Cannetella non trova marito che le vada a genio; ma il suo peccato la
fa incappare nelle mani d'un orco, che la condanna a trista vita,
finché da un votacessi, vassallo di suo padre, è liberata.
'era una volta un re di Bellopoggio, che aveva maggiore
brama di fare razza che non hanno i facchini delle esequie
per raccogliere la cera. Tanto che promise per voto alla dea
Siringa che, se gli faceva fare una figlia, le avrebbe messo
nome Cannetella [1], per memoria che essa si era trasformata in
canna. E tanto pregò e strapregò che ottenne la grazia, ed ebbe da Renzolla, sua moglie, una bella bambinetta, alla quale
mise il nome che aveva promesso.
Cannetella crebbe a palmi e diventò lunga quanto una pertica.
E allora il re le disse:
"Figlia mia, già sei fatta (e il
Cielo ti benedica) come una quercia, e sei nel punto giusto
di accompagnarti con un maritino, meritevole di cotesta bella
faccia tua, per mantenere la razza della casa nostra. Perciò
io, che ti voglio bene quanto le pupille degli occhi miei
e bramo il piacer tuo, desidero conoscere la qualità di sposo
che tu vorresti. Quale sorta d'uomo ti andrebbe a genio? Lo
vuoi letterato o spadaccino? garzoncello o attempato? brunetto
o bianco e rosso? lungo della persona o bassottino? stretto nei fianchi o tondo come un bue ? Tu scegli ed io metto
la firma ".
Cannetella, che senti queste larghe offerte, ringraziò il padre
e gli dichiarò dapprima che essa aveva consacrato la sua
verginità a Diana, né voleva per niun conto andarsi a perdere
con un marito. Per altro, alle preghiere insistenti del
re, fini coi rispondere:
"Per non mostrarmi sconoscente a
tanto amore, mi contento di fare la volontà vostra; ma a
patto che mi sia dato un uomo tale che non vi sia l'altro
al mondo".
Lieto di questa risposta, il padre si pose dalla mattina alla
sera alla finestra, squadrando, misurando e scandagliando
tutti quelli che passavano per la piazza dinanzi al palazzo
reale. Passò, finalmente, un uomo di assai buon garbo, ed
egli disse alla figlia:
"Corri, affacciati, Cannetella; e vedi se
costui è a misura delle voglie tue".
Ed essa lo fece venir su,
e gli offersero un bellissimo banchetto, dove c'era quanto si possa mai desiderare. Senonché, nel mangiare, cadde dalla
bocca al fidanzato una mandorla; ed egli, chinatosi, la ripigliò
destramente e la pose sotto la tovaglia, e, finito il desinare,
se ne andò. II re disse a Cannetella: "Come ti piace il
fidanzato, vita mia?".
Ed essa: "Toglimelo dinanzi cotesto
goffo, perché un uomo grande e grosso come lui non doveva
lasciarsi sdrucciolare una mandorla dalla bocca".
Il re, udito questo, andò ad affacciarsi un'altra volta; e,
passando un altro giovane di buon taglio, chiamò la figlia per
sapere se trovasse grazia presso di lei. Come la prima volta,
Cannetella volle che salisse, e gli fu dato un banchetto; e,
quando si fini di mangiare e quello si accommiatò, il re chiese
alla figlia come gli piacesse.
"Che ne voglio fare - essa rispose - di quello sgraziato? che doveva condurre con sé
per lo meno due servitori, che gli levassero dalle spalle il
ferraiuolo".
"Se è cosi - disse il re, - è pasticcio: coteste sono scuse
da cattivo pagatore, e tu vai cercando peli per non darmi il
gusto che ti chiedo. Risolviti, perché io ti voglio maritare, e
trovare radice valida a far germogliare la successione della mia
casa ".
A queste parole stizzose, Cannetella parlò aperto:
"Per
dirvela, tata e signore, chiaro e come la sento, voi vangate
nel mare e fate male il conto con le dita, perché io non mi
assoggetterò ad uomo vivente, se non sarà tale che abbia il
capo e i denti d'oro".
E il travagliato re, sentendo che quella
testa era dura, fece gettare un bando che chi nei suoi domini
si trovasse conforme al desiderio della figliuola, si facesse
avanti perché gliela darebbe in moglie insieme col regno.
Aveva questo re un gran nemico, chiamato Fioravante,
tanto da lui aborrito che non poteva vederlo neppur dipinto
su un muro; il quale, udito il bando, poiché era un bravo necromante,
chiamò una frotta di quelli che lontani siano, e comandò
che gli facessero subito la testa e i denti d'oro. Risposero
quelli che solo grandemente sforzati gli avrebbero reso
questo servigio, per essere cosa assai strana nel mondo, laddove
piuttosto gli avrebbero fornito le corna d'oro, come più
usitate al tempo d'oggi [2], Ma egli li costrinse con scongiuri
e incantamenti, e, infine, ne venne soddisfatto; e, quando si
vide testa e denti di ventiquattro carati, andò a spasseggiare
sotto le finestre del re.
Il re, a cui venne sott'occhio proprio quello che cercava,
chiamò la figlia, la quale, guardando, subito disse:
"Questo
è quello: non potrebbe essere migliore, se lo avessi impastato
con le mani mie stesse".
E, quando Fioravante stava per levarsi
e andar via, il re gli disse:
"Aspetta un po', fratello: come
sei caldo di reni! Sembra che stii col pegno presso il giudeo,
e che abbi l'argento vivo dietro e il pungolo sotto la codola.
Piano, che ora ti do bagagli e gente per accompagnare te e
mia figlia, che voglio che ti sia moglie".
"Vi ringrazio - rispose Fioravante: - non ce n'è bisogno.
Basta solo un cavallo, perché me la metto in groppa e
me la porto a casa mia, dove non mancano servitori e mobili
quanti l'arena".
Contrastarono per un pezzo, ma, in fine, Fioravante la
vinse, e, alzatala sul cavallo, parti.
Alla sera, quando dal mulino del cielo si distaccano i
cavalli rossi e vi si mettono i bovi bianchi, giunsero a una
stalla, dove alcuni cavalli stavano alla mangiatoia. Lo sposo
vi fece entrare Cannetella e le disse: "Bada bene! debbo
fare una corsa fino alla mia casa, che ci vogliono sette
anni per giungervi. Aspettami in questa stalla, e non venirne
fuori, non lasciarti vedere da alcuno; perché, altrimenti,
farò che te ne ricordi fino a quando sarai viva e verde".
Cannetella rispose: "Io ti son soggetta ed eseguirò il tuo
comando in ogni puntino; ma vorrei sapere che cosa mi
lasci per mantenermi in vita durante questo tempo".
Replicò
Fioravante: "Quel che rimane di biada a questi cavalli,
basterà per te".
H.J. Ford