozio una biondina molto graziosa di nome Fanny. Ed è pur vero che Fanny aveva dato ben presto alla luce un'altra bimba, Martha..." Dopo averci ricordato che il peso fiabesco della primogenitura si era definitivamente aggravato per Sophie con la nascita della terzogenita, fatalmente predestinata ad un matrimonio regale, l'autrice sfata (vedremo presto se apparentemente o meno) lo stereotipo conseguente ad una simile dinamica domestica. Infatti, puntualizza che Sophie e Lettie non si trasformarono automaticamente in due sorellastre brutte e cattive, né, d'altra parte, Fanny si rivelò una Matrigna perfida, in adorazione della figlia "vera", anzi... "...tutte e tre le bimbe crescendo divennero molto carine (anche se Lettie era considerata da tutti la più bella) e venivano trattate da Fanny senza alcun favoritismo, con la stessa identica dolcezza." E così, sappiamo ciò che Sophie NON è: NON è la "predestinata", la figlia minore, NON è la più bella (segno della benevolenza degli Dèi e garanzia di un futuro radioso nell'immaginario fiabesco), NON è poverissima, e NON è bistrattata da una Matrigna perfida e crudele. Eppure, siamo pienamente in una situazione fiabesca".
La prima parte di questo tipo cenerentolesco può avere affinità con la Bella e la Bestia (la richiesta di un dono apparentemente modesto e banale, che, se ne La Bella e la Bestia scatena la "disgrazia" iniziale che avvia la trama, in Cenerentola si rivela il mezzo/aiutante magico).
A questo tipo appartiene La Gatta Cenerentola di G.B. Basile, la "madre" di tutte le Cenerentole occidentali, che posterò a breve.



Z. Basic


Il secondo tipo, diffuso in Europa, in Medio Oriente e in Asia, unisce motivi degli intrecci AaTh 510A e Aa Th 511 ("Occhietto, Duocchietti, Treocchietti").
La fiaba si apre con il motivo della fanciulla trascurata dalla matrigna, ma aiutata da una mucca o una capra; l'animale viene ucciso dalla matrigna, e dalle sue interiora cresce un albero meraviglioso con foglie d'argento e frutti d'oro, che solo l'eroina può cogliere. La seconda parte della fiaba coincide con quella di Cenerentola.
Nelle fiabe appartenenti a questo tipo la figura del padre è inesistente. L'animale magico, ucciso dalla Matrigna (e delle cui carni a Cenerentola è vietato cibarsi) svolge la funzione della Madre Morta del primo tipo. Lì, è dal ramo piantato sulla sua tomba che sorge l'albero meraviglioso con l'uccellino dispensatore di doni. Qui, l'albero magico che farà la fortuna di Cenerentola cresce in una notte dai resti seppelliti dell'animale.
A questo tipo appartiene "Picuredda" di G. Pitrè.


Ségur A.


Nel terzo tipo (Aa Th 510B L'Abito d'Oro, d'Argento e di Stelle o Pelle d'Asino), registrato soprattutto in Europa, manca il motivo della Matrigna; la fiaba si apre con la morte della madre dell'eroina e il desiderio del padre di sposare la figlia, che fugge sotto un qualche travestimento e trova un'umile occupazione alla corte di un re. Seguono l'episodio del ballo, l'incontro del principe ecc., fino alle nozze.
[...]
Mancano le sorelle o sorellastre invidiose (presenti anche ne La Bella e la Bestia, in cui, però, è d'obbligo il parallelo con le invidiose sorelle di Psiche).



Dudaite L.


La fiaba di Basile si apre con l'episodio della prima matrigna uccisa da Zezolla con il coperchio di un cassone per istigazione della Maestra che aspira a sposare il padre (nello stesso modo, nella novella 22 di Masuccio Salernitano, un marito si libera della moglie adultera). Il motivo del Matricidio non si è generalmente conservato nella tradizione di Cenerentola, ma è in diverse fiabe in cui l'antagonista à una Matrigna Malvagia [...] La maggior parte delle successive versioni di Cenerentola, a cominciare da quella famosissima di Perrault, introducono invece direttamente il tema della ragazza perseguitata dalla matrigna e/o dalle sorellastre; alla degradazione sociale si associa un abbrutimento che culmina nell'acquisizione del nomignolo di Cenerentola o simili.
Non è certamente l'unico caso (vedi Biancaneve) in cui i raccoglitori-redattori di fiabe popolari censurano la crudeltà materna introducendo il personaggio della Matrigna Malvagia. Matricidio o Matrignicidio a parte, nel bene e nel male, la Cenerentola di Basile, anche nelle varianti autenticamente popolari, non è affatto passiva, dolce, piangente e sottomessa: risponde rudemente alle provocazioni delle sorelle, lancia un'efficacissima maledizione al padre, trova in sé la magia senza ricorrere alla madre defunta, che sia umana o sotto forma di un animale, strapazza e si burla del Principe.



Melissa Forman



Gli Aiutanti Magici:

[...] Il padre che alla partenza chiede alle figlie che cosa desiderino in dono è in molte versioni della fiaba, ma non in Perrault. Zezolla chiede di essere raccomandata alle fate di Sardegna e riceve una pianta di datteri. Ashenputtel, nei Grimm, chiede al padre "il primo ramo che gli urterà il cappello sulla via del ritorno", le Cenerentole di Imbriani, Busk, Guarnerio un uccellino, in ogni caso, l'eroina esprime un desiderio apparentemente più modesto di quello delle sorellastre, proprio come nelle fiabe del tipo Aa Th 425C, La Bella e la Bestia.
La palma da dattero è un antico simbolo di fecondità e immortalità, associato a divinità femminili come Hathor e Iside prima che il cristianesimo ne facesse l'icona di Cristo; la pianta di nocciòlo è stata messa in relazione con la Luna e altre divinità femminili, poi, con le fate; la colomba è un'epifania della Grande Madre, collegata di volta in volta a Hathor, Isthar, Cibele, Afrodite, prima di diventare a sua volta simbolo cristiano dell'anima immortale.
Con Perrault e Madame d'Aulnoy fa la sua comparsa la figura della Fata Madrina [...]
Al di là dell'invenzione meramente artistica, è bene ricordare che, nella tradizione cattolica, la Madrina, in caso di morte della madre, è una sua vera e propria sostituta.


Welz Stein C

Nella fiaba di Basile, come peraltro nella maggior parte delle versioni popolari della fiaba, non compare l'episodio del ballo in cui Perrault colloca l'incontro tra l'eroina e il principe: Zezolla si imbatte un po' casualmente nel futuro sposo, per strada, durante una festa con processione. Molto spesso, nelle fiabe italiane, l'incontro avviene alla messa domenicale [...]
L'incontro con il Principe alla messa domenicale non è frequente solo nelle fiabe popolari italiane, ma anche in quelle russe e balcaniche, ad esempio. E non è un motivo presente solo nelle fiabe del tipo Cenerentola. Oltre l'ovvia considerazione che una messa è meno elitaria e "mondana" di un ballo regale, certamente le funzioni domenicali e/o le processioni costituivano un raro momento in cui uomini e donne, e uomini e donne appartenenti a "caste" molto distanti avevano occasione di incontrarsi.


Carl Frederick Bodri, Procession at the Cathedral of the Annunciation in Moscow


La Prova di Identità attraverso la scarpetta è il motivo che più identifica la fiaba di Cenerentola - ed è quello di maggior frequenza, anche se talvolta è sostituito da altri, come l'inseguimento di un filo o la ricerca della proprietaria di un anello... L'epoca e l'ambientazione della fiaba impongono una grande varietà di calzature, dall'altissima pianella di Zezolla allo zoccolo d'oro di Carter, Il Pesciolino d'Oro e lo Zoccolo d'Oro [...]
Il motivo della scarpetta perduta è, probabilmente, il più legato alle origini remote della fiaba. Vedi QUI. Ma le altre prove non fanno che dimostrare la natura "magica" di Cenerentola.



Hilary Knight



Resta difficile spiegare l'appellativo di "Gatta" che Basile ha attribuito alla sua Cenerentola. Lo Nigro, che assegna l'origine dell'intreccio all'area balcanica, ritiene che da lì venga anche la denominazione della protagonista, traducendo il nome greco della protagonista, Statopoùtta, come "gatta del focolare". De Simone ipotizza una tradizione perduta in cui l'eroina subiva una metamorfosi animale. E' comunque difficile per chi conosce la fiaba di Cagliuso e la sua gatta fatata, pensare che Basile apponendo a Cenerentola il nome di "Gatta" non abbia voluto intenzionalmente rinviare ai magici poteri di Zezolla, che le permetteranno di parlare con una colomba, di bloccare la nave del padre con la forza della sua maledizione e di convocare le Fate del Dàttero ogni volta che le serve.
Avrei iniziato con questo paragrafo. Mi domando perché, dopo aver associato la palma da dàttero, il nocciolo e la colomba ad antiche Dèe come Iside o Ishtar, "resti difficile" fare lo stesso con i felini o, addirittura, con la natura felina di Cenerentola. Per non parlare della Dèa Gatta per eccellenza, l'egizia Bastet, figlia di Ra e della sorella/alter ego, Sekhmet, feroce divinità della Guerra con la testa di leonessa.



Bastet



Sekhmet

lunedì 16 marzo 2015

La (Gatta) Cenerentola: Cinese, Egiziana, o...?

"La fiaba di Cenerentola ha una frequenza altissima nella tradizione orale: sconosciuta nell'Africa continentale, è invece diffusa in Europa e in Medio Oriente, in America centrale e meridionale e in Asia, fino alla Cina e al Giappone. La prima versione nota è cinese, e risale al IX secolo; quella di Basile rappresenta la più antica tradizione europea.
Anna Birgitta Rooth, ("The Cinderella Cycle", 1951), ha ampliato quello che Marian Roalfe Cox aveva definito il "Ciclo di Cenerentola" portando a oltre 700 le versioni popolari della fiaba [...] giungendo a formulare l'ipotesi che la fiaba abbia avuto origine in Medio Oriente all'incirca 4000 anni fa, e da lì si sia poi diffusa in Asia e in Europa."
(Anna Buia)


Zhao Guojing - Wang Meifang



Ho letto una fiaba cinese definita la versione più antica di Cenerentola, tramandata oralmente e trascritta nel nostro Alto Medio Evo. Sia in questa versione che in quella dell'antico Egitto, la radice cenerentolesca è individuata in un aspetto assolutamente di secondo piano: la scarpina perduta. La fiaba (più leggenda che fiaba, in realtà) cinese racconta il rapimento della bellissima moglie di un famoso generale da parte di una banda di briganti. La vittima viene portata su per alte montagne, e il marito rintraccia la donna rapita ritrovando una pantofolina perduta, così piccola che non può appartenere ad altri che a lei. Poiché nella storia di Cenerentola la scarpina è una variabile, un dettaglio promosso tardivamente a simbolo stesso della fiaba, può essere altrettato semplicistica la spiegazione che farebbe risalire proprio alla Cina la sua origine. E' celeberrima l'identificazione della suprema bellezza femminile con la piccolezza dei piedi, tanto che le bambine venivano sottoposte all'atroce tortura della "fasciatura", che deformava i loro piedi, impedendone il naturale sviluppo. Se dobbiamo identificare Cenerentola con il motivo della scarpina perduta e della sua estrema piccolezza, indice sicuro della bellezza della proprietaria, l'Estremo Oriente è in posizione privilegiata.
Nel racconto egiziano, il faraone si innamora di una famosa e bellissima cortigiana, Rodope, proprietaria di un elegante sandalo che un uccello gli lascia cadere in grembo, mentre viaggia lungo il Nilo. Che una cortigiana divenga sposa di un faraone è piuttosto cenerentolesco, anzi, più che cenerentolesco. Ma ha poco a che fare con le versioni italiane, le più antiche d'Europa.
D'altra parte, sia in Cina che in Medio Oriente, la scarpina ha anche un'altra valenza: poiché era quasi impossibile guardare una donna da vicino, a meno che non fosse una di famiglia o una prostituta, è piuttosto surreale ma ovvio che il Principe arabo si innamori di un bracciale da caviglia, dopo essere stato stuzzicato dai racconti della  madre sulla "bella sconosciuta" che frequenta le "Notti dell'Henné", feste femminili, affini all'addio al nubilato, in cui la futura sposa e le sue ospiti si decorano il viso e le mani con l'henné e divorano prelibatezze.




Dulac E.


In una fiaba siriana, non cerentolesca, un Principe si innamora della voce di una donna che immagina meravigliosamente bella. In realtà, la sconosciuta è figlia di una donna sterile che ha pregato ardentemente di partorire una sua creatura, "anche se fosse solo un pezzo di carne". E, infatti, le è nato un pezzo di carne, dotato di intelletto e di una voce celestiale.
Costante la vicinanza tra Cenerentola e Pelle d'Asino, a tutte le latitudini, il che annulla l'altro topos cenerentolesco: la povera fanciulla che diventa Regina. La Cenerentola/Pelle d'asino è costretta a fingersi povera, brutta, emarginata, oppure, semplicemente, a nascondere la propria identità: alla fine, la rivelazione delle sue origini regali conforta la scelta del Principe.
Preferisco la Cenerentola di Basile (dalla quale, più o meno deformate, discendono tutte le cenerentole europee) perché il suo mistero è la magia della Predestinata.

Mab

martedì 10 marzo 2015

Gràttula-Beddàttula, Calvino n.148 - (Pitrè n. 42) - Terza e Ultima Parte

uando fu gridato il bando, il mercante va a casa e lo dice alle figlie.
“Che bello! Che bello!”, dissero Rosa e Giovanna; ma Ninetta alzò le spalle e disse:
“Andateci voialtri, che io non ne ho voglia”.
“Eh, no, figlia mia – disse il padre – c'è la pena di morte e con la morte non si scherza”.
“E io che c'entro? Chi volete che sappia che avete tre figlie? Fate conto d'averne due”.
E “Sì che devi venire!” - e - “No che non ci vengo” - la sera della prima festa da ballo Ninetta restò a casa.


Sowerby Millicent



Appena le sorelle se ne furono uscite, Ninetta si rivolse al suo ramo di datteri e gli disse:

Gràttula-Beddàttula,
Sali su e vesti Nina
Falla più bella di com'era prima.

A quelle parole, dal ramo di datteri uscì una fata, poi un'altra fata, e tante tante fate ancora. E tutte portavano vesti e gioielli senza uguale. Si misero intorno a Nina e chi la lavava, chi la strecciava, chi la vestiva: in un momento l'ebbero vestita di tutto punto, con le sue collane, i suoi brillanti e le sue pietre preziose. Quando fu un pezzo d'oro dalla testa ai piedi, si mise in carrozza, andò al palazzo, salì le scale e fece restar tutti a bocca aperta.
Il Reuzzo la vide e la riconobbe; corse subito dal Re a dirglielo. Poi venne da lei, le fece la riverenza, le chiese:
“Come state, signora?”
“Come estate così inverno”
“Come vi chiamate?”
“Col mio nome”
“E dove state?”
“Nella casa con la porta”
“In che strada?”
“Nella vanedda  [vicolo - N.d.A.] del polverone”
“Signora, voi mi fate morire!”
“Fate pure!”


Sowerby Millicent


E così gentilmente conversando ballarono tutta la sera, fino a lasciare il Reuzzo senza fiato, mentre lei era sempre fresca come una rosa. Finito il ballo. Il Re, preoccupato per il figlio, senza farsi accorgere diede ordine ai suoi servitori che andassero dietro alla signora per vedere dove stava. Lei salì in carrozza, ma, quando s'accorse d'esser seguita, si sciolse le trecce e caddero sul selciato perle e pietre preziose. I servitori, come galline sul becchime, si buttarono sulle perle e, addio signora! Fece frustare i cavalli e sparì.
Arrivò a casa prima delle sorelle; disse:

Gràttula-Beddàttula,
Scendi giù e spoglia Nina
Falla tal quale com'era prima.

E si trovò spogliata e vestita con la solita roba da casa.
Tornarono le sorelle:
“Ninetta, Ninetta, sapessi che bella festa. C'era una bella signora che un po' t'assomigliava. Se non avessimo saputo che eri qua, l'avremmo scambiata per te...”
“Sì, io ero qui con i miei datteri...”
“Ma domani sera devi venire, sai...”
Intanto i servi del Re tornarono a palazzo a mani vuote. E il Re:
“Anime infide! Per un po' di quattrini tradite gli ordini! Se domani sera non la seguite fino a casa, guai a voi!”
Neanche la sera dopo, Ninetta volle andar al ballo con le sorelle.
“Questa diventa matta col suo ramo di datteri! Andiamo!” - e se ne andarono.
Ninetta si volse subito al ramo:

Gràttula-Beddàttula, 
Sali su e vesti Nina 
Falla più bella di com'era prima

E le fate la strecciarono, la vestirono con abiti di gala, la coprirono di gioie. A palazzo tutti a guardarla con tanto d'occhi, specialmente le sorelle e il padre.
Il Reuzzo le fu subito vicino:
“Signora, come state?”
“Come estate, così inverno”
“Come vi chiamate?”
“Col mio nome”, e così via.


Sowerby Millicent


Il Reuzzo non se la prendeva, e la invitò a ballare. Ballarono tutta la sera. “Madonna mia! - diceva una sorella all'altra – quella signora è Ninetta sputata!” Mentre il Reuzzo l'accompagnava alla carrozza, il Re fece segno ai servi. Quando si vide seguita, Ninetta tirò una manciata di monete d'oro; ma stavolta tirò in faccia ai servitori, e a chi ammaccò il naso, a chi tappò un occhio, così fece perdere le tracce della carrozza e li fece tornare a palazzo come cani bastonati, tanto che anche il Re n'ebbe pietà. Ma disse:
“Domani sera è l'ultimo ballo: in un modo o nell'altro bisogna saper qualcosa”. Intanto Ninetta diceva al suo ramo:

Gràttula-Beddàttula, 
Scendi giù e spoglia Nina 
Falla tal quale com'era prima. 

In un batter d'occhio era cambiata e le sorelle arrivando le dissero ancora di come le assomigliava quella signora così ben vestita e ingioiellata.
La terza sera, tutto come prima. Nina andò a palazzo così bella e splendente come non era mai stata. Il Reuzzo ballò con lei ancora più a lungo, e si squagliava d'amore come una candela.


Sowerby Millicent


A una cert'ora Ninetta voleva andarsene, quando viene chiamata al cospetto del Re. Tutta tremante, va e gli fa l'inchino.
"Ragazza - dice il Re - m'hai preso in giro per due sere, alla terza non ci riuscirai."
"Ma cosa ho mai fatto, Maestà?"
"Hai fatto che mio figlio si consuma per te. Non credere di sfuggire."
"E quale sentenza mi aspetta?"
"La sentenza che diventerai la moglie del Reuzzo."
"Maestà, io non ho la mia libertà: ho padre e due sorelle maggiori."
"Sia chiamato il padre."
Il povero mercante, quando si sentì chiamare dal Re, pensò 'Chiamata di Re tanto buona non è', e gli venne la pelle d'oca perché aveva parecchi imbrogli sulla coscienza. Ma il Re gli fece grazia d'ogni sua mancanza e gli chiese la mano di Ninetta per suo figlio. L'indomani aprirono la cappella reale pr le nozze del Reuzzo e di Ninetta.

Loro restarono felici e contenti
E noi siam qui che ci freghiamo i denti.








omu nesci lu bannu di lu Re, lu patri va a la casa e cci lu cunta a li figghi: "Picciotti, sapiti? Lu Re fa tri jorna di fistinu a palazzu, e voli ca ogni patri e matri cci purtassi li so' figghi: pena la morti a cu' s'ammùccia."
"Bella! bella!", dissiru Rosa e Giuvannina; ma Ninetta si tirau li spaddi e dissi: "Cci jiti vuàtri, ca io pi mia nun cci vogghiu vèniri."
"No, figghia mia - cci dissi lu patri - ca cc'è la pena di morti: e cu la morti nun si cci joca."
"E io chi nn'haju a fari! Cu' lu sapi ca vui aviti tri figghi? faciti cuntu ca nn'aviti dui."
E "sì ca cci ha' a veniri" e "no ca 'un cci vegnu", la prima sira di la festa di ballu Ninetta s'arristau a la casa cu dda grasta di gràttuli, ch'era la sò diliziu.
Comu li so' soru si nni jeru, Ninetta si vôta cu la grasta e cci dici:

Gràttula-beddàttula
Acchiana susu e vesti a Nina, 
E falla cchiù galanti ch' 'un era assira.

E ddocu di la grasta chi vidistivu nèsciri? 'na gran quantità di fati cu àbbiti e gioj sparaggiati. Cu' la lava, cu' la strizza, cu' la vesti: 'nta un mumentu l'hannu vistutu di tuttu puntu, cu li so' guleri, li so' brillanti e li so' petri priziusi. Ddoppu ca fu un pezzu d'oru, si misi 'n' carrozza, junci a palazzu e acchiana; comu trasi, tutti la talìanu alluccuti. Lu Riuzzu la canuscíu, e cci lu dissi a lu Re; ddoppu va e si la pigghia sutta lu vrazzu e cci spija:
"Signura, comu stati?"
"Comu 'mmernu."
"Comu vi chiamati?"
"Cu lu nnomu."
"Unni stati?"
"Nna la casa cu la porta."
"Nni quali strata?"
"Nna la vanedda di lu pruvulazzu."
"Chi siti curiusa! mi faciti mòriri."
"Putiti cripari!"
Abballanu tutta la siritina. Lu Riuzzu stancava, ma idda 'un stancava, cà era 'nfatata. A la finuta, idda s'assetta vicinu a li so' soru. Comu finisci la festa, lu Re 'n sutta manu ordina a li so' criati ca jissiru dappressu a sta signura, pi vidiri unni stava. Idda scinni, e si metti 'n carrozza; ma comu s'adduna ca li criati cci javanu pi dappressu, si sciogghi li so' trizzi d'oru, e cci cadinu perni e petri priziusi. Vulìstivu vìdiri a li criati? si jettanu comu un gaddu a pastu supra ddi perni, e addiu signura! Idda fici cacciari li cavaddi, e 'ntra quattru botti fu a la casa. Comu junci, dici:

Gràttula-beddàttula, 
Spogghia a Nina, 
E falla com'era assira.

E ddocu si trova spugghiata e vistuta di li robbi di casa.
Tornanu li soru:
"Ninetta, Ninetta, chi bedda festa! Cc'era 'na signura ch'assimigghiava tutta a tia. Si nuàtri 'un sapìamu ca tu eri ccà, dicèvamu ch'eri tu."
"Ma dumani assira cci ha' a vèniri, sai!"
Jamu a lu Re ch'aspittava li criati.
Comu iddi tornanu a palazzu, si cci jettanu a li pedi e cci cuntanu lu fattu.
Lu Re cci dici:
"Genti lizinnàrii, ca pi dinari vi canciati la facci! Ma si dumani assira v'arrisicati a fari la stissa cosa, guai è pi vui!"
Lu 'nnumani assira li soru accuminzaru a siddiari a Ninetta pi jiri cu iddi, ma Ninetta 'un ni vosi sèntiri nenti, e sò patri livò quistioni cu diri:
"'Un lu viditi ca nesci foddi pi ssa grasta? Chissa quarchi jornu m'havi a fari pàtiri quarchi guaju.... Jamuninni!", E si nni jeru.
Comu nèscinu, Ninetta va nna la grasta:

Gràttula-beddàttula, 
Acchiana susu e vesti a Nina, 
E falla cchiù galanti ch' 'un era assira.

E ddocu nèscinu fati 'n quantità: cu' la strizza, cu' la vesti cu l'àbbiti cchiù pumpusi, cu' la càrrica di gioj. Com'è vistuta di tuttu puntu, si metti 'n carrozza e va a palazzu. Comu junci, tutti la talìanu alluccuti, e massimamenti li so' soru e sò patri. Curri lu Riuzzu tuttu cuntenti:
"Signura, comu stati?"
"Comu 'mmernu."
"Comu vi chiamati?"
"Cu lu nnomu."
"Unn'abbitati?"
"Nna la casa cu la porta."
"'Nna quali strata?"
"Nna la vanedda di lu pruvulazzu."
"Chi siti curiusa! Mi faciti mòriri!"
"Putiti cripari!"
Iddu nun si nni fa, e la 'mmita a'bballari cu iddu. Idda cci dici sì, e abballanu tutta la siritina. Ddoppu, idda si va a'ssittari 'ncostu li so' soru.
"Maria! dici una di li soru, sta signura è Ninetta scurciata!"
Finisci la festa. Ninetta si nni va di li primi: lu Re l'accumpagna; e cci fa signali a li criati. Ninetta si nn'adduna; e comu si metti 'n carrozza e si vidi sti criati pi d'appressu, afferra 'na pocu di sacchiteddi di munita d'oru ca avia 'ntra la carrozza e cci li tira 'n facci a li criati: a cui cci ammacca lu nasu, a cui cci attuppa un occhiu: 'un ponnu jiri cchiù avanti, e si nni tornanu a Palazzu comu li cani vastuniati. Lu Re comu li vitti cci parsiru macari piatusi; poi cci dissi:
"'Un fa nenti! Dumani assira è l'urtima sira: e, di 'na manera o di n'àutra, sta cosa s'havi a sapiri."
Jamu a Ninetta. Coma junci a la casa, si vôta cu la grasta:

Gràttula-beddàttula,
Spogghia a Nina,
E falla com'era assira.

'Nta un vìdiri e svìdiri havi canciati li robbi e torna vistuta di casa. Vennu li soru: "Ninetta, Ninetta, chi bedda festa! Cc'era dda signura d'assira ca t'assimigghiava tutta: l'occhi, li capiddi, la vucca, tutta, macari lu parrari. Aveva 'na vesta ca 'un l'aveva nuddu, e poi gioj e petri priziusi ca lucìanu comu li specchi."
"Ma chi mi cuntati a mia? cci dici Ninetta; io m'allienu cu la mè grasta e 'un cercu nè festi nè balli."
"Sì, ma domani assira cci ha' a vèniri..."
"Àutru pinseri non haju chi chistu!", cci arrispunni Ninetta. Ddoppu manciari si jeru a curcari.
Lu 'nnumani assira Rosa e Giuvannina si visteru cu lu megghiu àbbitu novu chi cci avia purtatu sò patri, e jeru a la festa. Ninetta 'un ni vosi sèntiri nenti. Comu nisceru, idda curri nna la grasta:

Gràttula-beddàttula,
Acchiana susu e vesti a Nina.
E falla cchiù galanti ch' 'un era assira.

E subbitu fati 'n quantità: cu' la pettina, cu' la lava, cù la vesti. Ddoppu si metti 'n carrozza: a Palazzu. Sta vota li so' biddizzi eranu sparaggiati, e avia àbbiti e gioi ca 'un si nn'avianu vistu mai. Lu Riuzzu ch'avia statu cull'occhi a la via, comu la vidi cci dici:
"Signura, comu stati?"
E idda cci arrispunni:
"Comu 'mmernu"
"Comu vi chiamati?"
E ddocu fannu lu stissu discursu di l'autri siri.
Abballanu, abballanu, cà era l'urtima sira; a la finuta idda s'assetta vicinu a sò patri e a li so' soru; e li so' soru 'un putianu cchiù di diri 'ntra iddi: "Chista è 'na stampa Ninetta!"
Lu Re e lu Riuzzu la taliavanu puru: e quasi quasi ca a lu Riuzzu cci squagghiava. A 'na certa ura lu Re si la pigghia sutta lu vrazzu cu scusa di purtalla a 'n'àutra cammara pi fàricci pigghiari quarchi cosa. Comu fôru suli, Ninetta si vulía licinziari pi jirisinni; ma lu Re, ca era risulutu di finilla, cci dici: "Dui siri m'hai buffuniatu, ma la terza sira nun mi buffunìi."
"E chi mi sintiti diri, Maistà?"
"Ti sentu diri ca io ti canùsciu, cu' si'; ca tu si' dda giuvina ca mi stai facennu squagghiari un figghiu. Tu ha' a essiri la mugghieri di lu Riuzzu!"
"Maistà, grazia!"
"E chi grazia vôi?"
"Ccà haju a mè patri e a li me' soru, e nun mi pozzu pigghiari libbirtà."
"E chi paura hai?", dici lu Re; e subbitu fa chiamari lu patri.
Chiamata di Re, si soli diri, tanta bona nun è: e a lu poviru patri di Ninetta cci vinni lu friddu pinsannu ch'avia lu carvuni vagnatu. Lu Re cci dichiara lu tuttu, e cci dici ca di la mancanza cci facia la grazia. Lu 'nnumani graperu cappella riali: e lu Riuzzu cu Ninetta si maritaru.

Iddi arristaru filici e cuntenti
E nui semu ccà e nni stricamu li denti.

(raccontata da Agatuzza Messia, Palermo).


Sowerby Millicent



Sulla Traduzione di Calvino:

Intanto, la decifrazione (mancante) di Gràttula-beddàttula.

Dalle note del Pitré:

"Gràttula-beddàttula, dattero, bel dattero. Beddàttula, contr. da bedda grattula, come nel giuochetto popolare:
Ancila bedd'Ancila, 
Pigghia l'agugghia e pùncila".

Poi, il dialogo tra Ninetta e il Reuzzo. Pitré lo replica integralmente almeno una volta. Calvino lo taglia senz'altro già al secondo ballo. Il botta e risposta, tra la cantilena ipnotica ed il gioco infantile, è l'anima, il canto della fiaba, quello che si ricorda e si ripete anche enucleato del contesto. Bene aveva appreso la lezione Luigi Capuana - grande estimatore ed amico del Pitré - le cui "fiabucce", pur senza la pretesa di rappresentare l'universo fiabesco nazionale, attingono largamente, più che ai contenuti, al canto, al meccanismo magico, ripetendo e ripetendo cantilene che sembrano antiche. E sono le uniche fiabe d'autore italiane che apprezzo senza riserve.

Dalle note del Pitré:
Notisi rapidità e motteggi di dialogo, ove la prima risposta della Ninetta ha un doppio senso:
“Signora, come state?“ - “Come inverno." (stati, sost. estate, e verbo, state)
Calvino:"Come estate così inverno". (Perché?) 
“Come vi chiamate?” - “Col nome”
Calvino:"Col mio nome". (Perché?)
“Dove abitate?” - “Nella casa colla porta.”
“In quale via?”- “Nella via del polveraccio”.
Pitré: risposta comune quando si vuole evitare una indicazione di luogo o casa precisa. Addivintari pruvulazzu, vale svanire, sparire.
“Come siete strana! Mi fate morire!” - “(Per me) potete crepare!”
E qui Calvino si supera: “Signora, voi mi fate morire!” - “Fate pure!”

E vai,"Fate pure, madama la Marchesa!". Già l'omissione di quel Chi siti curiusa!, ovvero, strana, particolare, originale, intrigante, (che noi Sudisti trasferiamo paroparo nell'Italiano parlato - esattamente con questo senso) che toglie colore al personaggio del Reuzzo rimbecillito d'amore, che si "squagghia" a causa della bella Signora, e si fa beatamente trattare a pesci in faccia: Iddu nun si nni fa= non se la prende affatto. La sbrigativa durezza di questa Ciniredda cazzuta è annacquata con altrettanta spietatezza.

Aviri carvuni vagnatu, aver la coda di paglia, che fa il paio con il popolarissimo Chiamata di Re tanta bona nun è: ultima pennellata al papà-Don Abbondio. Ma in tempi in cui, senza titoli né denaro o "appoggi" influenti si era carne da macello in mano ai Signuri, un po' di sana simpatia è d'obbligo.

mercoledì 4 marzo 2015

La Sorella del Conte, Pitré n.7 (La Soru di lu Conti)

Risposta popolare con "lieto fine" a "Biancoviso", di G.B.Basile, la fiaba bellissima e tristerrima. E mi consente un rimando all'appunto sulla Cenerentola meridionale (segnatamente Abruzzo, Campania, Puglia e Sicilia), al duetto cantilenante tra l'eroina e il Reuzzo in Gràttula-beddàttula, dove una Ciniredda intraprendente e cazzuta, senza i languori della Cendrillon di Perrault, né l'alone di martirio della Aschenputtel dei Grimm, si rigira il principino intorno al mignolo con impudenza. In questa fiaba, poi, la cantilena ripetuta ha un senso particolare, in cui "erotismo" e "innocenza" si abbracciano con grande naturalezza. Impossibile, quindi, tradurre in Italiano senza perdere la poesia popolana e pura del testo originale, dove non si nega il concetto di peccato: semplicemente non se ne ha cognizione.
"La più bella fiaba d'amore italiana, nella più bella versione popolare, d'un dettato così delicato e struggente, che piacerebbe riportare tutto in dialetto, e una perfetta semplicità di movimenti (quella camicia levata e lasciata cadere)..."
(I. Calvino).
Invece, l'ha tradotta. Devo ammettere, con fedeltà e rispetto, a 'sto giro.
Nel duetto, al Reuzzo che interroga insistentemente la sconosciuta bella come una fata che si è infilata nel suo letto:
"Signura, dunni siti, dunni stati? Di quali statu siti?", la Contessina, facennu ridiri dda vuccuzza d'oru, ribatte:"Riuzzu, chi diciti, chi spijati? Zittitivi, e guditi", laddove chi spijati, vuol dire, evidentemente, "Che m'interrogate a fare?" o "Reuzzo, ma che dite? Ma che volete sapere? Statevi zitto e godete".
Calvino (La Sorella del Conte, n167) :"Reuzzo, che chiedete, che guardate?/Tacetevi ed amate". Burp!

Maxence E.


i cunta e s'arriccunta ca cc'era 'na vota un Conti, riccuni quantu lu mari; e stu Conti avia 'na soru, bedda ca mancu si pò diri, e avia dicidott'anni, e pri forza di gilusia iddu la tinia sempri sutta chiavi 'ntra un quartinu di lu sò palazzu, tantu ca nudda pirsuna l'avia vistu mai e nuddu la canuscía. A limitu e muru di lu palazzu di lu Conti, cc'era lu palazzu di lu Riuzzu. Dda bedda giuvina di Cuntissinedda, guardata e 'nchiusa comu 'na cani, nun la potti tèniri cchiui; tant'è si metti di notti, adàciu, adàciu, e spirtusa lu muru di la càmmara, sutta di un quatru bellu granni. Lu pirtusu currispunnia 'ntra lu quartinu di lu Riuzzu, sutta di n'àutru quatru, tantu ca nun si vidia pri nenti. Una notti idda spinci lu quatru tanticchia; vidi nni lu Riuzzu un priziusu lamperi addumatu, e cci dici:

"Lamperi d'oru, lamperi d'argentu,
Chi fa lu tò Riuzzu, dormi o vigghia?"

E lu lamperi arrispunniu:

"Trasiti, Signura, Trasiti sicura,
Lu Riuzzu dormi, 'Un aviti paura"

'Nca idda trasíu, e si va a curca allatu di lu Riuzzu. Lu Riuzzu s'arrispigghia, l'abbrazza e la vasa e cci dici:

"Signura, dunni siti, dunni stati?
Di quali statu siti?"

Ed idda, facennu ridiri dda vuccuzza d'oru, arrispunniu:

"Riuzzu, chi diciti, chi spijati?
Zittitivi, e guditi."

Quannu lu Riuzzu s'arrispigghiau, e nun si vitti cchiù a lu latu dda bella Dia, si vesti 'ntra un lampu, e chiama:"Cunsigghiu! Cunsigghiu!". Veni lu Cunsigghiu, e lu Riuzzu cci cunta lu statu di li cosi:
"Chi cosa hê fari, pri fàrila arristari cu mia?"
"Sagra Curuna (cci dici lu Cunsigghiu): quannu vu' l'abbrazzati, attaccativi li so' capiddi a lu vrazzu, quantu si si nni voli jìri, v'aviti a rispigghiari pri forza".
Vinni la sira, e la Cuntissina dumanna a lu solitu:

"Lamperi d'oru, lamperi d'argentu,
Chi fa lu tò Riuzzu, dormi o vigghia?"

E lu lamperi a lu solitu:

"Trasiti, Signura, Trasiti sicura,
Lu Riuzzu dormi, 'Un aviti paura."

Trasi, e si 'nfila 'ntra lu lettu cu lu Riuzzu.

"Signura, dunni siti; dunni stati?
Di quali statu siti?"
"Riuzzu, chi diciti, chi spijati?
Zittitivi, e guditi."

Accussì s'addurmisceru, e lu Riuzzu s'avia attaccatu a lu vrazzu li belli capiddi di la Cuntissina. La Cuntissina pigghia 'na fòrficia, si tagghia li capiddi e si nni va. Lu Riuzzu s'arrispigghia:
"Cunsigghiu! Cunsigghiu! La Dia m'ha lassatu li capiddi e spiríu!"
Lu Cunsigghiu arrispunni:
"Sagra Curuna, attaccati a lu vostru coddu un capu di la catinedda d'oru ch'havi a lu coddu idda."


Teodor Axentowicz


L'appressu notti la Cuntissina affacciau:

"Lamperi d'oru, lamperi d'argentu,
Chi fa lu tò Riuzzu, dormi o vigghia?"

E lu lamperi arrispunniu:

"Trasiti, Signura, Trasiti sicura.
Lu Riuzzu dormi, 'Un aviti paura".

Lu Riuzzu, quannu l'appi 'ntra li vrazza, cci spija a lu solitu:

"Signura, dunni siti, dunni stati?
Di quali statu siti?"

E idda rispunni a lu solitu:

"Riuzzu, chi diciti, chi spijati?
Zittitivi, e guditi."

Lu Riuzzu si passau 'ntunnu a lu coddu la catinedda d'idda: ma comu s'addurmiscíu, idda tàgghia la catinedda e spirisci. A la matina lu Riuzzu grida: "Cunsigghiu! Cunsigghiu!", e cci rapporta la cosa.
E lu Cunsigghiu cci dici:
"Sagra Curuna, pigghiàti un vacili chinu d'acqua di zafarana e lu mittiti sutta lu lettu. Com'idda si leva la cammisa, pigghiàtila e jittaticcilla a moddu 'ntra la zafarana. Accussì, quannu si la metti e si nni va, pri lu locu dunni nesci havi a lassari lu rastu."
A la notti chi vinni, lu Riuzzu priparau lu vacili cu la zafarana e si iju a curcari. A menzannotti idda dici a lu lamperi:

"Lamperi d'oru, lamperi d'argentu,
Chi fa lu tò Riuzzu, dormi o vigghia?"

E lu lamperi arrispunniu:

"Trasiti, Signura, Trasiti sicura,
Lu Riuzzu dormi, 'Un aviti paura."

Lu Riuzzu, quannu la vidi, cci feci la solita dumanna:

"Signura, dunni siti, dunni stati?
Di quali statu siti?"

E idda arrispunniu cu la solita manera:

"Riuzzu, chi diciti, chi spijati?
Zittitivi, e guditi."

Quannu lu Riuzzu si misi a runfuliari,idda si susi côta côta pri pàrtiri, e trova la cammisa a moddu a lu vacili cu la zafarana. Senza diri cìu, torci e spremi ben pulita la cammisa, e scappa senza fari rasti.
Di dda sira in poi, lu Riuzzu l'aspittau ammàtula a la sò Dia, e si dava a la dispirazioni. Ma a li novi misi a picu s'arrispigghia una matina, e si trova curcatu a latu un beddu picciriddu ca paria un àncilu. Si vesti 'ntra un fallanti, e grida: "Cunsigghiu! Cunsigghiu!"
Veni lu Cunsigghiu, e lu Riuzzu cci fa vidiri lu picciriddu, dicennu:
"Chistu e mè figghiu. Ma com'hê fari ora pri canusciri cu' è sò matri?"
E lu Cunsigghiu ha rispunnutu:
"Sagra Curuna, finciti ca muríu, lu mittiti 'mmenzu la clésia, e dati ordini chi tutti li fimmini di la citati vinissiru a chianciri: cu' lu chianci megghiu di tutti, chissa è sò matri."
'Nca lu Re accussì fici. Vinianu tutta sorta di fimmini; dicianu:
"Figghiu! figghiu!" e partianu comu avianu vinutu. Vinni a la fini la Cuntissina, e cu li làrimi tanti misi a pilàrisi tutta e a gridari:

"Oh figghiu! figghiu!:
Ca pr'avìriti troppu biddizzi,
Appi tagghiati li me' brunni trizzi
Ca pri essiri troppu bedda,
Appi tagghiata la mè catinedda:
Ca pri essiri troppu vana,
Appi misa la cammisa 'ntra zafarana!"

Lu Riuzzu, lu Cunsigghiu e tutti misiru a gridari: 
"Chista è la matri! Chista è la matri!"
Allura veni avanti lu Conti cu la sciabbula sfudarata, e la spinci contra sò soru. Ma lu Riuzzu si metti di 'mmenzu e cci dici:

"Fermati, Conti, virgogna nun è,
Soru di Conti e mugghieri di Re!"
Accussì si maritaru ddà stissu.


Iddi arristaru filici e cuntenti,
E nui ccà chi nni munnamu li denti


Dalle Note:
Jittaticcilla a moddu: In molle nel bacile, nella catinella.

Rásti s. m. plur. di rastu, segno, orma, vestigio.

'Ntra un fallanti, in un fiat, in men che non si dice.

Brunni, o biunni, o vrunni trizzi, bionde trecce.



Suvorova Olga



Varianti e motivi simili in altre "novelle" citati dal Pitré:


Una versione di Vallelunga raccontatami da Isabella Sanfratello è intitolata Lu Cannileri. La ragazza protagonista stà sola in una delle stanze del suo palazzo, e mangia sempre carne senz'osso. Un giorno la madre le fa portare un pezzo di carne con osso, e con quella novità essa fòra la parete della stanza e penetra a dirittura nella stanza regia, chiedendo a un candeliere fatato che quivi è:

Cannileri d'oru, cannileri d'argentu,
Chi fa lu mè signuri dormi o avventa?

mentre il candeliere le risponde:

Signura, trasissi sicura:
Lu figliu d' 'u Re veni a dormi a la nura*.

Dorme per tre notti di seguito col principe, che non può saper mai chi ella sia, malgrado gli espedienti messi in opera (la zafferana, i chiodi sul pavimento). A nove mesi egli si trova un bambino allato, lasciatogli dalla bella. Non sapendo fare di meglio per appurarne la madre, lo fa esporre come morto in palazzo a suono di mortorio. La madre vestita da contadino va a piangerlo, e grida:

Figliu di la mamma bona,
Pedi pirciati* cu li chiova!
Figliu di la mamma vana,
Mmrogli tinciuti**cu la zafarana.

*A la nura, alla nuda, ignudo.
**Pirciari, forare.
***'Mmrogli tinciuti, vesti, abiti tinti.

E così, fermata, confessa, ed è presa in moglie dal principe; onde diviene Soru di Conti e muglieri di Re.

La Lampa d'oru di Noto è un'altra variante, ove il Consigliere del Re è il Conte, padre, non fratello, della ragazza innamorata di esso Re. Alla dimanda della Contessina, la lampada fatata risponde:

Trasiti signura, trasiti signura,
Lu mè patruni è curcatu a la nura.

La madre che piange la bambina data come morta, dice:

Figghia di 'na mamma fina,
Fusti 'ncatinata cu 'na catina;
Figghia di 'na mamma bedda,
Fusti attaccata cu 'na zagaredda!

[...]
 Nel Cunto de li cunti, Giorn. I, tratt 2. La mortella, una fata per sette notti di seguito, va a giacere, ignota, con un principe, che non può saper mai chi ella sia.

Nell'Ombrion, IV della Novellaja Milanese di V. Imbriani, la ombra va a trovare una ragazza, e a una lampada, lì sullo scalone, dimanda:

Lampada d'argento, stoppino d'oro,
La mia signorina riposa ancora?

E la lampada risponde:

Vanne vanne a buon'ora:
La tua signorina riposa ancora.

Non diversamente che nell'Ombrion, nel Re Bufon, n. XVIII delle Fiabe popolari veneziane di D. G. Bernoni, un principe entra furtivamente nella stanza d'una ragazza, e giace con lei fino a lasciarla grossa. C'è anche una lampada fatata, cui il principe dimanda:

Lampada mia d'argento, stupin d'oro,
Dormela o vègela la mia signora?

E ne ha la risposta:

Intrate, intrate, in bona ora,
La è in camera che dorme sola.

Nel Decamerone del Boccaccio, giorn. IV, nov. 8, Salvestra, già amata da Girolamo, cui essa non amava, va a vedere in chiesa il cadavere di lui esposto per le esequie, "e come ella il viso morto vide, che sotto il mantel chiusa tra donna e donna mettendosi, non ristette prima che al corpo fu pervenuta; e quivi, mandato fuori un altissimo strido, sopra il morto giovane si gettò col suo viso."




lunedì 2 marzo 2015

Le Sette Testine, G. Pitré


'era una volta una vecchierella. Questa vecchierella aveva una nipote e le faceva fare ogni cosa in casa; lei usciva e andava a guadagnarsi il pane. Un giorno portò a casa sette teste d'agnello; le diede alla nipote e disse: "Tanasia,* io esco; tu cucina queste sette teste, che quando giorno le mangiamo."
 La ragazza prese le teste e le mise a cuocere. C'era una gatta lì vicino: come sentì il profumo disse:
"Miio, Miio! Mezza tu e mezza io!"

La ragazza pigliò una di quelle teste, mezza la diede alla gatta e mezza se la mangiò lei. Poi la gatta le si rivolse un'altra volta:

"Miio! Miio! Mezza tu e mezza io!"

La ragazza ne prese un'altra la divise, metà alla gatta, metà a lei. Ma la gatta non si chetò e si mise a piangere ancora:

"Miio, Miio! Mezza tu e mezza io!"

Insomma una per una, tutte le sette teste scesero nello stomaco di Tanasia e della gatta. Quando le teste finirono la ragazza fu presa da una gran confusione, e si mise a grattarsi la testa: "E come faccio, quando viene nonna?"
E non sapendo come fare, aprì la porta e scappò lasciando la casa a gambe all'aria. Cammina, cammina, capitò in un campo di questi. Guardò in terra e vide delle chiocciole; ne prese un po' e si fece una bella collana e due bei braccialetti e se li infilò. La sera, venne notte che lei era in mezzo ai campi; stanca e affamata si gettò sotto un albero e si addormentò. Chi passò? Tre fate.
Quando la videro la più grande disse:
"Mi fa pena questa povera ragazza! Le faccio il dono di diventare più bella di quanto non è."
"E io - disse la mezzana - che queste cose che ha al collo e ai polsi possano diventare diamanti perle e pietre preziose."
"E io - disse la più piccola - che si possa prendere un re!"
E sparirono.
Tanasia si svegliò e si vide i braccialetti e la collana, tutte di cose preziose e disse: "E chi mi ha fatto 'sto bene? che il Signore glielo renda!"
Lasciamo lei e prendiamo la nonna. La nonna come tornò e vide tutta la casa sbaraccata, le ossa delle teste e la nipote fuggita, si struggeva:
"Gesù! Tutte se l'è mangiate!"
Stupita e impallidita uscì di casa; pensava e ripensava e poi diceva:
"Tutte se l'è mangiate!" E non si poteva dar pace .
Un giorno il Reuccio andò a caccia e dove va a capitare? Nello stesso campo dov'era Tanasia, bella, bella quanto il sole e la luna. Come incontrò la bella giovane, disse: "Oh! Che caccia grande! E tu che fai qua?"
La ragazza gli raccontò ogni cosa, e il Reuccio, presto presto, glielo spiegò e se la portò a palazzo. Nel tempo di una settimana, fatti gli incartamenti il Reuccio si sposò con Tanasia; e stavano tutti e due contenti godendosi pure i capelli in testa! Ora successe che la vecchia camminando camminando entrò nella città dov'era Tanasia. Entrò e passò dal palazzo reale dov'erano affacciati il Reuccio e Tanasia. Tanasia, come la vide, la riconobbe e disse:
"Questa è mia nonna."
"Presto, camerieri, scendete da quella vecchia e ditegli di venire a Palazzo, che c'è alloggio e da mangiare per lei."
Il cameriere andò: "Buona donna, la regina dice che c'è alloggio e da mangiare per voi, salite!" 
La vecchia, come se non l'avesse sentito, andava sempre dicendo:
"Tutte se l'è mangiate!" e si struggeva.
Il cameriere tornò dalla regina:
"Maestà, la vecchia non sente: gli ho fatto l'ambasciata e l'ho sentita dire 'Tutte se l'è mangiate!' e ha dato un sospiro da far paura ."
La regina ne chiamò un altro e gli fece fare la stessa cosa; come il cameriere andò dalla vecchia lei inghiottiva e poi diceva: "Tutte se l'è mangiate!"
Quando la reginetta sentì questo, disse tra sé: 'Gesù, ancora alle teste pensa! E se questa sale e mi svergogna... dove vado a nascondermi ??! Vecchia affamata! che pure dopo un anno ancora piangi due schifezze di testine!"
Si rivolse allora al cameriere e gli disse:
"Presto per mio ordine e comando, prendete quella vecchia megera e gettatela dalla finestra all'ingiù."
I camerieri presero la vecchia e la legarono e tirituffiti! la precipitarono dal finestrone. Tanasia se la divertì con il Reuccio.

"E restarono felici e contenti 
E noialtri qua senza niente."


*Il nome del santo patrono di Ficarazzi è S.Atanasio.





"Li Sette Tistuzzi"
Raccontata da Giuseppe Foria, Ficarazzi.
Raccolta da Giuseppe Pitré, n.94.
Tradotta dalla lingua Siciliana da Cecilia Codignola.
Il testo in lingua originale è nella Pagina: Fiabe Popolari-Italia.

Nella versione rimaneggiata, fa parte della raccolta di Calvino (n.170). Ed è uno splendido esempio della fiaba-Frankenstein di Calvino. Ha preferito - come racconto-base - questa variante siciliana ad una calabrese per "il dialogo con il gatto". Ha seguito, però, la variante calabrese per "l'incontro col re nel bosco ed il finale con la decapitazione e il salice." E ha scelto una variante siciliana per "l'insistenza della vecchia durante il festino."
E ci siamo salvati dal solito tocco personale: una canzoncina, una filastrocca, magari... o, addirittura, lo scambio di ruoli di alcuni comprimari...
Alla fine della fiera, il mostro, un ibrido in realtà, viene classificato tra le fiabe siciliane.
"E' tra la fiaba e la storiella di carattere: la meschinità taccagna e lamentosa, che ha più gusto a lagnarsi che a rallegrarsi, per cui la piccola perdita subita non è mai cancellata dai guadagni posteriori." (I. Calvino)


domenica 1 marzo 2015

"Grida"dei Merciajoli Fiorentini, V.Imbriani

Nel riportare le note alla novella "La Verdea" di Vittorio Imbriani, ne ho volutamente tralasciato una particolarmente interessante e gustosa. Il punto è che, oggi, non trattasi più di una "nota curiosa", ma sia le "grida" che i merciajoli sono materia per un archeologo.
Eccola:

[5] Sarà forse non inopportuno il dar qui una scelta delle voci de' venditori ambulanti o di strada in Firenze, ossia di quegli intercalari co' quali profferiscono la loro mercanzia al pubblico, alcuni de' quali sono notevoli per umorismo e molti per gli equivoci licenziosi. Ma già l'Italiano è sboccato di natura.

Donne, laceratevi la camicia! c'è il Cenciajolo! (Il cenciajo).
I' ho la bella bionda! (L'avellanajo).
Assuntina, ce l'ho un bocconcino, o Meo! (Il trippajo).
A chi le taglio le palle! (Il cavolfiorajo).
Chi ha i' dente diacciolo, 'un l'accosti (L'acquacedratajo).
Eccolo, i' vero medico! (Il perecottajo)
Chi mi dà un soldo, gnene do due! (cioè: due scatole, non mica du' soldi come parrebbe. Il fiammiferajo).
Meglio che di cera! (Il zolfanellajo),
I' l'ho con l'uva! (sottintendi: la stiacciata).
Che robe! (Il merciajo).
Canarini che ballano! (Venditore di polenta fritta, napoletanescamente detta: scagliozzi).
Un soldo pieno, una crazia pieno! (cioè, il misurino di castagne secche).
Vero Cancelli! (Il pentolajo).
Queste le cavo ora! (Il caldarrostajo).
Co' i' pelo la càtera! (cioè: le mandorle ancor lattiginose, che mangian col guscio e col mallo).
Tutti drento dal sor Luigi! (Il venditor di siccioli).
Beccatelo ritto! (cioè: il carciofo).
Voitta come le ridono! (cioè: le testicciuole d'agnello).
I' ho de' bei bambini senza la mamma! (Il figurinajo).
Tre volte ve l'ho salati! (Il lupinajo).
Bolle, bolle, bolle, bolle. La me lo senta come l'ho caldo! (cioè: il castagnaccio).
Semina trastullino! (cioè: semi di zucca. In Sicilia i semenzari sogliono gridare: Svia-sonnu).
I' ho i moscioni! (Il marronajo).
A chi lo sbuccio i' gobbo! (L'ortolano).
I' l'ho co' i' mantiglione! (cioè: le barbebietole).
Rompi, bambino, rompi! (Il bicchierajo).
Come la me gli ha fatti la monachina! (Il brigidinajo).
Ce l'ho di Bologna! (cioè: le spazzole di padule).
I' ho i' core! (cioè: le susine).
Queste le vendo! (cioè: le granate di saggina)
Donne, buttachevi di sotto! (Il cenciajolo).
Gli è per l'oche! Ci 'ole i' pittore! Votta che tocchi! Questo ve lo do a taglio! Zucchero, oh! Sangue di drago! (Il cocomerajo), ecc. ecc.

Da: "La Novellaja Fiorentina"


Von Blaas E.

sabato 28 febbraio 2015

"La Verdea" , La Novellaja Fiorentina, Novella Terza, V.Imbriani

'era una volta un legnajolo di corte, e aveva tre figliole. Queste eran ragazze. Dunque il Re gli comanda di andare a fare un lavoro fori via, ma di molto; per cinque o sei anni. Quest'omo non poteva dire: - "Non ci vado!" - A voler mangiare!... Ma gli rincresceva d'andarsene lontano, in un paese, per affare di quattro o sei anni di lavoro. Torna a casa dalle figliole tutto inconsolabile, afflitto; e gli dice:
"Ragazze, Sua Maestà m'ha ordinato questo lavoro. Bisogna ch'io vada via, ch'io vi abbandoni. Ma voglio una grazia da voi."
"Qual'è, babbo, - dice - la grazia?"
"Che voi vi contentiate ch'io vi muri l'uscio."
Dice: - "Oh come questo è, noi siamo contentissime!"
E così quest'omo fa murare la porta. Gli mette tutto tutto tutto quello necessario; gli lascia quattrini; e gli dice:
"Prendete questo bel paniere grande, e la fune del pozzo. E quando passa questi omini che vendon la roba, calategnene, e comprate quel che volete e così mangerete. E addio!"
"Addio!"
Le bacia: potete credere, gua', che pianti! E gli fa finire di murare la porta, perchè ne avea lasciato un pochino per passare; e si mette in viaggio.
Lasciamo che Sua Maestà stava dalla parte di dietro del palazzo, affacciato alla finestra. Ed appunto rimaneva di faccia alle finestre di queste ragazze; e le erano tutte e tre alla finestra sulle ventitrè, facevano per prendere un po' d'aria. Gli vien voltato l'occhio per caso e vede queste tre belle ragazze; che l'eran proprio di latte e sangue, belle! Non istà a dire: - "Che c'è stato?". La mattina si veste da poerone con un paniere di fila d'oro, e va girando: "I' ho le belle fila d'oro! I' ho le belle fila! I' ho le belle fi'!"
E le ragazze dice:"Si chiama quest'omo? Intanto che si sta chiuse si farà un bel lavoro, via."
Lo chiamano; e lui:"Comandino, cosa vogliono, signore?"
"Quanto le fate le fila d'oro?"
Gli dice il prezzo e loro gli calano i quattrini. Cari l'erano: il prezzo proprio non lo so, ma potrei anche dire immaginandolo. Dirò uno zecchino.
"Ma badino - dice il Re - le pesan di molto."
"Eh! - dice loro - siamo in tre! Diamine, che in tre non s'abbiano a potere?"
E che ti fa, lui? S'attacca alla fune, al paniere; e su. Loro credon che le sian le fila d'oro che pesano e invece gli era il Re proprio. Loro, quando vedono che gli era un omo, loro non raccapezzano, no: lo volevan buttar di sotto. Ma lui disse: "Ferme! sono il Re! - e s'afferrò alla finestra - Avendo saputo che voi èrate sole, son venuto a farvi compagnia."
Queste ragazze, potete comprendere, vergognate in quel momento, perchè poere; e dissero:
"Maestà, perdonate: noi siamo poere ragazze. Non vi si pol ricevere com'è il vostro merito. Ci vorrebbe altro!"
"Ah! - dice - Niente, niente! Io non ricerco la ricchezza. Io vengo da voi perchè di certo so che siete tanto bone ragazze. Ed io vengo per passare un'ora con voi. Quanto mi rincresce - dice - che non ci sia vostro padre! perchè io do tre festini: e m'incresce, perchè voi poerine non possiate venire."
Le fanciulle gli fanno i complimenti:
"Troppo garbato, Maestà, troppo garbato."
"Ma - dice - quando ci sarà vostro padre, io ne darò degli altri ed allora vo' ci verrete."
Si trattenne un altro poco, un'altra mezz'ora, dirò; e poi gli dice:
"Addio, addio a domani."
Si rimette nello stesso panierino, e loro lo ricalano con la stessa fune, come gli è salito. Lui va al palazzo e le ragazze rimangon lì chiacchierando di questa cosa. Dice la minore:"Che credete che questa sera vo' non abbiate a calarmi?" - a calar giù ancora lei.
"A fare icchè - dice le sorelle - ti s'ha a calare?"
"Voi mi dovete calare e non ricercare quel ch'io farò." - Dunque insisteva.
Loro di no; e lei sempre:"Voi mi calerete, vo' m'avete a calare."
S'erano stancate: dicevan di no e lei la diceva sì. "Vuoi calare? e tu cala!" - e con la fune la calarono.
Questa ragazza l'avea preso un paniere grande. Va all'usciolino secreto di Sua Maestà. Sta in orecchi; non sente nessuno. Lesta lei principia a salire e entra nella cucina. E siccome [3] tutte le guardie erano a guardare, sapete bene, là dove s'appartiene, qua non ci pensavan neppure. Che ti fa? La prende tutte le meglio robe, tutto arrosto, potete immaginare cosa ci sarà stato! e mette tutto nel paniere la meglio roba. E poi l'altra roba, quello che era rimasto lì per Sua Maestà, tutto cenere e acqua, la gnene sciupò tutta. E poi la va via, e va in cantina: prende i meglio vini, le meglio bottiglie, tutte le qualità che lei poteva prendere. E poi dà l'andare a tutte le botti, bottiglie e tutto quel che rimase; e vien via. Corre verso casa.
"Tiratemi su! tiratemi su!", alle sorelle.
Eccoti le sorelle la tiran su: e videro un paniere di roba, pieno d'ogni grazia di dio. Gli domandano:"In che maniera?"
E lei:"Zitto! ve lo dirò. Serrate le finestre e ve lo dirò!"
Serrano e gli dice:"Io sono stata così da Sua Maestà. Ho fatto questo e questo. Ho preso tutta la meglio roba; e poi ho spento con cenere la roba da mangiare ch'era rimasta. E poi ho dato l'andare alle botti."
Dice le sorelle:"O cos'hai tu fatto!"
"Pensiamo a mangiare - dice - e non pensiamo ad altro."
Venghiamo a Sua Maestà che di certo dopo aver ballato, ordina che gli sia messo in tavola: in tutti i festini ci è il suo buffè. Vanno i cuochi in cucina e trovan questo spettacolo. Rimangon più morti che vivi, addolorati molto, perchè non sapevan loro quel che dovevano andare a dire a Sua Maestà. Sua Maestà insisteva: - "Mettete in tavola!"
Allora un di quelli disse:"Maestà, abbiate la bontà di venir con noi, e vedere la disgrazia che n'è seguita."
"Ah bricconi! - dice - Traditori! Uno di voi gli è che m'ha fatto questo spregio!" Loro gli si buttano ai piedi piangendo:
"Maestà, noi siamo innocenti!"
"Ah! - dice - alzatevi. Almeno andate in cantina a prendere qualcosa da bere."
E va da' signori e dice:"Signori, ci è questo e questo. Si contenteranno di rinfrescarsi. Ormai la disgrazia qui c'è: qualche astro maligno, qualche fata che mi vol male assoluto."
Gli òmini di corte vanno alla cantina e trovano il lago, più di mezz'omo. Urlano! "Maestà, abbiate bontà di venire con noi, perchè..."
Va giù e vede tutto un lago, tutto buttato. Torna in su e dice a' signori:
"Signori, abbiano bontà. Veggon bene, non ho neppure da dar loro a rinfrescarsi. Questi birbanti chi sono?". E piangeva per la vergogna.
"Ma domani sera, signori, metterò le guardie doppie. Così non seguirà. Perchè il primo che io posso scoprire, il pezzo più grosso dev'essere un chicco di rena. Questo ladro, questo birbante..."
I signori si licenziarono a corpo voto e Sua Maestà si mette a piangere; e pianse tutta la notte dicendo sempre:"Sconta [4] delle mie bambine, che mi voglion tanto bene, con questi traditori che mi voglion tanto male."
Venghiamo alle ragazze. "Oh! - dice - tra poco c'è da aspettarselo, Sua Maestà; c'è da vederlo, gua', chè ce lo promesse. Non facciamo vistosità che s'è fatta questa cosa."
E così, dopo un quarto d'ora, Sua Maestà:"Ho le belle fila d'oro! [5]"
"Eccolo!" - dice. Gli calan la fune, e lui vien su; afflitto, con gli occhi rossi. "Maestà, cos'avete oggi?", gli dicono.
"Ah le mie bambine, ora vi conterò quel ch'i' ho, - dice. - Vi ricordate voi ieri che io dissi, che io dava tre festini?"
"Sissignore."
"Abbiate da sapere che ieri sera all'ora che io doveva far mettere in tavola, i miei vanno in cucina e trovano tutta la roba con cenere e acqua, tutto straziato, ma uno strazio impossibile a dirlo. Loro rimasero più morti che vivi, questi miei servitori. Io insisteva che mettessero in tavola. Allora si buttarono ai piedi e dissero: Maestà, venite a vedere il caso brutto che è seguito. Ed io gli dissi: Ah, traditori, bricconi, uno di voi siete. Loro si gittarono ai piedi e conobbi bene la sua innocenza. Ma qui un astro maligno c'è, o una fata; o un traditore c'è. Ma se io lo scopro dev'essere più grosso un chicco di rena della sua persona! dev'essere spezzato più fine che un chicco di rena."
"Ma come si fa a fare queste cose? - gli rispondono le ragazze - Mentre che il Re è tanto il bon signore. Come si fa a fargli questi strazii di buttargli la roba?"
"Oh, ma stasera ci sono le guardie doppie, oh!". Egli fa come a dire, gli pare d'averla tra le mani questa persona. Si trattiene un altro poco, poi se ne va: "Addio, addio, a domani."
Quando gli è verso le ventitrè, dice la sorella minore:
"Che credete voi che non abbiate a calarmi stasera?"
Dice le sorelle:"Oh questa sera poi, non ti si calerà davvero. Avresti aver sentito! Gli ha detto, s'egli scopre questa persona, gli ha da essere più grosso un chicco di rena. Noi non ti si cala."
No e sì, no e sì, bisogna che la calino, son costrette a calarla. Quando l'hanno calata, lei via dall'usciolino solito. Sta in orecchi, cheh! non sente un'anima. Tutti erano attenti dove potevan credere che venivan le genti, ma di qua non c'era nessuno, non sapevan dell'usciolino segreto. La ragazza lo sapeva, perchè gnene aveva detto suo padre. Prende tutta la roba più dell'altra sera, perchè c'era più roba e più squisita; e fa l'istesso: quello che rimane tutto cenere ed acqua e tutto un piaccicume. Va alla cantina e piglia la meglio roba che ci possa essere, mah! bottiglie più squisite, sempre più della prima volta. La dà l'andare alle botti e poi la scappa a casa. "Tiratemi su, tiratemi su!". Va su; e le si mettono a mangiare in festa, tutte allegre.
Venghiamo a Sua Maestà, che dice ai signori:"Questa sera non è come ieri sera, no! Io ho messo le guardie doppie."
"Mettete in tavola!", dice ai cuochi, alla servitù.
Vanno in cucina e trovano peggio dell'altra sera: tutto cenere, acqua; un marume. "Maestà - dice - abbiate la bontà di venir di qua da noi."
"Ah? forse ci sarebbe lo stesso tradimento?"
"Maestà, venite a vedere."
"Ah traditori, ora poi conosco che siete voi davvero. Con le guardie doppie non è entrato qui nessuno."
Questi urlavano appiedi:"Maestà, salvateci! siamo innocenti."
Maestà dice:
"Qui c'è qualcheduno che mi vole un male a questo punto! Alzatevi, io vi perdono. Andate almeno in cantina: questi signori scuseranno, e si contenteranno di rinfrescarsi."
Vanno alla cantina, e se la prima sera gli veniva sin qui a mezza persona, questa poi non si poteva neppure entrare, si affogava dal lago. Maestà è costretto a dire a que' signori:"Vengano a vedere la disgrazia che ho addosso. Non solo... ma che quest'astro maligno vi sia e di non lo potere scoprire!". E quei signori ebbero a andare con le trombe nel sacco, come si suol dire, senza prender niente, quella seconda sera.

"Ma - dice il Re - "domani sera ci sto in persona io.". Vanno via. Venghiamo al Re che dà in un dirotto pianto. Piange sempre dicendo:"Le mie povere bambine quanto mi voglion bene, e questi traditori quanto mi voglion male!".
Venghiamo alle ragazze. "Oh! - dice - badate! Non ci sarà molto, che ora verrà Maestà. Procacciamo di non fare vistosità, sennò noi siam morte."
E così dopo mezz'ora, ecco Maestà con le fila d'oro: non avea nemmanco fiato. "Oh - dice - eccolo! coraggio!"
Calan la fune e lui va su, più morto che vivo. "Felice giorno, Maestà. O come va? che si sente male?"
Un viso gli aveva, morto. Dice:
"Ah le mie bambine, voi non sapete! Iersera fu peggio dell'altra sera il tradimento."
"Ah, ma come mai, signore? gli è tanto il bon signore! che gli debban fare queste cattività?"
"Eh, ma stasera ci sto in persona. Non ci sarà scusa. Eh se lo posso avere!... se io posso scoprire!... vi replico quel ch'io vi dissi: il chicco d'arena dev'essere più grosso di questa persona quando lo mando in tritoli."
"Oh l'ha ragione! È tanto il bon signore!", le replicano. Sua Maestà va via dopo essersi trattenuto un'altra mezz'ora. Ci era andato per passarvi un'altra mezz'ora, non per fin di nulla, via. Quando gli è andato via:
"Che credete che stasera non mi abbiate a calare?", disse la minore di tutte.
"Ah che non ti si cala davvero noi, stasera. Non ti si cala; e si scriverà al babbo in qualche maniera, perchè noi non si vole di queste cose."
Che volete? Sì, no, sì, no; furono costrette a calarla anche stasera. Figuratevi, entra nell'usciolino: chè se la prima sera ci era d'ogni bene di dio, l'ultima non si pole spiegare, ecco! Prende il suo paniere e comincia a metter roba, tutta la più meglio che ci fosse. L'altra, fa il solito: tutt'acqua e cenere; la mette giù nel camino tutta sciupata come l'altra sera. E va in cantina. Scende in cantina, prende il meglio vino e le bottiglie le migliori [7], poi si volta e vede un vaso di verdea. Lesta lei, lo prende e lo mette nel panierino. Dà l'andare alle botti, poi lesta a casa:"Tiratemi su, tiratemi su!". La va su a mangiare con le sorelle.
Lasciamo là quelle che sono in gaudeamus, a cenare come principesse, e venghiamo a Maestà che dice:
"Signori, stasera non sarà come l'altra sera: ci sono stato da me a guardare."
E questi signori tutti contenti dentro di sè. Ora ordina di mettere in tavola. I cochi entrano in cucina e veggono più cento volte straziato delle prime sere. Più lesti andierono da Sua Maestà, perchè:"Se stasera - dice - c'è stato da sè, non ci pole incolpare."
"Maestà, venite a vedere."
"E cosa c'è da vedere?"
"Venite a vedere", dice.
Va a vedere, che? figuratevi la cosa!
"Qui c'è un astro maligno, qualche fata che si gioca di me!"
Va dai signori:"Signori, siamo alle medesime. Venghino a vedere anche loro!"
Poveretto, gua'. Vanno alla cantina, figuratevi, tutto un lago: non si vedeva proprio dove andare. Tutto cascato il vino e poi tutto mescolato. Dice a questi signori che gli abbino pazienza, ma che dei festini non ne dà più, perchè non poteva dar loro nemmanco da rinfrescarsi. Tutto un lago giù, non ci si raccapezzava nulla. Piangendo, sospirando, gli pareva mill'anni d'arrivare alla mattina, d'andare alle sue bambine. Dice:
"Le mie povere bambine quanto mi voglion bene, e questi traditori quanto mi voglion male!"
Per tornare un passo addietro, queste ragazze:"Dove si metterà" - dice - "questo vaso di verdea?"
La verdea, l'è roba che si mangia come una conserva, io m'immagino; ma cosa sia appuntino io non so [8]. Le non ci avevan posto: pensano di metterlo sotto al letto, rimpetto alla finestra, questo vaso. Eccoti Maestà:
"Ho le belle fila d'oro! ho le belle fila! ho le belle fi'."
"Eccolo, eccolo! per l'amor d'iddio non ci facciamo conoscere. Ci vuol coraggio, gua'."
Calano il paniere, le funi solite; lo tiran su. Piangeva a calde lacrime.
"Oh Maestà! Ma cos'avete?", lo vedevan troppo disperato.
"Ah quel ch'i' ho? Peggiore di tutte l'altre sere! Non basta essere stato da me in persona. Questo è qualche astro maligno o qualche fata. Ma io non ne darò mai più di questi festini."
Discorrevano del più e del meno, loro dicendo sempre:"Tanto bon signore!", e sempre replicavano questa parola. Sua Maestà si è trattenuto altra mezz'ora, come il solito, da queste ragazze, e se ne va: "Addio, addio, a domani."
Nel mentre le ragazze lo calano, lui vede il vaso della verdea sotto il letto: "Oh traditore!", gli dice, e fa per ritornare su in casa. E loro lo buttano di sotto senz'altri discorsi. Chi lo buttò fu la sorella minore. Sua Maestà si fece un male, ma male passabile. Lascio considerare le ragazze maggiori come rimasero, dicendogli, alla sorella:"Qualunque sia il caso, la rea tu siei te. Noi non ci s'ha colpa."
Venghiamo a Maestà. Va nel suo quartiere e subito scrive al suo padre, delle ragazze, una lettera fulminante: che in due ore e mezza, lui fosse al palazzo, altrimenti, pena la testa. Lascio considerà' quest'omo nella massima disperazione, pensando a più cose e non sapendo perchè Sua Maestà gli avea detto per sei anni e in capo a pochi giorni lo manda a chiamare:
"Eh, qualcosa ci è! - dice - Le mie figliole non possan essere, perchè gli ho murato l'uscio; impossibile!"
Si mette in viaggio, più morto che vivo con questa pena, con questo pensiero; e arriva al palazzo. Dice:"Sua Maestà mi ha mandato a chiamare."
E così Sua Maestà sente che gli è arrivato, dice:"Fatelo passare."
E passa quest'omo.
"Che mi comanda Sua Maestà?"
"Mettetevi a sedere", dice.
E quest'omo si mette a sedere.
"Ditemi, quante figlie avete voi?"
 Lui, si sente una stilettata, perchè:"qualcosa c'è sulle mie figliole!"
Dice:"Tre, Maestà."
"Bene: si potranno vedere queste tre figlie?"
"Maestà, quando Lei voglia. Ma si ricordi, che noi siam poverelli, noi. Non si pò riceverla come Lei meriterebbe di certo."
"Non m'importa! - disse Sua Maestà. - Io bramo di conoscerle; ed una di loro la voglio in isposa."
Quest'omo si butta a' piedi dicendo:"Maestà, io sono un pover'omo. Impossibile che voi vogliate abbassarvi a prendere una delle mie figliole."
"Oh io vi replico che una di tre io la voglio."
"Allora, - dice - Maestà, mi permetterete che io faccia smurare l'uscio, perchè io gli ho lasciato l'uscio murato. E allora potremo andare."
Va e fa buttare giù l'uscio, e va su dalle figliole, tutto... non sapeva nemmen lui quel ch'egli era.
"Oh babbo!"
Gli fanno le feste, lascio pensare.
"Oh babbo, ben tornato. In che maniera così presto?"
"Maestà mi ha mandato a chiamare, e io son dovuto tornare, eh. E mi ha detto: Quante figlie avete?"
Loro, figuriamoci, le maggiori, il suo core dove gli andiede:"Ci siamo, gua'!"
"E io gli ho detto: Tre, Maestà; tre figlie ho - Si potrebbero vedere?- Io gli ho detto: Maestà, sapete bene, noi siamo poveri; non vi si potrà ricevere secondo il vostro merito. E lui ha detto: Cheh! no, no, vi replico; io voglio vederle, perchè una di tre la voglio per isposa. Quella che mi vole."
La maggiore dice a suo padre:
"Io no, io non lo prenderei davvero."
La seconda:"Neppure io, sa, babbo; perchè..."
La minore:"Lo prenderò io - dice. - Io lo prenderò volentieri."
Eccoti Sua Maestà che viene in casa con suo padre e va su, e si mette a parlare, a discorrere del più, del meno. Suo padre è costretto a dirgli:
"Sua Maestà una di voi vi accetta per isposa."
La maggiore dice di no:"Non per... ma che vole! ci vorrebbe altro! io non posso essere capace..."
La seconda l'istesso:"Noi non siamo istruite, quel che Lei merita."
La minore dice:"Lo prenderò io, io sono contenta."
Era lei che aveva fatta la mancanza.
Ecco, conchiudono le nozze; fecero presto, in quattro o sei giorni. Così il giorno dello sposalizio, dopo l'anello, un momento di libertà ci vole. La gli dice alle sue damigelle:"Io voglio fare una celia al Re."
"Cosa, signora, vol fare?"
"Stai zitta. Io voglio fare una celia. Voglio far fare una donna tutta di pasta, e da qui in su tutta zucchero e miele: e poi ci siano ordinghi da potergli fare dire di sì e dire di no."
Figuriamoci, non aveva finito d'ordinare che gli era bell'e fatta!
"Perchè la voglio mettere nel letto, voglio fargli una celia al Re. Come a dire invece d'io [9] che ci sia questa donna di pasta [10]."
Ed appena fatta, la fa mettere in letto con la berretta, tutta vestita, come se la fosse stata lei in persona. Dopo pranzo, dopo la cena, dopo tutta l'allegria, vien l'ora di coricarsi. E chiede lei d'andare prima un momento a letto. Invece di spogliarsi entra sott'il letto e si prepara con questi ordinghi, se mai, a tirare e a dire di sì e di no.
Venghiamo a Maestà che dice ai servi:"Non occorre che mi spogliate stasera: faccio da me."
Entra in camera, e serra. E dice:
"Briccona! Ti ricordi eh, quando io diedi tre festini e mi eran fatti quegli spregi; e che te andavi dicendo: è tanto bon signore!, traditora."
Lei, sotto al letto:"Sì, me ne ricordo."
E tirava i fili, perchè dicesse sì la donna di pasta.
"Ah, te ne ricordi, eh?"
"Sì - la dice - Me ne ricordo."
"Adesso è tempo della mia vendetta."
Prende la spada e va al letto e la ferisce; via, ferisce quella bambola ch'era lì coricata. E gli spruzza tutto zucchero e miele.[11] E lui sentendo dolce, zucchero e miele, comincia a dire:
"Oh Leonarda mia di zucchero e miele! se io ti avessi ora ti vorrei gran bene." - Lei dice:"Io son morta."
Lo dice, gua'! con una voce flebile.
E lui insiste:
"Ah Leonarda mia di zucchero e miele! se ti avessi ora ti vorrei un gran bene."
E lei ridice:"Son morta."
Quando la vede che lui gli era veramente per ammazzarsi (lui s'ammazzava), la sorte fôra e dice: "I' son viva, son viva!"
S'attaccano al collo, si baciano, si perdonano, e nessun seppe nulla, perchè rimase in loro. Se l'ammazzava davvero, era morta: ma fu celia. La mattina s'alzarono, come fanno il solito. Leonarda la fece venire il padre e le sorelle e li fa i primi signori del palazzo. E così una cosa di celia, le riuscì di divenire una Regina. E visse bene, ma ci vol di quelle furberie.



Von Blaas E.


Dalle Note:

[3] Siccome nel senso di poichè, ben è dell'uso fiorentino odierno, come pure dell'uso universale in quel gergo infranciosato che fa le veci dell'italiano a' dì nostri: bene ha numerosi esempli di scrittori valenti come l'Alfieri; ma sarà sempre cansato, come un brutto gallicismo, da chiunque vuol serbar fattezze italiane nello scrivere. Il costrutto, veramente nostro, sarebbe col gerundio: Ed essendo tutte le guardie a guardare ecc.

[7] Altro barbarismo dell'uso e de' più goffi, de' più ripugnanti all'indole della nostra lingua, è questa reduplicazione dell'articolo. In Italiano si dirà sempre le bottiglie migliori o le migliori bottiglie; e l'intrusione d'un secondo articolo innanzi allo aggettivo (le bottiglie le migliori) sarà sempre non solo un pleonasmo, anzi pure uno sproposito majuscolo, un francesismo imperdonabile; un peccato mortale e non già veniale di lingua.

[8] Verdea è veramente una specie di vino. Tassoni, Secchia rapita, VI, 46:

I tedeschi del vino ingordi e ghiotti
Dietro a certi barili eran trascorsi,
Che ne credeano far dolce rapina;
E in cambio di verdea trovâr tonnina.

[9] Il caso obliquo de' pronomi usurpa tante volte il posto del retto, che non è da stupire se anche il retto qualche volta in bocca del popolo s'intrude nel posto dell'obliquo. Chi la fa, l'aspetti.

[10] Questo episodio della bambola si ritrova anche intruso in fine delle Novelle sicule Die Geschichte der Sorfarina, appo la Gonzenbach e Trisicchia (di Ficarazzi) ricordata dal Pitrè in nota a Li tridici sbannuti. Alquanto variato è nella fiaba veneziana El diavolo, appo il Bernoni. Matteo Bandelle narra come Faustina romana fosse informata che il marito Marc'Antonio intendeva ucciderla e fuggirsi con una Cornelia: 'E volendo alla mina del marito fabbricare una contrammina, ebbe segreta pratica con uno eccellente legnajuolo, e fece fare una statua e della grandezza che ella era, ma di modo fabricata, che se le accomodava benissimo la pelle d'una bestia attorno; alla quale, ella avendo inteso il determinato punto che il marito voleva ucciderla, acconciò certe vessiche piene di acque rosse assai spesse, acciò facessero fede di sangue...

[11] I costumi toscani richieggono che il latte ed il miele spruzzino casualmente sulle labbra del Re. Nelle varianti meridionali ch'io posseggo, con miglior motivazione (dal punto di vista estetico), il Re lecca quel sangue volontariamente sul coltello, perchè la superstizione popolare porta, che chi così fa, non è poi tormentato da rimorsi.
E' verissimo, e il testo dell'Imbriani è l'unico fra quelli che ho letto a fare un riferimento preciso alla popolare superstizione meridionale. Del resto, Vittorio Imbriani era napoletano e lo sapeva bene. Troppe volte, questo gesto è stato rappresentato, anche in altri contesti, come una mèra manifestazione di bestiale crudeltà.

Molto spesso, le note sotto le novelle dell'Imbriani occupano pagine e pagine, essendo, alla fine, un testo a parte, più lungo e ricco della novella stessa. Ricco di appunti, puntualizzazioni, curiosità, parallelismi, e anche strane (spesso errate, ma sempre interessanti) ipotesi. Ho riportato per intero, o quasi, quelle de "La Verdea", sfrondandole da un eccesso di citazioni di altri testi. Ho volontariamente omesso un gustoso campionario di antiche voci dei venditori ambulanti fiorentini, che merita un post a parte.

Naturalmente, non ho toccato il testo della novella (errori di ortografia e grammaticali compresi), ma, poiché è un po' faticoso a leggersi, ho lavorato di "punto e a capo" e di corsivo.

 V. Imbriani, da La Novellaja Fiorentina, Novella Terza.