giovedì 4 agosto 2016

Da "Qualche Passo nel Mondo delle Fate" di H.P.Lovecraft e le Amare Sorprese

"Nei tempi moderni il termine Fata è stato applicato ad un’amplissima varietà di entità immaginarie, fin quasi a perdere il significato a favore di un valore semantico meno specifico e circoscritto. 
L’autentica Fata, nell’accezione sviluppatasi nell’ambiente del più antico folklore celtico, costituiva indubbiamente uno spirito di natura femminile corrispondente alle Driadi, alle Naiadi e ad altre ninfe locali dell’antichità classica. Si tratta essenzialmente di una personificazione di qualche aspetto del mondo naturale, e ogni branca della mitologia ariana abbonda di esempi. 
Fanciulle dell’alba, delle nuvole, delle fonti, degli alberi e via dicendo, popolano sotto i nomi più svariati le leggende di tutte le genti ariane, e non è affatto sorprendente che i fantasiosi Celti avessero elaborato uno dei più notevoli sistemi mitologici intorno a tali esseri.
Sembra attestato che i Galli pre-classici - e, per connessione, altri Celti - professassero attivamente il credo in esseri corrispondenti a quelle che conosciamo come vere Fate. Con l’intrusione di influenze romane, molte delle caratteristiche classiche si intrecciarono senza dubbio a tale credo, pur non distruggendone del tutto la specifica essenza.
La vera Fata della mitologia celtica era originariamente un’entità femminile dall’aspetto umano più che gradevole, di statura normale, dimorante in specifici ambienti, e dotata di talenti soprannaturali quali il potere di cambiare aspetto, controllare il mare e i venti, guarire le malattie e presagire eventi futuri. Nell’epoca medievale, in virtù di tali poteri, si attinse al verso latino fatare, ossia incantare, a sua volta derivato da fatum, destino, creando le varianti fay o fairy e fae.



Le autentiche Fate possiedono di norma una natura benigna e non malefica, cionondimeno, se oltraggiate, si dimostrano capaci di sicura e feroce vendetta. Con una certa frequenza godevano dell’amore di uomini mortali coi quali spesso si univano in matrimonio; ma, se costoro osavano tradirle, non esitavano a sottoporli a pesanti punizioni.
Sovente le Fate si assumevano il compito di presiedere alla nascita degli umani, che proteggevano per tutta la vita. Questo loro legame con il destino umano o - fato - è stato probabilmente un elemento determinante nella scelta del nome che infine sarebbe stato loro attribuito, denominazione derivata indirettamente dalla parola fatum.



Tony Diterlizzi


Quelle dianzi descritte sono dunque le Fate comunemente presenti nella tradizione e nella letteratura pre-elisabettiane. Tuttavia, parallelamente ad esse, è sempre esistito un filone totalmente separato di creazione mitologica le cui caratteristiche vennero infine ad intrecciarsi con quelle del mondo delle Fate, e, allo stesso modo, i tratti di entrambi i sistemi mitologici si mescolarono ad un terzo elemento derivato dall’esperienza reale.
Anche questo filone parallelo e distinto poggia essenzialmente sul concetto di personificazione naturale, benché il suo carattere sia di gran lunga diverso e più oscuro. Abbiamo difatti a che fare con quei Demoni notturni o personificazioni della tenebra che appaiono in tutte le mitologie ariane in qualità di ladri o entità artefici di malignità più o meno ostili all’uomo. L’elemento del furto o del compimento di misfatti, vuol essere il simbolo del furto che il buio compie quotidianamente sottraendo la luce del giorno.
Esempi tipici di demoni notturni di origine ariana sono i Panis degli Indù; i personaggi di Caco, Polifemo, Cerbero e Ortro (il cane di Gerione) nella mitologia classica; i Geni e gli Afriti (per citare un prestito semitico) degli Arabi, e gli Elfi, i Daiva o i Troll del Nord teutonico.
Col passare del tempo, allorché l’antichità cede il passo al Medioevo, osserviamo che numerosi tratti di questi demoni notturni si trasferiscono alla specie delle Fate, e tale commistione fa sì che queste ultime diventino via via più dispettose, rapaci, notturne, e talora ostili agli uomini.



Lucifero - G. Doré

[...............................................................................................................................]

I Celti non detengono alcun monopolio, pur essendo i creatori dell’autentica Fata. Inutile dire che ogni razza e paese aggiunge agli Elfi e alle Fate tradizionali una quantità di caratteristiche locali e familiari del tutto distinte dal retaggio più generalizzato di quelle effimere creature.
Il temperamento razziale e nazionale gioca altresì una parte determinante nella selezione del tipo di Fata preferito e più congeniale da parte di ciascun paese. Sicché, determinati popoli, porranno maggiormente l’enfasi su un essere mitico più vicino alla pura Fata dell’antichità celtica, laddove altri si specializzeranno nella mitizzazione di esseri derivati prevalentemente dagli elementi negativi dei demoni notturni e dei Nani.
I primi filoni mitologici inglesi includono esempi del tipo puro - come nella leggenda di Thomas di Ercoldone* e dei suoi sette anni vissuti nel regno della Regina delle Fate - mentre numerose altre leggende successive si intessono intorno ad una razza di esseri minuscoli ma d’aspetto gradevole, burloni e d’animo generoso. Nel complesso, le Fate gallesi, scozzesi e irlandesi, sono meno geniali, e gli appellativi complimentosi di "brava gente" o "gente per bene" sono eufemismi destinati a placare entità comunque temute.
Le Fate presenti nelle leggende del continente, si diversificano largamente tra loro; quelle tedesche sono forse quelle meglio sviluppate. Le leggende germaniche comprendono difatti magnifici esempi di Fate nell’accezione pura di origine celtica, e al tempo stesso maliziose figure di Gnomi e Trolls.
Nelle nazioni più meridionali, l’importanza dell’elemento grottesco tende a diminuire. Molti assegnano alle Fate una definita organizzazione politica e sociale, con la presenza di un re, una regina e altri dignitari; è tale il caso delle Titania e Oberon delle leggende popolari.
Il mito delle Fate in Oriente - sviluppatosi cioè nella regione dell’Islam -costituisce un campo di studio separato; ciò vale anche per l'elaborato mondo di spiriti elementari classificati e descritti da Paracelso e dal Conte di Gabalis.
Un altro argomento di ricerca a se stante si configura nella diversa maniera in cui ciascuna nazione mette in relazione la cultura mitologica delle Fate con le fedi religiose più serie e formali. Nell’Inghilterra rurale è invalsa la credenza che le Fate siano gli spiriti vaganti dei morti troppo legati alla terra per assurgere ai cieli, e al tempo stesso non dissoluti abbastanza da essere collocati nel regno di Lucifero.
Oggigiorno, nella maggior parte del mondo, credere nelle Fate è ormai un capitolo della storia passata, cionondimeno, in Irlanda, molte persone di cultura dichiarano ancora di credere nel good folk, in quella minuscola "brava gente" dell’antica tradizione. A tali devoti discepoli questo nostro studio non apparirà certo blasfemo né inutile". 

Da "Qualche Passo nel Mondo delle Fate" di H.P.Lovecraft
Traduzione di G. Pilo

*Thomas of Erceldoune o Thomas the Rhymer.



Howard Phillips Lovecraft (1890-1937), autore di culto per ogni estimatore di letteratura fantasy, noir, gotica, fantascientifica... era americano e profondamente razzista. Qui ho enucleato i brani più condivisibili del suo saggio. Ho, per il momento, omesso, quelli autenticamente razzisti, oltre che profondamente ignoranti e stupidi (il che, forse, è anche peggio). In pratica, in questi primi brani si illustra: 1) che gli Americani sono bravi a parlare di Star Wars, ma dovrebbero lasciar perdere cose più grandi di loro e sideralmente lontane da loro. 2)  Scrittori dalla scrittura godibile e visionaria possono riservare amare sorprese non appena si allontanano dal loro campo o campicello.

Mab

Nessun commento: